La questione generazionale sta uccidendo l’Italia: lo dice l’Istat e faremmo meglio a credergli

6,2 milioni di persone in meno da qui al 2065, aspettativa di vita in crescita fino ai 90 anni, culle sempre più vuote: le conseguenze economiche e sociali per il nostro Paese saranno devastanti, ma a nessuno sembra interessare, oggi. Invece dovrebbe essere la prima cosa di cui occuparsi

Anziani Linkiesta

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4 Maggio Mag 2018 0750 04 maggio 2018 4 Maggio 2018 - 07:50

L’Italia è un malato terminale, che ha imboccato la rotta della sua fine: non sappiamo se vi sia del tutto chiaro, o se preferite credere a chi vi edulcora la pillola, ma è questo quel che racconta il rapporto dell’ISTAT sul futuro demografico del Paese, presentato ieri. Ed è incredibile, se non presupponendo che vi sia sotto una qualche forma patologica di negazione della realtà, che nessuno ne parli e che nessuno si ponga l’obiettivo di provare a salvare il malato.

Un paio di cifre, giusto per circoscrivere il problema. Da qui a poco meno di cinquant’anni la popolazione italiana diminuirà di circa 6,2 milioni di unità. Più o meno è come se dall’Italia sparisse in un colpo tutta la popolazione delle tre regioni del Nord Est, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino Alto-Adige. Curiosamente, però, del 2065 si vivrà molto più a lungo rispetto ad adesso: l’età media, infatti, è previsto cresca di ben sei anni, sia per gli uomini sia per le donne, con queste ultime che arriveranno a sfondare i 90 anni di aspettativa di vita. Tra il 2045 e il 2050, continua l'ISTAT, ci saranno più di 35 anziani oltre i 65 anni ogni 100 abitanti. Indovinate un po’? Quei 6,2 milioni di italiani in meno sono tutti culle vuote, bambini che non nasceranno.

Non ci vuole un master in finanza pubblica per capire cosa succederà. Basta leggere quel che si scrive nel rapporto del ministero dell’Economia e Finanze e della Ragioneria di Stato sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio sanitario: entro il 2040 si stima che la spesa per le pensioni salirà, in percentuale del Pil, dal 15,7% al 18,5%, quella per la sanità dal 7,1% al 7,3%, laddove invece la spesa scolastica calerà dal 3,9% al 3,1%.

Il problema è che culle vuote oggi vuol dire meno lavoratori domani. Meno lavoratori vuol dire meno tasse per finanziare la sanità e meno contributi per pagare le pensioni. Meno soldi per le pensioni e la sanità, in una prospettiva dell’allungamento dell’aspettativa di vita, vuol dire tagli ai servizi, al personale, alle cure, agli assegni pensionistici. Il tutto sulle spalle di quelle poche giovani famiglie che dovranno svenarsi per mantenere i loro tanti anziani non autosufficienti

Tutto perfettamente fisiologico. Il problema è che culle vuote oggi vuol dire meno lavoratori domani. Meno lavoratori vuol dire meno tasse per finanziare la sanità e meno contributi per pagare le pensioni. Meno soldi per le pensioni e la sanità, in una prospettiva dell’allungamento dell’aspettativa di vita, vuol dire tagli ai servizi, al personale, alle cure, agli assegni pensionistici. Il tutto sulle spalle di quelle poche giovani famiglie che dovranno svenarsi per mantenere i loro tanti anziani non autosufficienti. Che - sorpresa! - saranno quegli stessi giovani che oggi assistono inermi a politiche pubbliche volte a tutelare gli anziani e ad alzare il livello di indebitamento del Paese a livelli più che patologici, senza che nessuno si preoccupi di guardare un po’ più avanti del proprio naso.

Lo facessimo, evidentemente, avremmo campagne elettorali combattute a colpi di politiche per aumentare il tasso di attività femminile - uno dei più bassi d’Europa - e consentire alle famiglie di avere quel doppio stipendio che è precondizione in tutto il continente anche solo per pensare a un secondo figlio. Avremmo una gara a chi vuole costruire più asili nido, anziché una gara a chi vuole abolire di più la legge Fornero. Avremmo sfide a colpi di chi offre di più per potenziare il welfare famigliare e strumenti di sostegno al reddito per i giovani all’ingresso del mercato del lavoro. Avremmo battaglie a suon di politiche per la formazione continua e per la creazione di un ambiente favorevole all’investimento in imprese innovative, in grado di attrarre giovani da tutto il mondo. E saremmo tutti, indistintamente, convinti che una spesa pubblica che se ne va per il 20% in sanità e per il 44% in pensioni abbia qualcosa che non va.

E invece abbiamo un’Italia che relega quei dati ISTAT all’ultima notizia del giorno, confidando nell’indeterminatezza delle previsioni, in un futuro che ci sorriderà come ha sempre fatto, nello stellone che magicamente arriverà a salvare il nostro Paese, persuasi dall’idea che un passato radioso ci preservi da un futuro terribile, che ignorare la malattia finisca per farci guarire, che la generazione dei baby boomer - la più numerosa, la più ricca, la più fortunata che abbia mai calpestato la Penisola - sia esentata per diritto divino dall’occuparsi del benessere delle generazioni successive. E che le generazioni successive non debbano lottare, per gratitudine o per quieto vivere, per rivendicarei il diritto a un futuro decente. Contenti noi, contenti tutti.

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