L’Italia è diventata un popolo di lottatori (e il nipote di Bud Spencer è il suo profeta)

I corsi di Mma riempiono le palestre, una disciplina spesso vista dai giovani come strumento di rivalsa sociale. Anche perché i primi campioni italiani come Carlo Pedersoli (nipote di Bud Spencer) e Stefano Paternò potrebbero presto sbarcare negli Usa, dove le vittorie valgono milioni

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5 Maggio Mag 2018 0745 05 maggio 2018 5 Maggio 2018 - 07:45

Di santi, come dimostra ogni giorno la pubblica amministrazione, proprio no. Di poeti nemmeno, vista la miseria che si guadagna oggi con la poesia. Al massimo di navigatori, ma solo se i mari sono quelli del web, da solcare a tastiere spiegate cannoneggiando insulti.
Piuttosto, siamo diventati un popolo di lottatori, di fighters, solo che non ce ne siamo resi conto perché i media non ce lo hanno raccontato o, se lo hanno fatto, è sempre stato in modo grossolano, periferico, come se il boom che le Mixed Martial Arts - MMA - stanno vivendo nel nostro Paese fosse un dettaglio trascurabile, e non uno dei tanti segnali con cui si manifesta il profondo cambiamento sociale in atto in Italia.
Il fenomeno andava avanti da un po’, bastava farsi un giro nelle palestre di tutta Italia, dove i corsi di MMA si moltiplicano, divorando spazi e rendite di posizione una volta appannaggio della sola boxe; o ascoltare con attenzione le canzoni rap, unica cartina di tornasole per misurare lo zeitgeist delle generazioni più giovani. Per questo gli eventi dell'ultima settimana sono stati una sorta di consacrazione, colta dalla stampa sportiva internazionale e quasi del tutto ignorata dalla sonnecchiante controparte italiana, quella per cui – proprio come accade in tutti gli altri settori della dimensione pubblica – tutto ciò che è “nuovo”, e peggio ancora “giovane”, viene immediatamente derubricato al ruolo di idiozia, di scocciatura o di tutte e due le cose insieme, cercando di fare di tutto per togliersela dai piedi.

Prendi per esempio la storia da film di un ragazzo di 24 anni di nome Carlo Pedersoli junior. Il nome suona familiare? Già. È il nipote di Carlo Pedersoli, meglio noto con il nome di Bud Spencer, quello che in film adorati dal pubblico ma snobbati dalla critica (ridaje!) tirava cazzotti per finta. Oggi suo nipote tira cazzotti sul serio, e li tira talmente forti e talmente bene che sabato scorso, a Göteborg, ha vinto il main event di Cage Warrior 93, la promotion di MMA più prestigiosa d’Europa.
Il suo avversario non era uno qualsiasi: il danese Nicolas Dalby, un vichingo che, pur venendo da un periodo difficile, due anni e mezzo fa pareggiava contro l’imbattuto Darren Till, secondo alcuni il fighter attualmente più forte al mondo.
Di Pedersoli, che secondo i bookmaker partiva nettamente sfavorito, ha impressionato la maturità della prestazione, la calma mostrata nelle fasi decisive, la spettacolarità delle tecniche (su tutte lo spinning back kick, il suo marchio di fabbrica) portate con la naturalezza del veterano. È diventato virale, su Facebook, il video di una fase del secondo round, quando Pedersoli carica il sinistro, come avrebbe potuto fare suo nonno, sul set di uno dei suoi film. Istintivamente Dalby si allontana, e il pugno pare afflosciarsi nell’aria, fuori misura. Il danese allora tira un sospiro di sollievo, e pensando al contrattacco, per un istante, un istante solo, abbassa le braccia: ed è in quell’istante che Pedersoli fa impazzire il mondo. La sua finta è stata talmente perfetta, talmente convincente che nessuno – tantomeno Dalby - si è accorto che il pugno era una trappola, un set-up. Contemporaneamente, il nipote di Bud Spencer stava caricando un calcio, che in quell’unico, preciso istante si abbatte sul viso del danese, sfruttando tutta l’energia cinetica della rotazione.

Siamo diventati un popolo di lottatori, di fighters, solo che non ce ne siamo resi conto perché i media non ce lo hanno raccontato o, se lo hanno fatto, è sempre stato in modo grossolano, periferico, come se il boom che le Mixed Martial Arts - MMA - stanno vivendo nel nostro Paese fosse un dettaglio trascurabile, e non uno dei tanti segnali con cui si manifesta il profondo cambiamento sociale in atto in Italia

Dalby stramazza a tappeto, Pedersoli gli salta addosso cercando di finalizzare. Non ci riuscirà, ma la vittoria arriverà lo stesso ai punti, proiettando il giovane italo-americano nei quartieri alti del ranking europeo dei welterweight, quelli dove chi arriva è autorizzato ad avere la legittima ambizione di entrare in UFC, la promotion americana dal valore di 4 miliardi di dollari (più della Marvel) dove le vittorie si misurano, se ti va male, in qualche decina di migliaia di dollari mentre se ti va bene – vedi la superstar Conor Mc Gregor – in una fortuna da classifica Forbes.
Ad avere la stessa ambizione di Perdersoli è anche il milanese Stefano Paternò, che a soli 22 anni, nella settimana magica delle MMA italiane, si gioca proprio oggi lo sbarco in America. Il suo sogno passa da viale Bligny 52, nella sua Milano, dove nello storico Teatro Principe – a due passi dall’Università Bocconi – avrà sede il terzo evento di IFC - Italian Fighting Championship, la punta di diamante delle tante promotion italiane di MMA che negli ultimi anni sono spuntate come funghi.
Come Pedersoli, anche Paternò combatte nei pesi welter, come lui parte sfavorito (davanti a lui ci sarà l’inglese John Maguire, che in UFC è già stato e ha pure ottenuto vittorie di prestigio) e la sua vita potrebbe essere materia buona per un film. È la storia di un ragazzino introverso di 14 anni, costretto dal fratello maggiore ad iscriversi in palestra, che per caso scopre che a cinquanta metri da casa sua c’è una delle pochissime palestre di MMA aperte in Italia negli anni prima del boom. Si tratta della famigerata MMA – Atletica Boxe del maestro Garcia Amadori, cintura nera di Brazilian Ju-Jitsu, uno dei pochi al mondo ad avere avuto l’onore di vedere una mossa da lui inventata finire su Graciemag, la torah dell’arte marziale sviluppata all’inizio del Ventesimo secolo dalla famiglia Gracie.

Stefano, che all’epoca non sa nemmeno cosa voglia dire l’acronimo MMA, quando finalmente lo scopre, e si rende conto cosa siano gli “incontri nella gabbia”, probabilmente ha paura. Ma per non sfidare le ire del fratello più grande inizia ad allenarsi lo stesso con Garcia, che in pochi mesi trasforma quella paura in una macchina da guerra: a soli sedici anni, Stefano Paternò esordisce tra i professionisti, e da quel momento inanella un record di 10 vittorie, 2 sconfitte e 1 pareggio, ottenuto proprio al Teatro Principe in uno storico match contro il livornese Giorgio Pietrini lo scorso ottobre.
Maguire è l’ultimo ostacolo, l’ultimo gradino di una scalata cominciata otto anni fa e vissuta nello spazio di cinquanta metri, in un quartiere alla periferia sud di Milano, sulle rive del Naviglio. Una sconosciuta storia milanese fatta di sudore e sacrificio – oltre che di tante, tantissime botte - che, tra qualche mese, potrebbe portare Paternò a combattere al Madison Square Garden di New York o all’MGM di Las Vegas, portabandiera di una generazione di ragazzi che in palestra - tra un double e un single leg - sogna ogni giorno di diventare come lui.

In un momento storico come questo” – dichiara Dandi a Linkiesta – “nel quale i giovani italiani subiscono a livello sociale ed economico ogni tipo di umiliazione, in cui la frustrazione è forte e il futuro sembra sempre più incerto, è normale che salga la voglia di prendere – metaforicamente – a pugni la vita

Alex Dandi, voce italiana della UFC e tra gli organizzatori dell’evento, sulle ragioni del boom delle Mixed Martial Arts nel nostro Paese ha le idee molto chiare.
«In un momento storico come questo” – dichiara Dandi a Linkiesta – “nel quale i giovani italiani subiscono a livello sociale ed economico ogni tipo di umiliazione, in cui la frustrazione è forte e il futuro sembra sempre più incerto, è normale che salga la voglia di prendere – metaforicamente – a pugni la vita, ed è per questo che molti giovani sognano la loro rivalsa attraverso lo sport da combattimento, che da sempre, proprio come nel film Rocky, offre un’occasione di riscatto. Basta vedere l’altissimo numero di immigrati di seconda generazione o di stranieri presente tra i praticanti nelle palestre italiane: sono ragazzi in cerca di una loro collocazione sociale, che trovano nelle MMA un modo per dare senso alla loro esistenza».

Ma una storia alla Rocky è davvero possibile grazie alle MMA?
«L’idea che a suon di cazzotti si possa ribaltare il proprio status sociale è un po’ romantica ed idealizzata: un team solido, un manager, una promotion che creda in te e ti valorizzi sono elementi fondamentali per il successo. Ma sicuramente oggi le MMA sono uno sport molto più democratico di altri, in grado di accendere la fantasia e i sogni di gloria di una generazione intera. Con IFC cerchiamo di dare una possibilità a chi se la merita davvero».

Ma perché storie sportive italiane esemplari come quella di Carlo Pedersoli jr o di Stefano Paternò fanno così fatica ad essere raccontate?
Perché l’Italia è l’unico Paese rimasto dove le MMA sono completamente trascurate dai media main-stream?
«Perché i media italiani sono troppo anziani per accorgersi di quanto le MMA, i suoi atleti, le sue storie umane e sportive siano incredibilmente contemporanee. Per mancanza di curiosità, purtroppo, rifiutano di studiare e approfondire l’aspetto tecnico della disciplina, che è estremamente complesso, e si fermano alla superficie. C’è da dire che prima non ne parlavano affatto mentre ora – a causa dei numeri enormi che le MMA fanno registrare sul web – sono obbligati a parlarne sporadicamente, facendo spesso figure barbine. Prima o poi - e parlo non solo del giornalismo sportivo – il sospirato ricambio generazionale accadrà: quel giorno i media cominceranno a occuparsi seriamente di MMA».

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