Tim, Cassa Depositi e prestiti incorona Elliot: è tornato lo Stato telefonista

Elliott conquista il Cda di Telecom con l'appoggio determinante di Cassa depositi e prestiti. Una svolta che, con lo Stato che duella col mercato e il ritorno del protezionismo, incarna alla perfezione lo spirito del tempo

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MIGUEL MEDINA / AFP

5 Maggio Mag 2018 0745 05 maggio 2018 5 Maggio 2018 - 07:45
WebSim News

È il segno dei tempi, anzi è lo spirito del tempo, un’epoca in cui la politica prende il primo posto, lo stato torna a duellare con il mercato, risorge il protezionismo e suonano le fanfare di un tardo nazionalismo. L’alleanza tra un fondo attivista come Elliott e una istituzione che fa capo al governo come la Cassa depositi e prestiti, tra gli applausi da stadio dei piccoli azionisti e la benedizione dei partiti anche di quelli che poco tempo fa chiamavano “avvoltoi, vampiri, cavallette” i veicoli finanziari anglo-americani, insomma un ribaltone del genere in Telecom Italia (oggi Tim), non sarebbe stato possibile quando imperavano le privatizzazioni e le liberalizzazioni. Dieci a cinque: Vivendi è in minoranza nel consiglio di amministrazione, Vincent Bolloré viene sonoramente sconfitto e con lui la grandeur della Francia. L’Italia spiega le vele al vento che spira in tutto il mondo occidentale, la finanza e l’industria saltano sul carro del vincitore. Finché vince.

Mettere nel suo più ampio contesto la vittoria di Elliott e della Cdp è necessario per capire il significato di una operazione che, invece, dal punto di vista strettamente industriale è ancora tutta da definire. Il piano presentato dall’amministratore delegato Amos Genish è stato confermato e il capo azienda è rimasto al suo posto, ma bisognerà attendere la distribuzione delle deleghe per capire il vero equilibrio interno. E dovremo aspettare che venga messo all’ordine lo scorporo della rete telefonica per comprendere che cosa cambierà e a favore di chi. Perché è chiaro che, nonostante le dichiarazioni di circostanza, molto cambierà.

È il segno dei tempi, anzi è lo spirito del tempo, un’epoca in cui la politica prende il primo posto, lo stato torna a duellare con il mercato, risorge il protezionismo e suonano le fanfare di un tardo nazionalismo

Il testacoda di Vivendi avviene all’insegna di una logica di sistema e ha parecchie ricadute anche in un’area limitrofa come quella della televisione. Balza subito in mente la sorte di Mediaset dove Bolloré con Vivendi possiede una quota del 29,9 per cento in parte congelata in un blind trust. Elliott, che ha in mano di fatto anche il Milan, ed è rappresentato da Paolo Scaroni, può essere definito un fondo amico di Silvio Berlusconi. Un nuovo amico, mentre il vecchio amico Bolloré viene ormai considerato un pirata e un traditore. Per il finanziere bretone, la cocente sconfitta in Telecom ad opera di una operazione a tenaglia che vede coinvolto il governo a difesa dell’interesse nazionale è un messaggio chiaro. Del resto, Mediaset è un’azienda sensibile ad alto interesse nazionale, una definizione coniata nel lontano 1999 da Massimo D’Alema e mai smentita a sinistra come, naturalmente, a destra.

Chiaro il messaggio, dunque, in senso neo-protezionista. Da chiarire meglio il progetto aziendale. E soprattutto occorre accendere i riflettori sulle sorti della rete. Lo scorporo servirà a dare un futuro a Open Fiber, la joint venture tra Enel e Cdp che doveva portare la banda extralarga dalle Alpi al Lilibeo. Un progetto che, a quanto sembra, non ha rispettato le ambizioni (eccessive) con le quali era nato. La rete resterà nel perimetro di Tim? Con quale valore e quanti debiti? Sarà aperta a tutti gli operatori? Produrrà utili o perdite? È stato fatto spesso l’esempio di Terna, ma in quel caso le bollette rispondono a tariffe amministrate, la rete telefonica dovrà conquistarsi i propri clienti, alcuni dei quali sembrano puntare piuttosto su un matrimonio tra fisso e mobile a favore di quest’ultimo.

Resta il fatto che Telecom Italia ha cambiato di nuovo patron ed è accaduto ancora una volta in coincidenza con un cambiamento negli equilibri politici del paese. Avvenne nel 1997 con Romano Prodi e la privatizzazione attraverso il “nocciolino duro”, poi Massimo D’Alema diede il via libera a Roberto Colaninno, Marco Tronchetti Provera arrivò mentre Silvio Berlusconi vinceva le elezioni, gli spagnoli di Telefonica con il ritorno di Romano Prodi, quanto a Bolloré s’è infilato in un momento di passaggio confuso tra Enrico Letta e Matteo Renzi. E adesso, nuova stagione politica, nuova musica nell’ex monopolista. Con la novità che a vent’anni di distanza torna lo stato telefonista. Altro che vittoria del mercato.

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