Debray, non se ne può più degli ex rivoluzionari che rimpiangono il '68

L'ultimo in ordine di tempo è l'intellettuale francese Régis Debray, che si arruolò in Bolivia con Che Guevara. Un pensatore raffinato che nel suo ultimo libro fa ciò che fanno tutti i suoi coetanei: si guarda indietro e piange sul latte versato. Inutile nostalgia che non vale niente

68 Linkiesta
7 Maggio Mag 2018 1140 07 maggio 2018 7 Maggio 2018 - 11:40

Un uomo non si può discutere né giudicare. Almeno finché è a riparo del respiro. Però posso dire che mi sono rotto le palle. Il grande fuoco d’artificio del Sessantotto, cinquant’anni dopo, ci ha regalato una bibliografia pirotecnica. Fatene ciò che vi pare. Mandatela in cenere. Tra i personaggi più interessanti di quel tempo perduto c’è Régis Debray. Il suo personale Sessantotto, Debray l’ha fatto arruolandosi, a Cuba, tra le falangi di Che Guevara, nel tentativo di portare la rivoluzione in Bolivia. Il ‘Che’, come si sa, muore nell’ottobre del 1967 e Debray è accusato di essere il delatore, quello che ha fatto la soffiata giusta per beccare il guerrigliero. Con gli anni, Debray è diventato un pensatore sottile, un saggista di genio (leggetevi, tradotti in Italia, Dio, un itinerario e Il dialogo delle civiltà), ha collaborato con il governo Mitterand, è stato membro dell’Académie Goncourt, fino al 2015, quella che partorisce il premio letterario più prestigioso di Francia. Poligrafo, Debray, l’anno scorso, ha pubblicato Le nouveau pouvoir, in cui ragiona sul successo elettorale di Macron – in Italia l’ha da poco pubblicato Franco Angeli come Il nuovo potere – e Civilisation (di cui abbiamo già parlato su questo foglio digitale), in cui schianta il mito americano comparato alla decrepitezza dell’etica europea. I libri di Debray, mente raffinata, un nipotino di Montaigne, sono quasi sempre ispirati. Questa volta, però, il saggista un tempo ‘guevarista’ inciampa nella tautologia nostalgica. Fa quello che fanno tutti quelli della sua età. Si guardano indietro. Frignano sul latte versato. Rimpiangendo l’infanzia. “Il bilancio della mia generazione non è molto brillante, quello per cui ci siamo impegnati esiste nel regno del fantomatico e dell’irreale. Noi giovani politicizzati degli anni Cinquanta e Sessanta ci siamo esauriti in uno spettacolo di fuochi d’artificio, e ‘artificio’ è la parola centrale del Sessantotto”. Eccoci ancora qui. L’ennesimo sessantottino che ha creduto nella ‘rivoluzione’, ritrovandosi, ora, nel peggiore dei mondi possibili. Il nuovo libro di Debray s’intitola Bilan de faillite (Gallimard, pp.160, euro 15,00), ed è redatto secondo l’abusato cliché della ‘lettera al figlio’ (“Tu hai sedici anni, io settantasei. Un abisso”). “Siamo sempre in difetto rispetto alle nostre attese, c’è sempre un divario tra ciò a cui miriamo e ciò che raggiungiamo. Nel mio caso, lo scarto è tale che ho pensato di doverlo descrivere”. La vita, tuttavia, non è mai raggiungere ciò a cui si mira, è una ricerca, una rincorsa continua: il savio Debray potrebbe evitarci tali pensieri da scatola di confetti. Il tema centrale, attraversando Debray, è questo.

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