I sessanta giorni più stupidi della nostra Repubblica

Dalle elezioni in poi abbiamo assistito all’esibizione di una classe politica inutile. Tutti, da Di Maio, a Salvini, a Renzi accomunati dall'idea di non volersi prendere responsabilità, e di non giocarsi le opportunità che hanno. Finirà malissimo

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7 Maggio Mag 2018 0755 07 maggio 2018 7 Maggio 2018 - 07:55

«Se la democrazia rappresentativa fallisce – dicendo a un movimento come il nostro “andatevene fuori perché siete il Movimento 5 Stelle” e non “perché non avete i voti”, perché siamo la prima forza politica – e allora dovremo inventarci qualche altra cosa». Ci mancava solo quest’ultima perla di Luigi Di Maio, intervistato a In Mezz’Ora da Lucia Annunziata, per mettere la ciliegina sulla torta su questi sessanta giorni di delirio politico, figli delle elezioni del 4 marzo scorso. Un nonsense più stupido che pericoloso - se hai preso il 32% non hai i voti, Di Maio -, che suggerisce il tono di una campagna elettorale prossima ventura: dalle promesse assurde si passerà alle minacce assurde. Si può sempre fare peggio.

Ma se in cuor vostro credete che il buon Giggino possa davvero essere un novello Mussolini - dopo aver creduto potesse essere un novello De Gasperi - forse davvero la state sopravvalutando, questa classe politica. State sopravvalutando Di Maio e il Movimento, una banda di miracolati senza alcun radicamento, senza alcuna rappresentatività, senza alcuna piattaforma politica, senza alcuna idea su come capitalizzare un risultato elettorale pazzesco come quello del 4 marzo, prigioniera del suo stesso armamentario simbolico e dell’esasperazione del proprio elettorato. Una forza politica seria - o, pericolosa: fate voi - sarebbe in carica già da un bel pezzo, con quei voti. Questi stanno solo prendendo tempo perché non sanno cosa fare.

State sopravvalutando pure Salvini e Berlusconi, peraltro. Il primo, incapace di scrollarsi di dosso il Cavaliere più debole di sempre, ancora in grado, nonostante tutto, di dettare l’agenda politica del centrodestra. Il secondo, Berlusconi, leader di una forza politica pressoché inesistente come mai lo è stata, probabilmente destinata alla sparizione alla sua uscita di scena. Probabilmente, dicono quelli bravi, Salvini lo sa e ha buon gioco nel prendere tempo, sapendo che tutto quello spazio politico un giorno sarà suo. Così facendo, tuttavia, rinuncia a giocarsi la sua grande occasione, oggi.

Cosa rimane, allora, di questi sessanta stupidi giorni? Un Presidente della Repubblica che cerca di reggere il colpo e di indirizzare lo stallo politico verso un esito in grado di rassicurare i mercati e le cancellerie estere, insediando a Palazzo Chigi un parruccone che potrebbe solo peggiorare il livello di sfiducia che il Paese nutre per le istituzioni

Per quanto sia difficile farlo oggi, dal basso del peggio risultato della sinistra italiana di sempre, state sopravvalutando pure Matteo Renzi e il Partito Democratico, immaginando qualsivoglia esito che possa prendere la scelta di non giocare alcun ruolo, o quasi, in questi sessanta giorni da neurodeliri. State sopravvalutando il fatto che il Pd, questo Pd, possa rilanciarsi dall’opposizione, ad esempio. E la prova regina è la totale assenza dal dibattito pubblico nei giorni dei primi abboccamenti tra Salvini e Di Maio. Un Pd così, senza leader, senza visione, senza il benché minimo legame coi corpi sociali di questo Paese, non ha alcuna speranza di rilanciarsi. E nemmeno ce l’ha il tanto evocato tentativo renziano di fare lo strappo a là Macron, formando un movimento nuovo, a destra del Pd, in grado di prendersi il suo elettorato e di sostituirlo nell’attuale quadro politico. Non ce l’ha, semplicemente, perché Renzi non ha alcuna spinta propulsiva. E perché, altrettanto semplicemente, quell’operazione l’hanno già fatta Grillo e Casaleggio, qualche anno fa.

Cosa rimane, allora, di questi sessanta stupidi giorni? Un Presidente della Repubblica che cerca di reggere il colpo e di indirizzare lo stallo politico verso un esito in grado di rassicurare i mercati e le cancellerie estere, insediando a Palazzo Chigi un parruccone che potrebbe solo peggiorare il livello di sfiducia che il Paese nutre per le istituzioni. E un popolo che, visto il livello della sua classe politica, si è definitivamente convinto di non avere alcuna responsabilità dello stato in cui versa il Paese, auto condannandosi a credere a chiunque proporrà formule assolutorie, anziché a chi metterà al centro della propria agenda le vere priorità per il rilancio del Paese, dalla revisione della spesa pubblica a un poderoso investimento in istruzione e ricerca. Allacciate le cinture, quindi, perché i prossimi sessanta giorni, e i sessanta successivi, e quelli dopo ancora, rischiano di essere pure peggio. Comunque andrà, andrà malissimo.

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