Ci mancherai, Gentiloni: più che un premier sei un amico. Anzi, un maggiolone

Su Gentiloni non si può sparare, occorre soltanto ammirarne il distacco, lo sguardo pacificato. Non suscita invidia sociale. È il compagno di palestra perfetto. L’autista perfetto. Anzi è l’automobile più pacioccona di tutte: il Maggiolone

Gentiloni Linkiesta

Paolo Gentiloni (JOHN THYS / AFP)

8 Maggio Mag 2018 0735 08 maggio 2018 8 Maggio 2018 - 07:35

Eureka! Se volessimo assimilare Paolo Gentiloni a una vettura, dovremmo immaginarlo, metti, come un Maggiolone, l’auto che non può non suscitare empatia, sia per la forma da tinozza rovesciata sia perché incarna la quiete del viaggio. La pianura, appunto. L’agriturismo, con incluso tennis club, da raggiungere laggiù, come ultima tappa rigenerante. E ancora, parafrasando, non a caso, una storica pubblicità, pensando alla sua seraficità da dromedario, si potrebbe aggiungere che “… e no, su Gentiloni non si può”. Esatto, non si può sparare, occorre soltanto ammirarne il distacco, lo sguardo pacificato, la sensazione che la metafora più prossima all’uomo inquadri ancora un elastico lento da felpa grigia, completo coordinato da doppio su terra battuta, Gentiloni lì pronto ad affrontare la schiacciata, forse perfino la volée. Un elastico allentato come punto di forza morale e tattica, dunque. Per lui, alla fine del suo Governo che come ha detto il Presidente Sergio Mattarella decadrà subito, restano infatti unicamente parole di ammirazione riferite all’indole, al passo, all’incedere della persona e del personaggio, il circonflesso delle sue sopracciglia dinanzi all’insolubilità dei nodi governativi.

Restando nelle allegorie politiche prese in pestito da Quattroruote, non sarebbe male che a guidare la nostra utilitaria ci fosse proprio un uomo percepito come rassicurazione vivente: “Paolo, io dormo un po’, ti spiace?” E lui: “Figurati caro, a me guidare rilassa, dormi pure, ti sveglio appena arriviamo a Fiuggi, dormi, dormi…”. Il dialogo immaginario è destinato a concludersi così: “Paolo, non mi dire che siamo già a Zagarolo? Un attimo ed è Fiuggi!”

Paolo Gentiloni è forse tra i rari casi che avvistiamo nel coté politico in cui non è d’obbligo invidiarne le pubbliche fortune, le cariche, le opportunità raggiunte; nato in una famiglia patrizia, come nulla fosse, si è ritrovato infine presidente del Consiglio, non è da tutti. Nella sua terra di mezzo, accanto al ginnasio-liceo “Tasso” (dove lo rammentano in eskimo e capelli lunghi, alto, magro, silenzioso) c’è da riferire la militanza nei gruppi della sinistra extraparlamentare, tra maoismo e catto-mariocapannismo, oppure, scrutando all’indietro negli annali di famiglia, troviamo l’antenato marchigiano, Domenico Gentiloni Silverj, musicista, già Guardia nobile del Papa che nel 1846, in occasione dell’elezione di Pio IX, compose l’opera L’Armonia religiosa.
In tempi più recenti, essendo Gentiloni tra i residenti dell’inenarrabile Roma, qualcuno, cinico, chioserebbe: “…alla fine di tutto, hai visto che culo che ha avuto quello, come se chiama? Quello, sì, Gentiloni, zitto zitto!”, e subito, il compare, di rimando, “… e tu de questi te devi da preoccupà!”.

Se volessimo assimilare Paolo Gentiloni a una vettura, dovremmo immaginarlo, metti, come un Maggiolone, l’auto che non può non suscitare empatia, sia per la forma da tinozza rovesciata sia perché incarna la quiete del viaggio

No, su Gentiloni non si può. Con lui l’autoclave plebea, piccolo borghese dell’invidia, perfino del doveroso risentimento di classe, ciò che un tempo, citando un film di Elio Petri, era detto marxismo-mandrakismo, cioè bramare la “roba” del padrone, cominciando dalla sua femmina, con Gentiloni non scatta, diversamente con ciò che accade invece al sentore di un Calenda. Nel caso di Calenda, immaginarne la matrice sociale, il pregiato mobilio di famiglia, i trumeau, le pergamene, le feluche, tutto ciò porta molti a sollevare forconi e cric delle antiche e nuove “jacquerie”, al contrario paradossalmente in presenza del nobiluomo Paolo Gentiloni Silverj nulla di ciò accade, anzi, sembra che pochi come lui custodiscano il talento che concede l’accondiscendenza altrui… C’è modo intanto di rivedere alla moviola la sua genesi politica.

Il primo rimando è a Francesco Rutelli, già compagno di strada, tuttavia se nel caso di “Cicciobello”, miglior sindaco toccato all’Urbe negli ultimi decenni, perfino la simpatia appariva un’aggravante agli occhi di un popolo mai sazio, una forma di non gradito piacionismo, ciò non accade invece con Gentiloni, misteri dell’empatia sociale, forse perfino di un basso profilo come tratto distintivo del soggetto, naturalezza vincente. Lo stesso si potrebbe dire raffrontandolo di altri colleghi di percorso, che magari hanno i difetto di andare a cavallo come Parsifal post-ecocomunisti sul bagnasciuga tra Chiarone e Ansedonia, e siano diventati, ormai, il poster archetipico dell’astio pop contro la “sinistra dei salotti” (sic) e invitino ai peggiori commenti fascio-lega-qualunquisti a 5 stelle, al contrario nessuno sembra mai indicare Gentiloni come male assoluto incarnato nel corpo del PD, non è poco.

Le sue guance di gomma pane, la sagoma del liceo “Tasso” in via Sicilia, le estati in terrazza con gli amici ecologisti in maglietta e pescura, il bla bla proprio del cazzarismo romano che non sembra conoscere intervalli o epifanie, e Gentiloni ancora lì, premier in pectore per semplice spirito di servizio, lontano da ogni forma di compiacimento

Se per un istante almeno proviamo a visualizzare, come versione capitolina dei Finzi Contini, la mitografia dei Gentiloni, il piano-sequenza fa scorrere la Roma gentilizia dei quartieri “umbertini”, e Paolo lì: le sue guance di gomma pane, la sagoma del liceo “Tasso” in via Sicilia, le estati in terrazza con gli amici ecologisti in maglietta e pescura, il bla bla proprio del cazzarismo romano che non sembra conoscere intervalli o epifanie, e Gentiloni ancora lì, premier in pectore per semplice spirito di servizio, lontano da ogni forma di compiacimento. Impossibile riferirlo così all’altrove inenarrabile categoria degli ambiziosi spudorati; citando il Signor Bonaventura di Sto, fumetto ricalcato sulla Roma del quartiere Prati che molto assomiglia al nostro oggetto d’attenzione politica, Gentiloni non è né compiaciuto né “montato” come il Bellissimo Cecè, tantomeno prossimo all’invidioso Barbariccia o all’indegno Barone Partecipazio, Gentiloni, lo si è detto, rimanda a un dromedario-maggiolone saggio, con quel mezzo sorriso, con quell’accenno di espressione, lo immagini, appunto, mentre torna a casa dal torneo di tennis, l’aria fermamente ciondolante nella felpa grigia no-logo, Gentiloni surplace e insieme camminata veloce nonostante quell’elastico allentato, sembra infatti possedere le carte e la forza diesel del risolutore di problemi istituzionali inavvicinabili poiché come diceva quell’altro, “Governare gli italiani non è difficile, è inutile”. E solo gli stupidi non comprendono che persistere a ragionare sulle forme delle leggi elettorali è ormai pura perversione.

Se solo in un eventuale, provvidenziale, ma che dico, auspicabile referendum Repubblica-Monarchia che ristabilisca l'ordine delle cose, il posto di candidato Re non toccasse di diritto per ragioni imperscrutabili a un altro genere di uomo di mondo quale Paolo Mieli, Gentiloni lo vedremmo benissimo su un trono; per cominciare, subito nei panni di luogotenente generale del Regno, cone Umberto un tempo, se lo stallo delle consultazioni dovesse continuare ancora a lungo, fino allo sfinimento, non è detto che non ce la si faccia.

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