Elezioni o governissimo con Lega e Berlusconi: Pd, comunque vada sarà un disastro

L’incubo delle elezioni anticipate, senza un leader e nel pieno di una guerra interna. Oppure, stampella di un governo “neutrale” assieme al centrodestra, col rischio di lasciare campo libero all’opposizione. Per Renzi, Martina & co peggio non poteva andare. E non è solo colpa del destino

Partitodemocratico Linkiesta

Tiziana FABI / AFP

8 Maggio Mag 2018 0755 08 maggio 2018 8 Maggio 2018 - 07:55

“Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere”, diceva Igor in “Frankestein Junior”. E in effetti manca solo il diluvio sulla terrazza del Nazareno a suggellare lo psicodramma del Partito Democratico. Che oggi, dopo le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, vede all’orizzonte l’unica opzione che avrebbe voluto scongiurare, con tutte le proprie forze, l’unica che non si doveva avverare: quella del voto anticipato. E invece eccolo qua, lo spettro della seconda ecatombe alle urne nel giro di pochi mesi, dopo la batosta del 4 marzo, sempre che Salvini e Di Maio confermino la linea emersa prima e dopo le parole del presidente: subito a votare, già a luglio.

Roba da far tremare i polsi, a chi dovrà fare le liste, immaginiamo Maurizio Martina o un comitato da lui scelto, che rispecchino il caos e la balcanizzazione di queste ultime settimane. A chi dovrà candidarsi in collegi vinti di un soffio, come a Milano. A chi dovrà tornare dove già ha perso, come Marco Minniti a Pesaro, in un mese tradizionalmente gravido di sbarchi e barconi tra Libia e Italia. A chi dovrà sganciare di tasca propria i soldi della rielezione, visto lo stato in cui versano le casse del Partito. A chi stavolta toccherà raccogliere decine di migliaia di firme in estate, come gli alleati di +Europa. E a chi dovrà fare i conti, il giorno dopo, con la fisiologica, ulteriore emorragia di voti, in quello che si annuncia come uno scontro al calor bianco tra Movimento Cinque Stelle e centrodestra.

Roba da far tremare i polsi, a chi dovrà fare le liste, immaginiamo Maurizio Martina o un comitato da lui scelto, che rispecchino il caos e la balcanizzazione di queste ultime settimane. A chi dovrà candidarsi in collegi vinti di un soffio, come a Milano. A chi dovrà tornare dove già ha perso, come Marco Minniti a Pesaro, in un mese tradizionalmente gravido di sbarchi e barconi tra Libia e Italia. A chi dovrà sganciare di tasca propria i soldi della rielezione, visto lo stato in cui versano le casse del Partito

Roba da far tremare i polsi e cercare colpevoli, nella più nobile tradizione di Partito. Matteo Renzi, in primis, ovviamente, che con le sue dimissioni e la sua scelta aventiniana, a posteriori, ha cacciato i democratici nella peggior situazione possibile: corresponsabili dello stallo istituzionale, senza un leader riconosciuto. Oppure, a parti invertite, chi dall’interno ha bombardato il quartier generale dal 5 marzo in poi, restituendo al Paese l’immagine - estremamente realistica, a dire il vero - di un Partito balcanizzato, concentrato unicamente sulle sue guerre intestine. E ancora, chi tra mille distinguo e ambiguità, non ha avuto il coraggio di prendere una posizione chiara a favore di un’alleanza di governo - finanche un appoggio esterno - col Movimento Cinque Stelle nel corso dell’ultima direzione del Partito. Una scelta sbagliata per mille ragioni, ma che avrebbe garantito ai democratici qualche anno per leccarsi le ferite, darsi una linea politica, trovare una nuova leadership, ritessere le fila con gli alleati di una volta, l’associazionismo di riferimento di una volta, il popolo di una volta.

E invece no. Invece si rischia di andare a votare presto. A meno che. A meno che Forza Italia non convinca la Lega a sostenere il governo neutrale voluto da Sergio Mattarella. A meno che il Pd, o un pezzo di Pd, non decida di fare da stampella a un (mica tanto) neutrale governo di centrodestra, lasciando ai Cinque Stelle il campo dell’opposizione in solitaria, il presidio delle piazze e del dissenso, tutti i voti di sinistra prossimi venturi, a partire da quelli delle successive elezioni europee. Scegliete voi quale delle due opzioni sarebbe peggio, per il Pd. Se non ce la fate, siete abbondantemente giustificati.

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