Berlusconi è in agonia, ma rottamarlo ora è una missione (quasi) impossibile

Berlusconi, la pietra d’inciampo per l’accordo tra Lega e Cinque Stelle. Invecchiato, in un’Italia che non è più quella di Mediaset, indeciso. Il vero dramma del Cav va in scena in questi giorni

Berlusconi_LInkiesta
9 Maggio Mag 2018 0730 09 maggio 2018 9 Maggio 2018 - 07:30

C’è qualcosa di omerico e tardoimperiale al tempo stesso, nella contesa tutta italiana per la rimozione di Silvio Berlusconi dalla scena politica, nella disputa intorno al corpo di un sovrano ottuagenario percepito ora come un ostacolo vilipeso, ora come un passepartout da usare e nascondere per agevolare legittime nozze tra Lega e Cinque stelle. Perché Luigi Di Maio e i suoi non possono permettersi di servire ai propri elettori un governo che comprenda anche il Caimano da sempre detestato in pubblico e adesso concupito privatamente affinché si faccia da parte, si metta di lato, si nasconda almeno un poco. Come se si potesse celare l’enormità del Cavaliere e del berlusconismo: l’autobiografia ultima della nazione. Come se si potesse chiedere a lui, campionario vivente delle formidabili dismisure italiane, un gesto così smisurato come l’autoeliminazione senza alcuna resistenza. Non così, non in questa vita almeno.

E in effetti lui resiste, conscio di tanta sventura, stretto com’è nell’atroce dubbio: se immolarsi dietro le garanzie di non belligeranza assicurategli da Matteo Salvini, che lo tratta con un rispetto dovuto ma impaziente; oppure acconciarsi a un bagno di sangue estivo nelle urne anticipate, un’ordalia funesta che atterrisce i neoeletti di Forza Italia e una parte notevole dei maggiorenti. E non soltanto per via di un comprensibile istinto di sopravvivenza: qui in gioco c’è l’accelerazione tempestosa degli eventi che, per legge di natura, conducono all’alternarsi dei mondi, al susseguirsi dei cicli, alle successioni di scettri e reami. E’ un fatto anche anagrafico.

Il regno berlusconiano, troppo spesso dato per dissolto nell’arco degli ultimi tre lustri, ha toccato forse un punto limite di là dal quale fino a ieri c’era una terra incognita che spaventava i deboli di cuore, e oggi invece ci sono la Lega e gli altri sovranisti che si guardano negli occhi con i barbari pentastellati

Il regno berlusconiano, troppo spesso dato per dissolto nell’arco degli ultimi tre lustri, ha toccato forse un punto limite di là dal quale fino a ieri c’era una terra incognita che spaventava i deboli di cuore, e oggi invece ci sono la Lega e gli altri sovranisti che si guardano negli occhi con i barbari pentastellati, ancora indecisi se abbracciarsi o sbranarsi a vicenda. Questi ultimi sono giovani, energici, talvolta ineducati nell’accostarsi al sovrano di Arcore senza percepirne il sussulto diffidente, l’angosciata attesa di una monumentalizzazione pubblica sinora negata, la pretesa di neutralità verso la fragile opulenza delle sue imprese, da Mediaset in giù. È complicato anche soltanto dialogare con l’ossessiva luce di grandezza in cui si è racchiuso Berlusconi. Lo è per gli attempati subalterni d’ogni ordine e grado che ne hanno via via introiettato i canoni estetici e il gigantismo caratteriale, figurarsi per la variegata tribù digitale che si è appena affacciata con improntitudine sulla scena del potere, con l’orecchino e la barba incolta, la felpa o i tatuaggi e il linguaggio al passo con i tempi, in sintonia con un sentire comune che non soffia più nelle stanze di Arcore o di Palazzo Grazioli.

È una questione anagrafica, dicevo. Perché intorno alle sorti dell’ottuagenario Berlusconi, al suo corpo psichico e alla sua vicenda storica comunque inamovibile, si stanno chinando premurosi due coetanei di pari grado (altissimo) e diverso parere, se sono vere le ricostruzioni dei bene informati. Gianni Letta e Fedele Confalonieri sono più che amici del Cavaliere, più che sodali fra loro, più che consanguinei in quanto frutto d’elezione, adozione umana e selezione di affetti cresciuti nella condivisione delle intraprese. Sta qui il lato tragico della faccenda. Dipende anche da loro l’epilogo di un sogno che ha tagliato a metà l’Italia, e che tutto può meritare tranne l’indifferenza con la quale si disbriga un affare corrente, una pratica notarile. Ebbene oggi Letta sarebbe il duro e Confalonieri il morbido, paradossale inversione di caratteri prima ancora che di ruoli. Letta suggerirebbe di resistere al soffocante abbraccio persuasivo di Salvini e alla pressione escludente dei grillini, ai suoi occhi un inglorioso oltraggio inflitto da gente con natali incerti e curricula oscuri. Confalonieri consiglia realismo, fa appello al senso pratico e aziendalista del cumenda che palpita in Berlusconi: sono ragazzi scapigliati, frettolosi, forse cafoni, ma il presente è loro e il futuro può riservare ancora un posto per tutti, a patto di metterli alla prova, lasciarli fare, carezzandone l’ambizione. Quasi a ripetergli: Silvio, siamo stati giovani anche noi, lo sai come funziona e prima o poi doveva accaderci. Ma nulla è perduto, se non si pretende di conservare tutto.

Intorno alle sorti dell’ottuagenario Berlusconi, al suo corpo psichico e alla sua vicenda storica comunque inamovibile, si stanno chinando premurosi due coetanei di pari grado (altissimo) e diverso parere, se sono vere le ricostruzioni dei bene informati. Gianni Letta e Fedele Confalonieri

Si può soltanto immaginare quel che agita le viscere berlusconiane, l’orgoglio inestinguibile di aver portato il sole in tasca e lo sconcerto nel vederselo rotolare giù. Lui che ha saputo sopravvivere a cinque colpi di Stato, malanni seri a varie riprese, due divorzi, una statuetta del Duomo sui denti, processi come grandine e una condanna definitiva espiata fra gli anziani di Cesano Boscone. Lui che, espulso dal Parlamento, ancora si protende tenace verso la riabilitazione come fosse un punto di non ritorno, il prologo di un congedo più giusto, più a misura di Cavaliere.
Come non avvertire nell’aria questo suo inconsulto stupore? Come non rispettarlo? Se pure non sia più possibile assecondarne l’inerzia personale che lo vorrebbe al centro dell’universo, levigato e brillante come uno spot dei suoi gloriosi anni Ottanta, nessuno ha il diritto di disfarsene, di aggirarlo o raggirarlo per ottenerne la quiete inoffensiva, il ritiro bonario, la pensione dell’anima. Convincerlo, semmai. Ecco, questo si dovrebbe. Ma si può?

Potrebbe interessarti anche