La sindrome di Theresa May: ecco perché Salvini e Di Maio rischiano tutto se si va al voto

M5S e Lega guardano ai sondaggi favorevoli e invocano un altro voto. Ma alla rapidità delle loro leadership corrisponde anche una crescente imprevedibilità dell'elettorato. Ne sa qualcosa il primo ministro britannico, che chiese un referendum sul suo governo

Theresa May Linkiesta

MARK SCHIEFELBEIN / POOL / AFP

9 Maggio Mag 2018 0745 09 maggio 2018 9 Maggio 2018 - 07:45

Potremmo chiamarla la sindrome di Theresa May. Quando era al governo da appena un anno, dopo la vittoria della Brexit al referendum voluto ma anche maldestramente perduto dal suo predecessore David Cameron, il primo ministro britannico decise di andare alle elezioni anticipate per incassare il grande favore popolare di cui il governo conservatore era accreditato dai sondaggi. Un nuovo referendum, ma su di sé, perché il mandato a negoziare l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea fosse chiaro, netto, democratico. E le offrisse la guida di un esecutivo espressamente definito strong and stable. Appena un anno fa. Solo che il popolo, quello stesso popolo che aveva fatto pendere la bilancia a favore della Brexit e che era dalla parte del primo ministro in tutte le rilevazione statistiche, alle urne è stato vicino al ribaltone. La sindrome di Theresa May è quella che - probabilmente - sta agitando i sonni dei leader politici italiani, in queste notti di incerte trattative sulla formazione del nuovo governo: davvero elezioni anticipate, convocate a pochi mesi da quelle precedenti, caso unico nella storia nazionale, darebbero un voto plebiscitario ai vincitori azzoppati del 4 marzo?

La risposta a questa domanda sarà una degli elementi decisivi nella nascita o meno di una maggioranza parlamentare. Sia il Movimento 5 Stelle, primo partito con il 32,7% dei voti, sia la Lega (ex Nord), primo partito della prima coalizione con il 17,4%, sono sicuri di avere dalla propria parte i sondaggi. Lo spirito del tempo è con loro. La sostanziale inesistenza politica degli avversari, pure. La formazione guidata da Luigi Di Maio può aver patito qualche contraccolpo di immagine dalla politica dei due forni, sicuramente ha raccolto molti meno consensi alle recenti elezioni Regionali in Molise e Friuli Venezia Giulia. Nei sondaggi resta però attaccato al risultato del 4 marzo. Più netto ancora il trend del partito guidato da Matteo Salvini, che praticamente da due mesi ha superato il 20% e sembra aver doppiato Forza Italia, certificando la fine dell'egemonia di Silvio Berlusconi nel centrodestra. Guardato in negativo, il quadro delle forze in campo indica anche la continua erosione di voti proprio di Forza Italia e del Partito Democratico, rimasti senza leadership carismatiche. Ma Di Maio e Salvini possono essere sicuri che questo consegnerebbe automaticamente il Paese nelle loro mani dopo un nuovo turno di elezioni?

Guardato in negativo, il quadro delle forze in campo indica anche la continua erosione di voti di Forza Italia e anche del Partito Democratico, rimasti senza leadership carismatiche. Ma Di Maio e Salvini possono essere sicuri che questo consegnerebbe automaticamente il Paese nelle loro mani dopo un nuovo turno di elezioni?

Rispetto al caso della May, che pure è ancora primo ministro del Regno Unito, nella situazione italiana ci sono due differenze non da poco. La prima è che il sistema di Westminster è meno frammentato. La seconda è che i Conservatori hanno pur sempre un grande avversario, con un leader sottovalutato ma riconosciuto: i Laburisti di Jeremy Corbyn. Non è da dimenticare che alla vigilia della campagna elettorale dello scorso anno i sondaggi indicassero un rapporto di forze fra i due partiti del 44% contro il 26% diventato, alle elezioni, una risicata vittoria della May con il 42,4% sul 40%, tanto da costringerla a un'alleanza con il piccolo partito unionista nord-irlandese. Ma chi sarebbe il Corbyn italiano? Insomma, non si può paragonare Roma a Londra, ma i due casi impongono comunque qualche elemento di riflessione.

Quando si interpella il popolo, bisogna anche rispondere al suo mandato. Tornare a interpellarlo per investirlo della stessa responsabilità su cui si era chiesto in precedenza il suo voto può essere un messaggio di debolezza. O di inaffidabilità. E poi c'è la questione della velocità. Tutta la politica contemporanea, o quasi, si gioca sulla velocità. Su leadership nate, cresciute e sbocciate sotto gli occhi del pubblico, sferzate dalla cronaca quotidiana, amalgamate agli alterni umori dei propri elettori. Leadership che non possono rallentare, non possono uscire dalla logica della mobilitazione permanente, dell'emergenza senza fine. Ma se anche gli elettori sono diventati così, come si può date per scontata la loro fiducia?

Cinque Stelle e leghisti ci ragioneranno fino alla fine. E avranno davanti due possibili scenari: allearsi adesso o farlo senza più scuse dopo nuove elezioni, se quel voto plebiscitario che hanno sempre sognato non arriverà nemmeno stavolta, nemmeno dopo aver invocato un “ballottaggio” fra di loro. Una terza volta, gli elettori non perdonerebbero.

Twitter: @ilbrontolo

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