Pazzi per le vitamine: compriamo più integratori che tachipirine e aspirine

Li consumano tre italiani su quattro. In un anno si vendono 170 milioni di scatole. Attenti, però, a pubblicità ingannevoli ed etichette dei prodotti: il mercato è cresciuto a doppia cifra, ma con poche regole. L’Unione nazionale consumatori ha stilato una guida al consumo

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(Pixabay)

11 Maggio Mag 2018 0745 11 maggio 2018 11 Maggio 2018 - 07:45

Depurare il fegato, sgonfiare la pancia, migliorare la circolazione, combattere la cellulite. Non riusciamo a fare più a meno degli integratori alimentari, che ormai hanno conquistato gli scaffali di farmacie e supermercati. Ne fanno uso tre italiani su quattro, e ogni anno vengono vendute 170 milioni di scatole. Un giro d’affari da 2,5 miliardi di euro, per prodotti non sostenuti dal sistema sanitario pubblico, che «ormai hanno quasi superato il mercato di farmaci di automedicazione, come la tachipirina o l’aspirina», dice Alessandro Golinelli, presidente di Integratori Italia, l’associazione che fa parte di Aiipa (Associazione italiana industrie prodotti alimentari) che raduna 40 aziende del settore. «Con consumatori più evoluti, si assiste a un minor consumo di farmaci e a uno spostamento verso gli integratori».

Ma in un mercato in piena crescita e popolato da circa 1.500 aziende, molte piccole o piccolissime, i pericoli di perdersi tra cocktail di zenzero, curcuma e proteine sono dietro l’angolo. Spesso legati a mirabolanti diete, che promettono di far cadere in picchiata l’ago della bilancia. Tant’è che l’Unione nazionale consumatori (Unc) ha appena creato una guida al consumo e un’app per orientarsi nel mondo di pastiglie e bibitoni, che spesso promettono falsi effetti miracolosi. «C’è la necessità di divulgare questi prodotti in modo corretto», spiega Massimiliano Dona, presidente di Unc. «In questo mercato circolano spesso informazioni non veritiere, pubblicità scorrette, ingannevoli, oltre che allusive. E i consumatori che si rivolgono a noi, con i loro quesiti, danno spesso prova di superficialità e scarsa conoscenza dell’argomento».

Gli integratori sui quali gli italiani cercano più informazioni sono quelli per dimagrire, aumentare la performance muscolare e quella sessuale. «Spesso le pubblicità promettono effetti immediati, come “la pancia piatta in tre settimane”», dice Dona. «I consumatori sono attratti dall’idea del “tutto subito”. Una volta individuati messaggi ingannevoli come questi, noi li denunciamo all’Antitrust».

Il web rimane la fonte principale di informazioni sugli integratori per oltre la metà dei consumatori (51%), seguito solo dopo dal medico di base (47%) e dal farmacista (40%). Ma nella ricerca di notizie online su come migliorare il proprio benessere, le notizie false sono sempre in agguato. «Non solo quelle super positive, tipo “questo ti fa vivere più a lungo”», spiega Giovanni Scapagnini, professore di Biochimica all’Università del Molise, «ma anche le fake news in negativo come “gli omega 3 fanno male”, che sono le più pericolose». Se su Google si scrive “integratori alimentari”, le ricerche più effettuate sono “fanno ingrassare”, “fanno dimagrire”, “fanno male al fegato”, “fanno male ai reni”, “fanno male al cuore”.

Il mercato che si è espanso a vista d’occhio nel giro di poco tempo e con poche regole: oggi la crescita si è stabilizzata al 3-4% annui, ma fino a pochi anni fa si registrava un +10-12 per cento

Delle 1.500 aziende protagoniste del mercato italiano, oltre la metà italiane sono italiane. Ma i brand forti, a conti fatti, sono pochi. Così come i prodotti: i più richiesti sono i fermenti lattici e i multivitaminici. I primi dieci prodotti e aziende coprono gran parte del mercato, che per il resto poi è molto frammentato.

Un mercato che si è espanso a vista d’occhio nel giro di poco tempo: oggi la crescita si è stabilizzata al 3-4% annui, ma fino a pochi anni fa si registrava un +10-12 per cento. «Un’escalation tumultuosa poco controllata», dice Golinelli. «Con aziende che non sempre puntano a una comunicazione trasparente e alla qualità dei prodotti». Ci sono aziende che promettono effetti mirabolanti; e prodotti, potenzialmente identici, che a conti fatti poi sono molto diversi. Le norme che regolano il settore in realtà non sono poche, sia a livello europeo sia nazionale. E nel nostro Paese il ministero della Salute ha addirittura costituito un registro nazionale degli integratori alimentari, che elenca i prodotti regolarmente notificati per l’immissione sul mercato italiano.

L’associazione Integratori Italia, da parte sua, ha stilato un codice deontologico per i suoi 40 associati e delle linee guida sulla qualità dei prodotti. Oltre a mettere a punto un progetto di formazione per i medici di medicina generale, che oltre a essere scarsamente consultati dai consumatori sono spesso anche poco preparati sull’argomento. Anche perché, spiega Golinelli, «il profilo del consumatore degli integratori alimentari è culturalmente medio alto: sono persone già attente a quello che mangiano e che fanno attività fisica». E con un portafoglio adeguato, visto che i prezzi degli integratori possono essere anche molto alti.

«Quello che bisogna tenere a mente è che non sono sostituti degli alimenti o di uno stile di vita sano, ma aggiunte positive», precisa Scapagnini. «Con gli integratori non si sostituisce nulla, non si curano malattie, piuttosto si allontanano. Ecco perché hanno un impatto importante sulla salute pubblica, soprattutto per ciò che riguarda le patologie croniche dell’invecchiamento». Certo, aggiunge Scapagnini, «ci sono sostanze che hanno un’azione diretta su alcuni fattori di rischio, altre che hanno solo un impatto sul benessere globale. È necessario puntare sulla qualità degli integratori, ma dando per assodata la sicurezza. Il rischio tossicità per questi alimenti è quasi nullo. Come per le mele: bisognerebbe assumerne 2 tonnellate per star male».

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