Quattro consigli alla sinistra per evitare di strozzarsi coi popcorn

Un partito condannato all'irrilevanza che passa il tempo a discutere e litigare su retroscena (veri o presunti) e candidature, e a puntare il dito contro gli altri. E se fosse meglio cominciare a occuparsi davvero di alcuni problemi concreti?

Delegazione PD 1
11 Maggio Mag 2018 0750 11 maggio 2018 11 Maggio 2018 - 07:50

Non abbiamo ricette, né bacchette magiche in regalo per ridare un ruolo e uno spazio politico alla sinistra italiana, sprofondata nel gorgo del peggior risultato di sempre alle elezioni politiche dello scorso 4 marzo e ora all’opposizione di una grosse koalition tra Cinque Stelle e Lega. Non abbiamo ricette, né bacchette magiche, ma qualche consiglio sì. Ad esempio, eviteremmo di polemizzare su retroscena come i pop corn per tutti - frase attribuita a Renzi, contestata da Martina, smentita da Renzi - come se davvero valesse la pena finire sui giornali per questioni così. Allo stesso modo, tuttavia, eviteremmo di andare in televisione a chiederci «come Salvini giustificherà all’operoso veneto che andrà a pagare il reddito di cittadinanza a quello che rimane a casa sul divano», come ha fatto lo stesso Renzi, che evidentemente non empatizza granché con quel 19,6% di forza lavoro meridionale in cerca (invano) di un’occupazione.

Già che ci siamo la smetteremmo di parlare del reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle come se fosse un reddito universale di base erogato indiscriminatamente a chiunque, e cominceremmo a trattarlo per quel che è: ossia una proposta di sussidio di disoccupazione condizionato tale e quale a quello che Marco Biagi - un riformista, di sinistra, che stava lavorando col centrodestra - aveva descritto nel suo Libro Bianco nel 2002. Chissà, magari potremmo pure votarlo.

Andiamo avanti con i consigli: ci avanzasse del tempo libero, non sarebbe male fare un salto a Taranto, dopo tanto tempo dall’ultima volta, per provare a ricomporre la rottura tra un Ministro dello Sviluppo Economico (che ha la tessera del Pd) e i sindacati metalmeccanici confederali a un passo dalla conclusione dell’eterna vertenza Ilva. E pure per tornare a farci vedere in mezzo a gente che è stata e continua a essere costretta a scegliere tra la salute propria e dei propri cari e un posto di lavoro, anche solo per dirgli che non saranno mai soli. Sarebbe più utile e sensato dell’ennesima battaglia tra partito e sindacato a colpi di chi è meno adeguato e meno rappresentativo all’interno della società. Idea: e se vi aiutaste reciprocamente a tornare forti? Così, anche solo per evitare il rischio concreto di 4000 esuberi.

Ben che vada, già così avremmo di che combattere per qualche anno. Mal che vada, sono tutte cose che terrebbero lontani dalla tentazione di polemizzare sulla leadership, scornarsi esclusivamente sulle candidature, di irridere i congiuntivi altrui, di lanciare messaggi passivi-aggressivi sottoforma di retroscena dettati al giornalista di turno tra una corrente e l’altra, tra un gruppuscolo e l’altro, tra una tribù e l’altra. Sempre non abbiate dimenticato come si fa, s’intende

A proposito di ambiente: invece di passare il tempo a commentare con la bava alla bocca l’editoriale politico di Marco Travaglio, potreste aprire il Fatto a pagina 19: scoprireste che secondo l’Ufficio Valutazione Impatto del Senato lo Stato eroga 16,2 miliardi l’anno di cosiddetti “sussidi ambientali dannosi”: ad esempio, gli sgravi fiscali sul gasolio, le esenzioni fiscali per gli acquisti di carburante per il trasporto aereo e marittimo, o il rimborso sull’accisa del gasolio per gli autotrasportatori. Facciamo umilmente notare che con 16,2 miliardi l’anno potremmo disinnescare le clausole di salvaguardia e il relativo aumento dell’Iva, oppure coprire il reddito di cittadinanza, o investirli in istruzione, o in forme di sostegno al reddito, alla ricerca di un’occupazione, all’autonomia abitativa, alla genitorialità per quei giovani che oggi non hanno alcun sostegno se non i mezzi propri delle loro famiglie di origine.

Avessimo ancora qualche ora, approfitteremmo della relativa calma dei nostri mari per occuparci, da bravi europeisti che siamo, di quanto sta accadendo a Lesbo, dove l’accordo che l’Ue ha stipulato con la Turchia prevede che i richiedenti asilo che sbarcano sull’isola non possano raggiungere la terra ferma per andare dove vogliono. Ecco: oggi ce ne sono 9000 a fronte di un aumento degli sbarchi pari al 17% nell’ultimo mese. Una catastrofe umanitaria, o poco ci manca, nel silenzio colpevole del continente più ricco del mondo. Abbastanza per chiedere, a gran voce, con forza, che l’Unione Europea mantenga fede alle sue promesse e spinga per una revisione del Trattato di Dublino e che il governo italiano faccia altrettanto. Prima che la rabbia dei residenti non produca guai peggiori, a uso e consumo delle forze xenofobe di tutto il continente che non vedono l’ora di soffiare sul fuoco.

Ben che vada, già così avremmo di che combattere per qualche anno. Mal che vada, sono tutte cose che terrebbero lontani dalla tentazione di polemizzare sulla leadership, scornarsi esclusivamente sulle candidature, di irridere i congiuntivi altrui, di lanciare messaggi passivi-aggressivi sottoforma di retroscena dettati al giornalista di turno tra una corrente e l’altra, tra un gruppuscolo e l’altro, tra una tribù e l’altra. Sempre non abbiate dimenticato come si fa, s’intende.

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