Ciao ciao populismo: si scrive Lega - Cinque Stelle, si legge Monti bis

Professoroni al governo, riforme fiscali da manuale del perfetto liberista, istituzionalizzazione del lavoro flessibile, tagli alla spesa pubblica per finanziare “quota 100”. Se questa era la rivoluzione populista, forse abbiamo sbagliato qualcosa

Mario Monti
14 Maggio Mag 2018 0745 14 maggio 2018 14 Maggio 2018 - 07:45
WebSim News

E se non avessimo capito nulla? Se quello che avessimo davanti non fosse la nemesi populista alla dittatura tecnocratica, il governo dei cittadini contro le élite, la tremenda vendetta di Montezuma contro le politiche degli ultimi vent’anni, ma, al contrario, un governo ancora più tecnico, ancora più elitario, più che in linea con l’agenda (virgolette e grida di terrore) neoliberista degli ultimi anni?

Lo diciamo dopo aver letto le indiscrezioni sui nomi - politico a Chigi, tecnico all'economia, dicono alcuni, mentre altri lanciano come premier un “professorone” come il rettore dell’università statale di Milano Gianluca Vago. E, soprattutto, quelle sul programma di governo che gli sherpa di Lega e Cinque Stelle stanno predisponendo. Un programma che si fonda su due grandi riforme: quella fiscale, con la (non) flat tax - saranno due o tre aliquote, si dice - e quella degli ammortizzatori sociali, con il (non) reddito di cittadinanza - sarà un reddito minimo garantito condizionato all’accettazione di un posto di lavoro entro tre offerte o due anni.

Milton Friedman sarebbe fiero di loro, dei nostri thatcheriani mascherati da rossobruni: mentre non c’è traccia di Tennesseee Valley e moltiplicatori keynesiani, soprattutto nel Mezzogiorno, si profila all’orizzonte un robusto taglio delle tasse, con annessa sforbiciata al castello di deduzioni, detrazioni e bonus fiscali. I poveri ringraziano, i ricchi e i super ricchi pure di più, mentre la classe media si dovrà accontentare degli 80 euro, se mai rimarranno. E sempre stando alle indiscrezioni, dovrà rinunciare a un bel po' di bonus, da quello per la ristrutturazione della casa, e quello per l’acquisto di mobili. Giusta o sbagliata che sia, nemmeno Mario Monti si era sognato una manovra tanto impopolare. Chapeau.

Mentre non c’è traccia di Tennesseee Valley e moltiplicatori keynesiani, soprattutto nel Mezzogiorno, c’è all’orizzonte un robusto taglio delle tasse, con annessa sforbiciata al castello di deduzioni, detrazioni e bonus fiscali. I poveri ringraziano, i ricchi e i super ricchi pure di più, mentre la classe media si dovrà accontentare degli 80 euro, se mai rimarranno

Lo stesso vale per il reddito minimo garantito condizionato, che attende invano da decenni di vedere la luce. Misura, questa, che sottende - non ve l’hanno spiegato, vero? - una rivoluzione copernicana degli ammortizzatori sociali. Di fatto, la nascita di un sussidio di disoccupazione universale - di questo stiamo parlando - è il preludio all’istituzionalizzazione di un mondo del lavoro a porte girevoli, che cessa di essere “il male”, proprio perché esiste un’ammortizzatore universale in grado da fare da sostegno al reddito durante le transizioni tra un posto di lavoro e l’altro: non è un caso se si chiama flexecurity, del resto. Magari non oggi, magari non domani, ma è difficile che la cassa integrazione e la contrattazione nazionale di categoria resistano, di fronte alla distruzione dell’ultimo caposaldo che faceva del lavoro flessibile un’anomalia. Altro che articolo 18, insomma. Così a occhio, i sindacati qualche piazza la riempiranno.

«Eh però, la Fornero», direte voi. Già, la sostituzione dell’innalzamento automatico dell’età pensionistica con l’ormai celeberrima “quota 100” come somma di età anagrafica ed età contributiva dovrebbe essere un buon terreno di scambio con le confederazioni, in linea teorica. E, in parallelo, la prova della natura intrinsecamente populista del nuovo governo giallo-verde. Oddio, ne siamo sicuri? Perché se le indiscrezioni non mentono, la fedeltà all’Unione Europea e ai suoi parametri non sembra essere messa in discussione. Non bastasse, Mattarella ha già detto che ne sarà supremo guardiano dei vincoli di bilancio e degli impegni internazionali presi.

Niente deficit sopra il 3%, pare di capire, con sommo dispiacere di Borghi e Bagnai. Per abbassare l’età pensionistica toccherà tagliare altrove, possibilmente dove fa meno male, sperando non tocchi alla scuola e alla sanità. Ed ecco allora, presumibilmente, altri ministri tecnici che conoscano a menadito o quasi il bilancio dello Stato e sappiano dove e come intervenire. Spiacenti, niente referendum tra iscritti di Rousseau per decidere dove sforbiciare, quindi: anche oggi la democrazia diretta la facciamo domani. Per fortuna.

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