Claudio Cerasa: «Che errore tollerare gli “sfascisti”. L’alternativa? Un mix tra Mario Draghi, Vittorio Colao e Fiorello»

Dialogo col direttore del Foglio, in libreria con “Abbasso i tolleranti”, contro le “classi digerenti” che hanno fiancheggiato le forze anti-sistema: «La Casta e il VDay, due facce della stessa medaglia. Berlusconi? È un populista buono, ma le sue televisioni hanno covato una serpe in seno»

Claudio Cerasa L Inkiesta
14 Maggio Mag 2018 1125 14 maggio 2018 14 Maggio 2018 - 11:25

«L’Italia ha un problema di classe digerente». No, non è un errore. Non per Claudio Cerasa, direttore del Foglio, che ha appena dato alle stampe “Abbasso i tolleranti. Manuale di resistenza allo sfascismo” (Rizzoli), recentemente entrato in classifica tra i saggi più venduti in Italia. È soprattutto un’invettiva contro quelle élite del nostro Paese «sempre in attesa e mai in cammino, sempre attente a capire dove va il mondo, per adattarsi». A digerire la realtà, anziché provare a cambiarla: «Oggi stanno digerendo gli “sfascisti” – spiega Cerasa – avallando una retorica in base alla quale questo sistema non vada migliorato, bensì distrutto. Legittimando chi promette di uscire dal perimetro della democrazia, dello stato di diritto, dell’europeismo».

Contro questa retorica, il direttore del Foglio sciorina un elenco di storie e dati che spaziano dalla stretta cronaca del presente alle speculazioni sul futuro, provando a tratteggiare un mondo diverso da quello raccontato da televisioni e giornali: «I media hanno una fortissima responsabilità nell’aver dato spazio e legittimazione agli sfascisti», accusa Cerasa. «In Francia, nel Regno Unito con la Brexit, in America con Trump le forze antisistema sono state fronteggiate da una classe dirigente e da un establishment che le hanno fieramente combattute. Da noi, invece, è stato proprio il sistema ha produrre le forze antisistema, nell’illusoria idea di moralizzare la politica. Non è un caso che il libro “La Casta” esca nello stesso anno e nello stesso mese del primo Vaffanculo Day. Marciano divisi per colpire uniti».

Apprendisti stregoni, secondo Cerasa. Che non hanno capito, soprattutto, il carattere eversivo di alcune posizioni politiche. Non cita mai il Movimento Cinque Stelle, il direttore del Foglio, né nel libro né nella sua chiacchierata con Linkiesta, ma è chiaro a chi si riferisca: «Io sono convinto che sia in gioco la democrazia, in questa fase storica – spiega. La prima ragione è che c’è un partito che ha vinto le elezioni con ’idea di superare la democrazia rappresentativa. È eversivo pensare che i rappresentati debbano essere uguali a chi li rappresenta».

La minaccia più concreta, allo stato attuale, si chiama vincolo di mandato: «È pazzesco: in questi anni ci siamo convinti che sia giusto combattere i voltagabbana. E per farlo, siamo disposti a rinunciare al principio del principio costituzionale che il parlamentare rappresenti il popolo nella sua interezza, e non il partito o il server che lo ha eletto». Obiezione: lo dice da anni pure Berlusconi, ma nessuno ne ha mai fatto un tema di minaccia per la democrazia, tantomeno il Foglio: «La differenza c’è: Berlusconi, a differenza di Salvini e Di Maio, è un populista buono, dice cose spregiudicate in campagna elettorale, ma poi si muove nel greto della ragionevolezza, di politiche sensate. E poi lui è un leader, mentre i populisti cattivi sono dei follower. Non sanno quello che scatenano, vanno a rimorchio del rancore delle persone».

«Draghi incarna le idee dell’alternativa agli sfascisti, ma non lo vedo come leader. Dovrebbe essere un mix tra lui, uno come Vittorio Colao, che rappresenta l’eccellenza italiana come manager, e uno come Fiorello, uno dei pochi personaggi dello spettacolo che non punta sul disonore altrui, che ha costruito il suo successo sulle sue qualità, non in antitesi alle altre»

Non è tuttavia esente da colpe, il Cavaliere. Anzi, Cerasa lo mette in prima fila tra i “tolleranti” che hanno covato una serpe in seno e ora sono costretti a farci i conti. Si riferisce, Cerasa, ai talk show di Del Debbio e Belpietro, certo, ma anche a programmi come Le Iene, che hanno concorso ad alimentare lo scetticismo nei confronti della scienza e della medicina, e anche al gentismo e all’indignazione in servizio permanente di Striscia La Notizia: «La produzione culturale di un pezzo del mondo berlusconiano ha creato le condizioni per far esplodere il salvinismo e il grillismo – argomenta – ed è paradossale, perché Berlusconi è il leader dell’ottimismo e del sole in tasca. E invece ha alimentato il pessimismo universale». Tra i “tolleranti”, Cerasa non inserisce il gruppo editoriale di Urbano Cairo «che giustamente si occupa dei numeri e degli ascolti e delle copie, e ha lasciato libertà totale ai suoi direttori, purché portino i risultati».

Insistiamo: la prova del governo può mitigare il populismo delle forze “sfasciste”? «Per fortuna, può succedere. Essere al governo può costringere i partiti con tendenze eversive al principio di realtà. Ma può anche succede che chi sta al governo faccia egemonia culturale: il rischio vero è che la realtà finisca piegata sulle idee grilline e leghiste, E che contamini pure le opposizioni: ho i brividi al pensiero di un Partito Democratico che se la prende con Fico perché usa l’auto blu, o con Di Maio perché usa l’aereo di Stato».

«Non è un caso che il libro “La Casta” esca nello stesso anno e nello stesso mese del primo Vaffanculo Day. Marciano divisi per colpire uniti»

E a proposito di Di Maio: meglio lui e Salvini? Qual è il più pericoloso del mazzo, secondo Cerasa? «Di Maio sembra più presentabile. La verità è che la Lega ha un leader impresentabile, ma una struttura e una classe dirigente che sa governare. I Cinque Stelle hanno una maschera rassicurante, ma non sanno governare – argomenta il direttore del Foglio. Sono un taxi per il potere, secondo me. Tra qualche anno lo capiremo alla perfezione». La profezia finale è tutt’altro che rassicurante: «Io temo che su referendum sull’euro e sulla demolizione della democrazia rappresentativa andranno avanti. Delle due, una: o si rimangiano tutto il loro programma, o sono costretti a mantenerlo. Ma per mantenerlo, dovranno andare fino in fondo con l’Europa».

Come si combatte, questa china? «Secondo me l’antisfascismo è l’unica strada: nel momento in cui gli scettici si mettono insieme, dall’altra parte non può che nascere un contenitore unico dell’apertura che vada dal Pd e Forza Italia, due forze politiche che da sole, oggi, non hanno più senso. Non bisogna ripetere l’errore fatto a Roma: Raggi non ha opposizione. Invece che aspettare le prossime elezioni, un volto nuovo dovrebbe emergere il prima possibile».

L’identikit di questo nuovo leader? Sarà per caso Mario Draghi, di ritorno in Italia dall’Eurotower nel novembre del prossimo anno? È lui l’antidoto agli “sfascisti”? «Draghi incarna le idee dell’alternativa agli sfascisti, ma non lo vedo come leader. Dovrebbe essere un mix tra lui, uno come Vittorio Colao, che rappresenta l’eccellenza italiana come manager, e uno come Fiorello». Fiorello? «È uno dei pochi personaggi dello spettacolo che non punta sul disonore altrui, che ha costruito il suo successo sulle sue qualità, non in antitesi alle altre. Le identità oggi funzionano perché sono contro qualcosa. Fiorello è un progetto culturale che non nasce contro qualcuno, ma a favore di qualcosa». Primo compito a casa per gli antisfascisti: smettere di essere anti. Non sarà semplice.

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