Stiamo diventando dei robot da tastiera: così l’aziendalese sta uccidendo la comunicazione

Formule vuote e impersonali, luoghi comuni e frasi fatte: com’è che ci siamo ridotti a comunicare come degli automi? Ma soprattutto: com'è che siamo convinti che serva. Ridateci un po' di umanità (anche nelle email)

Robot Scrive Linkiesta

JAN WOITAS / DPA / AFP

14 Maggio Mag 2018 0750 14 maggio 2018 14 Maggio 2018 - 07:50
WebSim News

In linea di massima, allucinante, a prescindere, un minutino, nella misura in cui e chi più ne ha più ne metta.

Espressioni che inquinano la comunicazione quotidiana.
Pigrizia, spirito emulativo acritico, mollezza: quale che sia la causa, alzi la mano chi non usa o non ha usato una di queste espressioni!

Venezia è triste d’inverno, le donne sono multitasking, non ci sono più le mezze stagioni

Siamo di fronte a macabri luoghi comuni che affliggono la comunicazione tra esseri umani, ridotti a maschere che consumano idiomi oscuri, anonimi, vuoti. Ci omologhiamo al linguaggio imperante, membri inconsapevoli di una tribù che si manda saluti cordiali o distinti, vinti dalla paura di non appartenere abbastanza al branco e di esserne esclusi. La lingua italiana è diventata l’esigua eredità di una ricchezza consumata, neppure mai goduta. Oramai siamo oltre l’antilingua di Calviniana memoria. Siamo di fronte al vuoto. Lo colmiamo con il nulla.

Impoveriamo la lingua perché sono impoverite le relazioni, o forse il contrario, non so. Sta di fatto che siamo ridotti al lumicino della decenza espressiva; formule vuote, ripetitive, stanche. Spesso neppure più quelle: al loro posto emoticon, icone grafiche, idoli inanimati sull’altare dello smartphone. Così nelle nostre email, nei nostri messaggi e report troneggiano, tronfie, intere frasi che vivono per la paura che abbiamo di rompere il cerchio magico della depravazione linguistica. Per mancanza di coraggio di opporsi all’omologazione disumanizzante e alla sua sterilità.

Ci omologhiamo al linguaggio imperante, membri inconsapevoli di una tribù che si manda saluti cordiali o distinti, vinti dalla paura di non appartenere abbastanza al branco e di esserne esclusi. La lingua italiana è diventata l’esigua eredità di una ricchezza consumata, neppure mai goduta. Oramai siamo oltre l’antilingua di Calviniana memoria. Siamo di fronte al vuoto

Di recente mi ha contattato su LinkedIn una giovane signora, agente assicurativo di una nota società italiana. Non mi dà per nulla fastidio. Anzi, apprezzo l’iniziativa e non sarei su un social di professionisti se provassi sdegno ad ogni tentativo di contatto.

Questo il testo, redatto da un sapiente ufficio marketing.

Buongiorno dott.ssa Colombo, sono XX della divisione pensionistica di…, Agenzia XY. La contatto in virtù dei recenti cambiamenti normativi in materia di pensione entrati in vigore in seguito alla riforma Monti Fornero. A tal proposito sto organizzando alcuni incontri personali e professionali con diversi professionisti rispondenti al suo profilo, ed avrei il piacere di incontrare anche lei per una consulenza in ambito previdenziale volta a risolvere questo problema. A che numero posso chiamarla per fornirle maggiori informazioni a riguardo?”.

Analizziamolo senza scendere troppo nel dettaglio.

Dott.ssa: si dovrebbe scrivere “dottoressa” non “Dott.ssa”, perché non è l’intestazione di una lettera. Comunque, chiamarmi serenamente Alessandra suonerebbe più vero, diretto, senza pericolo di lesa maestà.
In questa Italia di titolati, apprezzo chi si scrolla di dosso questa pruderie.
Dal mio profilo, se lo avesse letto, avrebbe capito che sono infornale e diretta.
Adeguarsi, non piegarsi, allo stile di chi abbiamo di fronte si chiama intelligenza relazionale.

Colombo: mi chiamo Colonna! Nulla di male, chiaramente frutto di un copia incolla che comprendo bene. Ci passerei sopra se fosse solo questo.

Recenti cambiamenti: questa email è un modello di qualche anno fa! La legge Fornero non si può certo definire “recente”. L’agente è invece “recente” e la compagnia le ha girato un messaggio standard non aggiornato. Ma questo non solleva la mittente dall’emendarla.

A tal proposito: vai a capo e dai aria al testo. Ma soprattutto a quale proposito? Ecco qui la prima bella vuota formula aziendale di cui auspico l’estinzione.

…sto organizzando alcuni incontri personali: perché ci sono incontri che rispetto al contesto di questo scritto, non siano personali? Altra formula, altri idoli. Insomma, per citare il celebre agente Catarella, siamo al di persona personalmente!

…e professionali con diversi professionisti rispondenti al suo profilo: professionali-professionisti è una ripetizione fastidiosa. La ripetizione non è di per sé un errore, ma qui proprio non ci sta. È cacofonico.
Se poi lo scopo era confermarmi di non essere oggetto di un’attenzione speciale, ne ho avuto definitiva certezza. Mi ha messa nel calderone del nulla.

...ed avrei il piacere di incontrare anche lei per una consulenza in ambito previdenziale volta a risolvere questo problema: che problema? Accenna a una legge, al mio profilo, ma non si capisce quale problema dovrei avere!

Saluti: nessuno, pazienza. Mi sono evitata i cordiali e i distinti!

Ognuno di noi ama essere unico e riconosciuto come tale. Ci sta che ci siano occasioni, come questa, in cui il nostro desiderio può essere sopito. Tuttavia, sotto una certa soglia non si può andare.

L’aziendalese ha svuotato di umanità le occasioni di comunicazione. Formalismi, modelli standard, uniti a pigrizia, superficialità e noncuranza ci hanno resi robot da tastiera. Ma se non mi fai sentire unica, se non mi chiami con il mio nome, se mi appioppi problemi di cui non capisco neppure la natura, come potremo mai avere un incontro personale?

In linea di massima, a prescindere da quanto sopra, ti farò avere un incontro personale con il mio alter ego, la dott.ssa Colombo, ma solo un attimino e distinti saluti.

Sono antipatica? Maestrina dalla penna rossa? Eccessiva? Forse, chissà non so. Ma ho cinquant’anni, non me la sento più di essere connivente.

Voglio umanità, ne ho bisogno.

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