Di Maio fa propaganda, Salvini fa politica: ecco perché al governo comanderà la Lega

Finora il leader dei Cinque Stelle si è distinto per roboanti dichiarazioni di poca sostanza politica. Salvini sembra molto meno ingenuo. Bada al sodo, ai provvedimenti che interessano la sua parte. Almeno finora lo status di leader politico lo incarna Matteo

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15 Maggio Mag 2018 0755 15 maggio 2018 15 Maggio 2018 - 07:55

«Stiamo scrivendo la Storia», dice Luigi Di Maio da Pomigliano d’Arco, e l’entusiasmo sarebbe comprensibile e condivisibile da tutti noi se stesse commentando i dati di un miracolo economico meridionale, o di una schiacciante vittoria contro la criminalità organizzata, o l’inaugurazione del ponte sullo stretto di Messina, o quel che volete voi. In realtà, Luigi Di Maio da Pomigliano d’Arco sta semplicemente provando a formare un governo di coalizione, dall’alto del suo 32% dei voti, a più di sessanta giorni dalle elezioni. Niente di storico, insomma, se non la durata siderale della crisi istituzionale, e le torture all’articolo 92 della Costituzione, con il contratto di governo e l’indicazione di un premier e ministri che invadono un campo che dovrebbe essere prerogativa del prerogativa del Presidente della Repubblica, su indicazione del Presidente del Consiglio incaricato.

Tant’è, Di Maio ride. «Sta nascendo la Terza Repubblica, quella in cui i cittadini fanno un passo avanti e i politici un passo indietro», spiega mentre fa tre passi avanti, non si capisce bene a che titolo, dopo aver appena detto al Presidente Mattarella che lui e Salvini non hanno ancora un accordo né sul programma, né sul nome del Premier che vorrebbero proporgli. Però, bontà sua, il buon Luigi è «molto orgoglioso delle interlocuzioni e soddisfatti del clima che si respira». Non ha ancora fatto nulla e sembra abbia già vinto la lotteria, lui e noi, seppelliti sotto una montagna di enfasi.

«Stiamo scrivendo la Storia», dice Luigi Di Maio. E aggiunge «Sta nascendo la Terza Repubblica, quella in cui i cittadini fanno un passo avanti e i politici un passo indietro». Non ha ancora fatto nulla e sembra abbia già vinto la lotteria, lui. E noi, seppelliti sotto una montagna di enfasi

Se queste sono le premesse, aiuto. Perché mentre Di Maio cucina il suo show a uso e consumo dei suoi seguaci digitali, Matteo Salvini gli impartisce una lezione di politica. Seppellisce l’ottimismo e il «clima che si respira nelle interlocuzioni» mettendo il dito nella piaga delle distanze siderali che separano Lega e Cinque Stelle su sicurezza, migranti ed Europa. «Voglio mani libere», su questi temi, minaccia Salvini, che del governo in teoria è junior partner. E si capisce al volo, senza essere decani del Palazzo, che il segretario leghista sta immediatamente approfittando dell’entusiasmo infantile di Di Maio per alzare il prezzo dell’accordo, sia da un punto di vista programmatico, sia sui nomi con cui riempire le caselle dei ministri e del loro Presidente: «Stiamo facendo uno sforzo enorme perché se dovessimo ragionare per convenienza politica non saremmo qua da tempo», incalza Salvini, giusto per far capire chi ha il coltello dalla parte del manico.
E ancora: ««Io voglio che ai figli non gli cadano i soffitti in testa, voglio che le imprese paghino meno tasse e oggi ho i vincoli esterni che non me lo permettono o si ridiscutono i vincoli oppure è un libro dei sogni», aggiunge senza l’ombra di mezzo sorriso.

La differenza è tutta qua, in fondo. Di Maio sta facendo cinema, Salvini sta giocando una partita politica. Di Maio fa propaganda, Salvini ne approfitta per alzare la posta

La differenza è tutta qua, in fondo. Di Maio sta facendo cinema, Salvini sta giocando una partita politica. Di Maio sta già vendendo successi, Salvini punta il dito sulle cose che non vanno. Di Maio fa propaganda, Salvini ne approfitta per alzare la posta. Di Maio sprizza ottimismo da tutti i pori, Salvini lo smorza a ogni frase. Passano gli anni, ma sembra di rivedere Berlusconi e Bossi nel 1994: il parvenu ingenuo ed entusiasta per il quale è già un successo essere lì.
E la vecchia volpe che comincia a fare la fronda un minuto dopo essersi alleato con lui, che lo attacca ogni volta che può, e che ogni volta porta a casa qualcosa, logorandolo fino a staccargli la spina, in poco meno di un anno, lasciandolo nelle grinfie del presidente Scalfaro e Non sfugga - ai più avezzi alle cose di Palazzo non è sfuggito - che l’unico tra i due ad aver parlato di governo di legislatura è stato Di Maio. A buon intenditor poche parole. E Giggino nostro, ahilui, ne ha dette davvero troppe. Non vorremmo essere nei suoi panni.

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