Limonov sarà anche il male assoluto, ma i suoi libri sono meglio della biografia di Carrère

Secondo chi lo ama è un irregolare. Secondo altri è un mostro. Ma Limonov, oltre che un attivista politico, e un “delinquente” letterario e non, è un grande scrittore. Con l'aura da Berlicche

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15 Maggio Mag 2018 0740 15 maggio 2018 15 Maggio 2018 - 07:40

Meglio del Limonov di Emmanuel Carrère c’è solo il Limonov di Limonov. L'originale. Il libro di Carrère è una biografia colta e pop da milioni (in dollari & copie) sulla classica figura di un irregolare: figlio di un funzionario della polizia politica russa, poeta clandestino e spacciatore di samizdat, esule infuriato che bussa – malamente – al portone del mondo letterario Usa, scrittore maledetto a Parigi; e poi ancora agitatore politico (in prigione) in Russia, con diverse esperienze equivoche: lui stesso ha confessato, anzi dichiarato senza pentimenti, di aver sparato su Sarajevo.

E infine la leadership di un movimento che già dal nome promette male: Nazbol, nazionalismo e bolscevismo. Un personaggio scomodo per i benevoli, terribile per tutti gli altri. Lui ammette senza problemi: «Non voglio dire cose gradevoli. Non ne ho bisogno». Noialtri notiamo che il libri di Limonov sono stilisticamente l’opposto della biografia di Carrère. Da Diario di un fallito al Libro dell’acqua, al racconto della sua esperienza in galera, Il trionfo della metafisica. Libri discontinui, capitoli meravigliosi e altri irricevibili. Frasi definitive (“Abbiamo due biografie, una trascendente e una pratica, legata ai fatti, ogni tanto una incrocia l’altra e lì ci troviamo in presenza del nostro destino”) e trash. Carrere è un perfetto scrittore pop. Limonov uno scrittore, senza aggettivi.

E intanto osserviamo con curiosità pizzetto, occhi inquieti e mani eleganti di questo settantacinquenne che ha avuto cinque o sei vite da un tavolo del Ra ca' dur Barlìch, La casa di Berlicche, il pub di Varese che fa da ritrovo alla compagine della rivista Terra Insubre, uno dei luoghi del tour italiano di Limonov/Berlicche.
Al salone di Torino era tutta una gara ad anestetizzare le uscite di Limonka, alla presentazione del suo Zona industriale (Sandro Teti editore, 16 Euro). È la prima volta in Italia per Limonov, a parte un’esperienza negli anni 70, a Roma, di cui ricorda l’aria pesante di scontri sociali.
Che del resto lo vedono perfettamente a proprio agio. Per lui la politica è scontro. Della Russia dice: «Siamo una terra oscura, periferica, anche reazionaria. Che viene regolarmente chiamata in causa dall’Europa quando serve all’Europa. Vedi i casi di Hitler, Napoleone, o, andando ancora più indietro nella storia, della guerra dei sette anni. E poi ritorniamo nelle nostre tenebre. Io non sono convinto che a voi adesso servano i russi, ma fatto sta che ci sono. E non ve ne libererete tanto facilmente».

Auspico che i messicani scavalchino il muro e facciano scomparire gli Usa dalla faccia della terra

Oggi vediamo la Russia come un calco buio delle libertà occidentali, ma, ricorda Limonov: «in Europa vivono 198 milioni di russi. Non siamo dei bastardi, siamo degli europei a pieno titolo». Su Vladimir Putin, che a torto o ragione (più a torto) in Occidente viene ritenuto non solo un liberticida, ma anche “il primo inimico”, secondo un'immagine pavloviana da Guerra Fredda, il giudizio di Eduard/Berlicche non è tenero. Ma per motivi opposti ai nostri: «È bene distinguere i proclami di Putin da ciò che effettivamente fa. Quando si è trattato di votare per l’annessione della Crimea alla Russia lui non era d’accordo. Le decisioni importanti non vengono prese da lui, ma da una trentina di “entità”. Esercito, servizi di sicurezza, oligarchi. lobbies. Putin è un ottimo frontman. È un portavoce».

Sugli Usa il giudizio è articolato («l’America non ci capisce perché non ci vuole capire. Le università Usa dispongono di meravigliosi esperti di politica russa, letteratura russa. Conoscono bene la realtà mondiale. Ma non vogliono usare quello che sanno») e finisce per concordare, negli esiti, con quello di un perfetto punk: «Gli Usa sono un paese pericoloso. La vittoria nella seconda guerra mondiale deve aver dato loro alla testa: si sentono Master of the Universe ed eredi dell’impero romano. Auspico che i messicani scavalchino il muro e facciano scomparire gli Usa dalla faccia della terra. Ma andiamo – continua il nostro Berlicche – un popolo che nelle sue galere ammazza più persone dei cinesi. Sono loro il vero paese aggressivo a livello mondiale. Ma la loro epoca sta per finire: arriva la potente (e pericolosa) Cina. Del resto i paesi importanti (come le persone importanti) non hanno amici».

Il carcere per me è stato come un monastero. A me è piaciuto starci, è un luogo in cui l’uomo si incontra con il caos ultraterreno. In carcere sono diventato più intelligente e saggio

E a proposito di amici. Il nostro Berlicche è diventato amico del suo biografo, Emanuel Carrère? Non proprio: «Carrère l’ho conosciuto negli anni ’80 perché aveva recensito un mio libro. Io ero un delinquente e i francesi amano molto i delinquenti. Jacques Villon era un delinquente. Ma da tempo la società francese s'è intrisa di tabù. Amano guardare dal buco della serratura un vero delinquente, e io sono arrivato al momento giusto. Nel 2006 – continua Limonov – ci siamo visti a Mosca. È stato con me una settimana, e mi ha abbastanza rotto le palle. Non pensavo che avrebbe scritto la mia biografia. Gli sono comunque grato. Mi sentivo come uno scrittore morto, e grazie al suo libro invece sono tornato ad essere uno scrittore vivo, anzi, sono diventato un personaggio pop. Ma se io non ho mai letto il libro. Sa il diavolo cosa ha scritto quello là».

Quanto a ciò che ha scritto Limonov viene di domandargli della sua esperienza in carcere. Nel 2001 è stato arrestato con l'accusa di terrorismo, cospirazione contro l'ordine costituzionale e traffico di armi finalizzata all’invasione del Kazakistan. Ha rischiato 15 anni di prigione, poi molte delle accuse sono cadute, e ne ha fatti “solo” due. «Ovviamente credo in Dio, anche se non sono né cattolico né ortodosso. Il carcere per me è stato come un monastero – dice – A me è piaciuto starci, è un luogo in cui l’uomo si incontra con il caos ultraterreno. In carcere sono diventato più intelligente e saggio. C’erano persone che ogni giorno facevano un segno sul muro, contavano i giorni per uscire. Io ho avuto un altro approccio, e l’avrei avuto anche se mi avessero condannato a 15 anni, ne sarei uscito morto, ma non importa. Ho detto “adesso vivo qui”, e mi sono messo a vivere, anche in carcere.

E quanto ai suoi colleghi scrittori russi Limonov tiene a precisare che Iosif Brodskij non è stato davvero in prigione. E aggiunge: «potrei apparire misantropo, ma credo che un po’ di carcere farebbe molto bene a parecchi miei colleghi». Ecco, appunto, stiamo parlando con Berlicche.

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