Massimo Carlotto: «Vogliamo l'islam radicale, per questo abbandoniamo i moderati»

A distanza di dieci anni dall'uscita di “Cristiani di Allah”, lo scrittore padovano ripercorre la storia di quel romanzo ancora così attuale, ambientata negli anni in cui i migranti che attraversavano il Mediterraneo eravamo noi

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15 Maggio Mag 2018 0750 15 maggio 2018 15 Maggio 2018 - 07:50

A leggere le cronache sui giornali e ad ascoltare i dibattiti televisivi pre e post elettorali il tema percepito come il più grave e minaccioso per il futuro del nostro paese non sono né la disoccupazione endemica, né la corruzione dilagante e neppure il riscaldamento globale. No, a dispetto di ogni tenuta statistica la spada di Damocle che ci stiamo immaginando da anni sulla testa sarebbe l'immigrazione attraverso il mediterraneo, una vera e propria invasione stando a come spesso viene raccontata, che starebbe mettendo in pericolo le radici stesse della nostra società.

Eppure non soltanto i flussi dei movimenti migratori verso l'Europa Occidentale sono numericamente minori di quelli che coinvolgono altre parti del mar Mediterraneo (basti fare l'esempio del Libano e della Turchia (rispettivamente 1 milione e 2,9 milioni nel 2018, fonte UNCHR), ma soprattutto ci sono sempre stati, e non sempre chi fuggiva e chiedeva asilo erano gli altri. C'è stato infatti un tempo in cui, ad attraversare il Mediterraneo in cerca di una nuova vita non erano i popoli africani, ma quelli europei.

Era questo il caso dei migliaia di rinnegati cristiani che, nel Cinquecento, in piena epoca di inquisizione, scappavano dall'Europa e cercavano fortuna dall'altra parte del Mediterraneo, nei paesi dell'attuale Maghreb, dove dopo essersi convertiti e grazie al versamento di tributi, potevano ricostruirsi una vita da commercianti, da artigiani, o da pirati. Una storia che il tempo e la storiografia occidentale hanno messo da parte, ma che, esattamente dieci anni fa, riviveva nelle pagine di Cristiani di Allah, un romanzo di grande successo edito da Edizioni e/o e scritto da Massimo Carlotto.

Carlotto è uno dei più importanti giallisti italiani contemporanei e suo malgrado, in questi giorni e per via di vicende ormai più che archiviate del suo passato, è finito in mezzo a una polemica che riguarda la sua partecipazione a un programma della RAI: «non sarebbe certo la prima volta che lavoro con la RAI in tutti questi anni — commenta Carlotto a Linkiesta — La RAI ha addirittura prodotto Il fuggiasco, tratto dal mio romanzo autobiografico e all'epoca nessuno ha avuto nulla da eccepire. E pensare che si era sotto il Governo Berlusconi».

Ma torniamo all'argomento: il Mediterraneo, i flussi di persone che lo attraversano e i rapporti di potere tra le due sponde di quello che una volta chiamavamo il Mare Nostrum e che ora, dopo decenni di traversate, somiglia molto a una fossa comune da tanti cadaveri nasconde.Che cosa ti ha convinto, dieci anni fa, a raccontare questa storia? Che cosa ti ha affascinato?
In Algeria devo dire che ho avuto anche molta fortuna, perché conoscendo Amara Lakhous sono venuto in contatto con tutta una serie di intellettuali algerini e addirittura il Ministro della Cultura mi ha concesso la possibilità di visitare la cittadella, dove ho trovato un sacco di materiale sui Lanzichenecchi e quindi costruire la storia, ma la molla principale è stata quella di scoprire che il problema del Mediterraneo è quello di non avere una storia condivisa. Anzi, forse peggio, quando in quel periodo sono andato ad Algeri ho scoperto che le due narrazioni storiche sono completamente diverse e opposte. Sempre lì in Algeria ho scoperto anche che un'altra cosa: che noi non riconosciamo l'esistenza dei rinnegati cristiani, ovvero che per tre secoli siamo stati noi quelli che scappavano e si rifugiavano dall'altra parte del Mediterraneo. Eravamo noi i migranti e questo è stato totalmente cancellato dalla nostra storiografia, e quindi anche dalla nostra coscienza storica.

Come mai questo episodio è stato oscurato dalla storiografia?
In realtà è stata una storia molto importante e quello che è successo è semplicemente un problema di rimozione storica, nel senso che le città corsare, visto che erano rette dai rinnegati, questi impedivano ai religiosi di andare al potere, e quindi c'era una grande libertà. Se tu escludi il mondo femminile, che è sempre stato oppresso e limitato e che in quegli anni lo era fortemente anche da noi, lì arrivavano di tutti: dagli alchimisti agli ebrei polacchi, perfino gli omosessuali. E tutti potevano vivere tranquillamente, perché tutto era regolato dalla “corsa” e se pagavi i tributi, eri libero. Ma un'altra cosa interessante è che i rinnegati hanno sempre cercato di costruire un ponte e sono sempre stati in conflitto con il potere dell'Impero ottomano.

E perché non sono riusciti a crearlo?
No, in realtà l'hanno creato. Pensa solo all'elemento linguistico: hanno creato la cosiddetta lingua franca, una lingua unica per tutto il Mediterraneo. In generale la guerra di corsa è stata una dinamica importante e potentissima per secoli. Pensa, per esempio, che nel 1815 gli americani hanno provato a porre fine alle guerre di corsa mandando le loro navi, ma gli è andata malissimo, le han prese dai libici e se ne sono andati. A porre fine a tutto furono poi gli inglesi, gli stessi che, come tutti i paesi del Nord Europa, ai tempi del romanzo compravano le merci ad Algeri e nelle altre città corsare e non faceva altro che comprare ai corsari le merci che avevano saccheggiato al Papato in Europa del Sud.

Era una vera e propria economia sommersa...
Sì, un'economia criminale che condizionava l'economia legale, un'economia su cui si è fondato il Mediterraneo.

Da quel che racconti sembra una civiltà totalmente opposta a quella che c'è oggi nell'area del Magreb, una società aperta e libera, anche se di una libertà a base economica più che ideologica...
Sì, la dinamica fondamentale che ha permesso tutto ciò è che a quel tempo non esistevano le classi e che quindi la gente che scappava dall'Europa e arrivava lì, non trovando un mondo diviso rigidamente come quello da cui scappava, poteva giocarsi il proprio destino con la corsa, o con il commercio e l'artigianato. Con la sconfitta della guerra di corsa, poi, i corsari hanno perso potere e al loro posto è arrivato il potere religioso. Nel frattempo anche l'Impero Ottomano si è indebolito, perché il suo potere economico era basato sull'argento e la scoperta dell'oro delle Americhe dal punto di vista economico ha cambiato tutto. Ed è stata proprio questa condizione di crisi che ha fatto emergere il potere religioso nell'area.

La crisi economica che stiamo vivendo ora noi europei potrebbe avere lo stesso effetto e ringalluzzire l'estremismo religioso cristiano?
Più che questo io temo la difesa di valori in cui non crediamo e che difendiamo solo per ribadire il discorso “europeo”. Però su questo punto bisogna dire una cosa: oggi tutta l'area del Magreb è dominata dall'Europa, nel senso che l'Europa ha imposto una dimensione militare per impedire ai migranti di arrivare e questo ha determinato una chiusura culturale molto evidente, e infatti in Italia si pubblicano sempre meno autori africani, di film africani ne arrivano pochissimi, se guardi la televisione si parla sempre o quasi di migranti, ma se dall'Africa vuoi sapere qualcosa o ti devi leggere Nigrizia dei padri comboniani o al limite guardare qualche canale francese. Non c'è altro modo. Ci stiamo perdendo moltissimo.

Per esempio?
Ci stiamo perdendo totalmente il ruolo della Cina, che in Africa sta costruendo intere città. E questo racconto non c'è perché il Mediterraneo è diventato per l'ennesima volta il centro di un conflitto insanabile. Se io penso a 10 anni fa ad Algeri e al ponte che si era creato tra scrittori, intellettuali, era un confronto continuo, ora invece non esiste più niente. È stato tutto spazzato via dal conflitto. E la cosa incredibile è che quando ci sono state le primavere araba a noi hanno fatto paura.

Ad anni di distanza, possiamo dire che quelle primavere arabe abbiamo contribuito in maniera decisiva con le nostre politiche a deviarle su binari totalmente diversi da quelli originali?
Esattamente, abbiamo imposto una dimensione che di fatto è stata di chiusura, di restaurazione. E questo semplicemente perché in fondo ci fanno comodo così. Solo che i migranti stanno facendo saltare tutto, soprattutto in quelle zone, perché la dimensione militare non può essere certo l'unica risposta.

In Occidente giustifichiamo queste politiche dicendo che vogliamo esportare i nostri valori di laicità, libertà e tolleranza, però poi facciamo l'esatto contrario, sia in quanto a strategia — preferendo quella militare a quella diplomatica — sia in quanto ad alleanze — per cui preferiamo l'Arabia Saudita sunnita e ortodossa piuttosto che l'Iran sciita e da sempre più vicino culturalmente all'Occidente...
Abbiamo fatto una precisa scelta strategica: ci siamo alleati all'Arabia Saudita, abbiamo scelto i sunniti al posto degli sciiti, ovvero dell'Iran soprattutto, la parte dell'islam decisamente più aperta rispetto ai sunniti sauditi. Così facendo, da un lato abbiamo permesso la restaurazione del potere e dell'influenza della religione sulla società, dall'altro, proprio con questa alleanza, causiamo contemporaneamente problemi geopolitici enormi, perché in risposta abbiamo un radicalismo e una chiusura di senso opposto proprio da parte degli sciiti.

Perché l'Occidente sta attuando questa strategia? Che senso ha?
Perché sta all'interno di un sistema economico cha ha puntato su quello e anche perché dietro c'è una guerra infinita con la Cina e con la Russia, ed è per questo che sono state coinvolte anche altre aree. Solo che ormai tutto questo è molto difficile da tenere sotto controllo perché la prima vittima di questa guerra è l'unica cosa che potrebbe servirci: la possibilità di un vero confronto culturale tra le due sponde del Mediterraneo. E ce ne sarebbe tanto bisogno soprattutto perché l'islam è in realtà una cosa molto di versa da quella che vediamo oggi al potere: esiste un islam moderato che viene continuamente accusato di non esprimersi abbastanza, che però è lasciato solo, non ha nessun alleato, e che per noi in questa situazione drammatica sarebbe una risorsa preziosissima.

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