L’Italia sta meglio di come ce la raccontiamo: Salvini e Di Maio, non rovinate tutto

Su il Pil, gli investimenti, l’occupazione, i consumi, persino il Sud: i dati Istat raccontano un Paese che si è messo in moto, grazie anche all’Europa e all’apertura al mondo. Ora serve lavorare sui nostri limiti - dalla scuola all’innovazione - non smontare tutto. Basta questo, per fare la Storia

Frecce Tricolori Italia

Miguel MEDINA / AFP

17 Maggio Mag 2018 0755 17 maggio 2018 17 Maggio 2018 - 07:55
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Tutto su, o quasi. Suona strano, nel giorno in cui lo spread sale e la borsa crolla dopo le indiscrezioni sul programma della coalizione giallo-verde, un programma che definire discontinuo rispetto allo status quo europeo è quasi un eufemismo, ma così è. O almeno, così dice l’ISTAT nel suo rapporto annuale, che mette nero su bianco tutti gli indicatori chiave per leggere il benessere del sistema Italia. Intendiamoci: con questo non vogliamo dire che siamo un Paese in salute, né che lo siamo più di altri. Al contrario, se c’è un malato all’interno dell’Europa questo siamo noi.

Ma, prima notizia, non lo siamo a causa di quel contesto che Lega e Cinque Stelle vorrebbero radicalmente modificare. Né, seconda notizia, lo siamo a causa delle politiche sbagliate degli ultimi tre esecutivi, quelli che hanno governato tra il 2013 e il 2018. Piuttosto, lo siamo a causa di quel che hanno trovato Letta, Renzi e Gentiloni (e pure Monti) quando sono arrivati al governo: produttività asfittica, sistema formativo completamente slegato dal mondo del lavoro, welfare costosissimo e squilibrato a favore di anziani e insider, pubblica amministrazione inefficiente, burocrazia kafkiana, pressione fiscale alle stelle, fiducia di famiglie e imprese sottoterra.

Eppure, nonostante le condizioni di partenza fossero queste - ed erano queste, anche grazie ai disastri di chi si è fatto gli ultimi cinque anni all' opposizione - i numeri parlano chiarissimo: Il Pil è cresciuto dell’1,5% nel 2017, sostenuto soprattutto dagli investimenti fissi lordi e dalla domanda estera, non certo dalla spesa pubblica. Allo stesso modo sono cresciuti i consumi, col volume di spesa delle famiglie residenti che fa registrare da due anni aumenti dell’1,4%. Allo stesso modo, l’export è cresciuto del 5,4%, le importazioni del 5,3% e l’avanzo commerciale al netto dei prodotti energetici è stato di 81 miliardi nel 2017, dopo i 76,2 miliardi del 2016. Sorpresa, ma fino a un certo punto, è sceso anche l’indebitamento netto, sfondando (verso il basso) quota 40 miliardi e il rapporto debito/Pil passato dal 132% al 131,8%.

È cresciuta anche la produzione industriale, del 3,6% nel 2017 (contro il +1,9 dell’anno precedente) e trainarlo sono stati soprattutto i comparti chiave del made in Italy come i beni durevoli e quelli strumentali. Per la prima volta - la prima volta! - dal 2008, nel 2017 è cresciuto pure il comparto delle costruzioni, soprattutto negli ultimi mesi dell’anno, quelli immediatamente antecedenti le elezioni. Su pure la ristorazione, la logistica e il commercio. Su persino il meridione, che è tornato a crescere nel biennio 2015-2016 dopo sette anni di contrazione, con una crescita cumulata del 2,4%, superiore di mezzo punto rispetto al dato complessivo nazionale. Merito di Draghi, certo, ma pure l’inflazione è cresciuta, anche se resta tre centesimi sotto la media europea e dipende in particolare dall’aumento dei prezzi dell’energia.

È cresciuta anche la produzione industriale e a trainarla sono stati soprattutto i comparti chiave del made in Italy come quello dei beni durevoli e quello dei beni strumentali. Per la prima volta - la prima volta! - dal 2008, nel 2017 è cresciuto pure il comparto delle costruzioni, soprattutto negli ultimi mesi dell’anno, quelli immediatamente antecedenti le elezioni. Su pure la ristorazione, la logistica e il commercio. Su persino il meridione, che è tornato a crescere nel biennio 2015-2016 dopo sette anni di contrazione

Pure il mercato del lavoro - quell’emergenza lavoro su cui anche ieri Matteo Salvini ha rimarcato con grande enfasi nel suo messaggio alla nazione via Facebook - ha cominciato a dare segni di vita importanti: nella media 2017 gli occupati stimati dalla contabilità nazionale sono circa 284 mila in più rispetto al 2016 - dice l’ISTAT -, a fronte dei circa 324 mila in più registrati l'anno precedente. Soprattutto, rimarca, il monte ore lavorate ha raggiunto quota 10,8 miliardi, molto vicino a chiudere la forbice che si era aperta nel 2007, quando l’occupazione aveva cominciato a crollare. E già che ci siamo è cresciuta pure la produttività del lavoro: di poco, dello 0,4%, ma è comunque un altro segno più relativo a un indicatore di endemica debolezza del nostro sistema produttivo.

Rimangono problemi non da poco, certo, forse quelli che più di ogni altro impattano sulla percezione delle persone: la crescita quasi impercettibile dei salari e l’aumento della povertà assoluta, che dimostrano la madre di tutte le debolezze strutturali della nostra ripresa, ossia lo scarso investimento in capitale umano, che meriterebbe una riforma radicale del sistema dell’istruzione, plasmato attorno all’esigenza di una formazione continua legata alle nuove tecnologie, una più decisa azione di sostegno alla nuova imprenditorialità innovativa da parte del pubblico, ma soprattutto da quella mole gigantesca di risparmio privato fermo o investito altrove, oltre confine. E ancora, un welfare meno sbilanciato sui bisogni degli anziani e sulle conquiste sindacali di un trentennio fa. Quei nuovi poveri, giova ricordarlo, sono tutti o quasi giovani, in larga parte minori.

Di fronte a questi numeri appare chiaro che non sia il contesto in cui siamo che va cambiato - il migliore possibile per crescere ancora di più, come fanno tutti, anche in Europa - bensì il nostro modo di rapportarci a esso. Serve quel salto della tigre che l’Estonia ha fatto nell’istruzione, che la Francia ha fatto nell’imprenditorialità, che la Germania ha fatto nelle nuove tecnologie, che la Spagna e il Portogallo ha fatto nella qualità della sua pubblica amministrazione, che tutta Europa - noi esclusi - ha fatto nel proprio welfare, non da ieri, per arrivare rapidamente a posizioni che competono a quella che è e deve tornare ad essere (almeno) la terza grande economia continentale.

Serve quel salto della tigre che l’Estonia ha fatto nell’istruzione, che la Francia ha fatto nell’imprenditorialità, che la Germania ha fatto nelle nuove tecnologie, che la Spagna e il Portogallo ha fatto nella qualità della sua pubblica amministrazione

Una serie di salti della tigre - intesi come cambiamenti subitanei e radicali - che erano il cuore, perlomeno fino alla fine del 2015, dell’agenda di Matteo Renzi, che sono il cuore dell’agenda che Davide Casaleggio ci ha raccontato qualche settimana fa a Milano e che invece sono drammaticamente assenti, a quanto si legge dalle bozze e a quanto si sa dalle indiscrezioni, nel programma di governo di Lega e Cinque Stelle. Che invece insistono su una visione distorta e falsa di un Paese in ginocchio a causa di un mercato troppo aperto, di un’interdipendenza troppo stretta coi partner europei, di una situazione economica che peggiora di giorno in giorno.

Un po’ di modestia non farebbe male, cari Di Maio e Salvini: per quanto non sia abbastanza romantico da dire, forse anziché fare la Storia sarebbe il caso di consolidare la cronaca, a colpi di formazione e innovazione. Che se cambia l’Italia, e basta davvero un piccolo grande sforzo per cambiarla, per farla correre come gli altri, se non di più, poi cambia pure l’Europa. Scommettiamo?

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