Boltho: “L’euro non funziona, ma adesso è impossibile riformarlo (ed è impossibile che l’italia ne esca)”

L’economista di Oxford di origine italiana a tutto campo: esclude ogni possibilità di uscita dell’Italia e indaga le possibili cause della prossima recessione (perché sì, prima o poi ci sarà)

 AC 1833

Immagine: Nielsen

19 Maggio Mag 2018 0745 19 maggio 2018 19 Maggio 2018 - 07:45
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Se si fa il conto si arriva a sei. Sono le recessioni, di varia dimensione e durata, che hanno colpito l’economia mondiale dal Dopoguerra a oggi. Così regolari che, facendo la media matematica, «si potrebbe prevedere che la prossima sarà nel 2020-2021», spiega Andrea Boltho, Emeritus Fellow del Magdalen College dell'Università di Oxford intervenuto a Linkontro, la convention organizzata dalla Nielsen che raduna ogni anno industria e distribuzione a Santa Margherita di Pula, in Sardegna. «Si potrebbe – aggiunge – ma io non lo faccio di certo. Certe previsioni è meglio lasciarle stare».

Più interessante, invece, potrebbe essere capire quali saranno le cause scatenanti di una eventuale crisi: una Brexit “hard”? Difficile. Una stretta sui tassi americani? Improbabile. Una crisi diplomatica internazionale dovuta a un impazzimento del presidente americano Donald Trump? Forse. Magari in concomitanza con tutti gli altri fattori. La verità è che è difficile capire cosa succederà e quando. «Ci vorebbe una palla di cristallo. Non fosse che, in questi casi, si vede poco cristallo ma molte palle».

Nella sua analisi globale parla di euro («progetto fragile») e guerra dei dazi («conseguenze negative ma non disastrose»), ma rimane fuori – per ragioni di tempo – la Cina. Non potrebbe essere qui l’origine di una nuova crisi?
È difficile. La Cina è un gigante, ed è molto solido. Altro che piedi d’argilla. È un Paese che sa quello che fa e quello che vuole. È evidente il contrasto con gli Usa di Trump: il presidente americano guarda al tweet successivo, loro pensano al 2030. E lo fanno con furbizia: approfittano del loro enorme mercato, che fa gola a tutti, per attirare le aziende straniere. Chi ci entra, lo deve fare alle loro condizioni: cioè vendere la tecnologia.

Questo ha già delle ripercussioni importanti, però.
Eccome. Le aziende straniere si contendono quel mercato e, per concorrenza, vendono – anzi, svendono – il loro patrimonio tecnologico. I cinesi comprano, imparano e poi incominciano a esportare. Si pensi allo Shinkansen, il treno ad alta velocità giapponese. Prima era Tokyo che esportava, adesso è la Cina che, impadronitasi della tecnologia, la produce e la esporta: addirittura, la vende ai giapponesi stessi.

L’euro è una moneta che, è evidente, ha leso l’Italia, non si discute. Ma questo è avvenuto anche per colpa dell’Italia, che non ha saputo ammodernarsi e migliorare la produttività

Una strategia che porterà a dei contrasti.
È inevitabile: si esporta e si portano via posti di lavoro agli altri Paesi. Ma la storia economica ci insegna che, nonostante le difficoltà, è un gioco che non è mai a somma zero. Alla fine ci guadagnano tutti. Diverso è, invece, l’aspetto politico, che mi preoccupa di più.

Perché?
Hanno dei comportamenti ambigui e non amichevoli. Occupano isolotti, cercano di ricreare un mare cinese, aprono a progetti, ad esempio quello della nuova via della seta, che somigliano molto – ma non voglio dirlo – a una forma di espansionismo. Qualcuno lo definirebbe un “imperialismo larvato”. Questo sì che porterebbe a uno scontro con gli Stati Uniti d’America, che sono l’altra grande potenza imperialista, in una dinamica che somiglia alla vecchia contrapposizione Usa – Unione Sovietica. E quella sì che era pericolosa.

In mezzo, poi, c’è l’Europa.
Eh sì, ci siamo noi.

Che abbiamo i nostri problemi. Lei ha detto che l’euro è una “moneta fragile”. In un’altra occasione ha spiegato che uscire dall’euro non è, nonostante i proclami che si fanno, poi così facile. Eppure ha aggiunto che una riforma, prima o poi, sarà necessaria. Come si farà?
Le riforme non arrivano perché per farle bisogna mettere d’accordo Francia e Germania. L’euro è una moneta che, è evidente, ha leso l’Italia, non si discute. Ma questo anche per colpa dell’Italia, che non ha saputo ammodernarsi e migliorare la produttività. Bagnai non ha tutti i torti, ma sbaglia quando dà tutta la responsabilità all’euro. In ogni caso, oggi come oggi, uscire dall’euro sarebbe controproducente, nonostante tutti i proclami. Lo si è visto con la Grecia di Tsipras: il presidente ha dovuto fare marcia indietro (e cacciare Varoufakis) per timore dei possibili contraccolpi. Ed era la Grecia. Se esce l’Italia allora saltano in fila Grecia, Spagna e Portogallo. Sarebbe una Lehman Brothers al quadrato.

Allora non c’è soluzione.
È difficile. Eventuali riforme avrebbero comunque un respiro di breve periodo, aiuterebbero ad ammorbidire i possibili shock finanziari. E una ricetta per riequilibrare le economie non si trova: come si risolve la scarsa competitività di Italia e Grecia? O con un miracolo. Oppure si tagliano i salari del 10% – ma è impensabile. Oppure ancora i salari tedeschi crescono del 25%. Ecco, la buona notizia è che stanno un po’ crescendo. L’unico modo ordinato di uscire dall’euro sarebbe un accordo consensuale tra tutti i Paesi membri, che decidono di abbandonarlo. Ma è fantasia.

Intanto il nuovo governo (se nasce) un po’ ci spera. Che opinione si è fatto del contratto tra Lega e Cinque Stelle?
Non buona. Io sono un socialdemocratico e non sostengo nessuna delle due parti. Alcune cose, però, non sono troppo – e dico troppo – nocive. Ad esempio il reddito di cittadinanza: non è detto che significhi solo dare soldi agli sfaticati. Ci sono situazioni, in certi contesti depressi, in cui può aiutare davvero, avere almeno una sua efficacia. E potrebbe anche non costare così tanto come si dice. La misura peggiore, a mio avviso, è la flat-tax: costa allo Stato ed è ingiusta. Quella no, non mi trova d’accordo.

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