Quesiti linguistici

È giusto dire “Kebabbaro”? Risponde la Crusca

È a tutti gli effetti una parola italiana. Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, la parola non nasce a Roma ma nel Nord Italia

Kebab

(THOMAS SAMSON / AFP)

19 Maggio Mag 2018 0745 19 maggio 2018 19 Maggio 2018 - 07:45

Tratto dall’Accademia della Crusca

La parola kebabbaro, che indica il ‘commerciante che prepara e vende kebab’ (Devoto-Oli 2018), è ormai molto usata dagli italiani tanto da entrare a far parte del repertorio lessicale italiano. Infatti la parola è registrata sul Vocabolario Treccani online ed è marcata come neologismo 2008, compare nello ZINGARELLI a partire dall’edizione del 2012, nel GARZANTI 2013, nel Devoto-Oli 2014 e inoltre è stata repertoriata nell’ONLI (Osservatorio Neologico della Lingua Italiana). La prima attestazione, secondo lo ZINGARELLI, è del 2003 ma, attraverso alcune ricerche effettuate su Internet, ritroviamo la parola già in una conversazione di un forum di Google, risalente al 30 novembre 2001, dove tuttavia l’uso delle virgolette ne marca la novità:

Ieri sono andata in missione e mi sono imbattuta in un "kebabbaro".

Non ho piu' guardato gli innumerevoli bar presenti e ovviamente mi sono spazzolata un bel doner kebab (https://groups.google.com/forum/#!topic/it.hobby.cucina/T6Z6GYwEFFU)

La ricerca sul web nelle pagine in lingua italiana di kebabbaro (anche al plurale -ari) e delle sue varianti, in intervalli di date che vanno dal 2001 al 2017, dimostra che la parola comincia a circolare intorno al 2003-4, subisce una crescita d’uso progressivo fino al 2009, quando registra un aumento d’impiego ulteriore quasi duplicando ogni anno l’incremento dell’anno precedente. Oggi la parola, nelle sue numerose varianti che coinvolgono la bilabiale [b], ha incidenza sul web ma anche sui giornali.

La prima attestazione, secondo lo ZINGARELLI, è del 2003 ma, attraverso alcune ricerche effettuate su Internet, ritroviamo la parola già in una conversazione di un forum di Google del 2001

Tra le varianti, quella più marcata dal punto di vista regionale è kebbabbaro, la quale allude alla pronuncia tipica del romanesco e, sebbene sia ben presente sul web, non è stata mai impiegata nei quotidiani. La variante kebabaro, invece, sembrerebbe una sorta di ipercorrettismo vòlto a epurare la parola da qualsiasi riferimento regionale, mentre kebbabaro, che pure è ben attestata sul web e sui giornali, potrebbe nascere da un errore ortografico nella resa delle doppie, scambiate di posto.

La forma corretta è dunque kebabbaro: alla base kebab è stato aggiunto il suffisso -aro, ovvero la variante non toscana del suffisso -aio che, quando si aggancia a basi straniere terminanti per consonanti ne determina l’intensificazione: internettaro, gossipparo ecc. Spesso, parlando del kebabbaro, si ha la percezione che l’origine della parola sia romanesca, a causa sia dell’impiego del suffisso -aro, che risulta molto vitale nelle varietà laziali, sia dell’intensificazione della consonate [b]. In realtà non possiamo assumere con certezza che il conio della parola sia avvenuto a Roma per diversi motivi. Anzitutto per una ragione esterna alla lingua ovvero la storia del kebab in Italia.

Il kebab nella sua forma contemporanea (döner kebab) ovvero il grande spiedino che gira su se stesso da cui vengono staccati pezzi di carne e messi all’interno di piadine, panini ecc. nasce in Germania e comincia a diffondersi prima nel Nord Italia e in particolare a Milano e a Torino, che continuano oggi a essere le città con maggior numero di kebabbari. Nel sito di Tripadvisor, ad esempio, a Roma si hanno 90 kebabbari contro i 264 di Milano e i 159 di Torino. Le attestazioni su Google libri e sul web confermano i dati:

A Roma le grandi catene arrivano sempre un po’ in ritardo: da IKEA a Fnac, passando per Burger King e H&M, approdano nella capitale dopo che sono comparse nelle principali città europee, compresa l’eterna rivale Milano. I kebabbari non sono un franchising, ma la sensazione che molti ebbero incrociando i primi locali a Roma, dopo averli visti all’estero, fu proprio la stessa: finalmente è arrivato anche quaggiù” (Corea, Achille, Roma senza vie di mezzo, Bologna, Pendragon, p. 70).

Il mercato del kebab è in fortissima espansione, ma è frammentato in una miriade di aziende personali […] spiega Naser Ghazal imprenditore di origine palestinese che nel 2001 in provincia di Treviso ha fondato SKK, il primo kebab franchising della penisola: «I kebabbari aprono e chiudono in continuazione […]». La città più innovativa d’Italia in fatto di kebab è tuttavia Torino […] uno degli esperimenti più particolari resta tuttavia kebabun (in piemontese ‘buon kebab’) servito nei locali di Eataly (http://www.trattoriamorgana.com/la-storia-del-kebab-wired-italia/).

La maggior parte delle attestazioni su Google libri, inoltre, coinvolge testi spesso redatti da autori originari del Settentrione o romanzi ambientati nel Nord Italia. Questa considerazione esterna alla lingua non è comunque sufficiente per escludere Roma o il Centro Italia dalla genesi della parola.

Inoltre, il suffisso -aro non è esclusivamente appannaggio del romanesco: -aro dal latino -ARIUS è usato nelle varietà settentrionali (cfr. i settentrionalismi casaro e fornaro, i regionalismi lombardi postaro, tencaro, quelli piemontesi malgaro, schiavandaro, spadonaro), ma si dimostra particolarmente vitale nei dialetti centro-meridionali e in particolare nel romanesco e nel napoletano, nei quali viene usato anche (e non solo) per indicare i venditori ambulanti di cibo (cfr. i regionalismi del Centro e Meridione frittellaro, panellaro, fichidindiaro, porchettaro e carnacottaro dal napoletano carnacotta ‘trippa’). Nell’ultimo secolo si è svincolato dalla connotazione regionale ed è stato usato in una serie di suffissati che, magari proprio partendo da un regionalismo, hanno pian piano assunto connotazioni differenti, diffondendosi su tutto il territorio italiano: rockettaro, gossipparo, graffitaro, panchinaro hanno un’accezione ironica, scherzosa, mentre stiddaro (‘criminale affiliato alla stidda’), tangentaro, mazzettaro, treccartaro hanno assunto una connotazione spregiativa poiché fanno riferimento ad attività illecite e truffaldine. Oggi il suffisso -aro non si può considerare solo una variante non toscana di -aio, ma un meccanismo vitale e produttivo della lingua italiana che sganciandosi dalla connotazione regionale ha assunto quella scherzosa, spregiativa e ironica.

Il suffissato kebabbaro porta con sé sia il significato agentivo di venditore ambulante, ben attestato in tutte la varietà italo-romanze, sia una connotazione scherzosa e giocosa. Ci sono stati timidi tentativi di conio di derivati agentivi attraverso altri suffissi, che si sono comunque dimostrati poco fortunati: kebabbaio ha solo 125 occorrenze su Google mentre kebabbista 259 e di solito indica ‘l’amatore e intenditore di kebab’. Ad aiutare la formazione con -aro è il fatto che, stando ad alcuni studi (Lo Duca 2004, p. 199), tale suffisso è produttivo soprattutto quando la base è una parola straniera, per lo più terminante in consonante, che dunque viene intensificata durante il processo di derivazione: boutique > buticcaro (1995), internet > internettaro, cabaret > cabarettaro, gossip > gossipparo. In questo caso la base straniera è appunto kebab, anche se in Italia bisogna considerare la penetrazione della variante minoritaria turca kebap, la quale però non è stata presa molto in considerazione nella formazione di suffissati: infatti kebapparo ha solo 451 occorrenze nelle pagine in italiano di Google.

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