Lorenzo Marsili: «Siamo europeisti anti-sistema perché solo con l’Europa la sinistra vincerà le sue battaglie»

Intervista a Lorenzo Marsili, co-fondatore di Diem25 insieme a Yanis Varoufakis, nel giorno della sua prima assemblea nazionale in Italia: «Alla sinistra occorre ora una strategia coordinata a livello europeo, nazionale e municipale, che sia capace di affrontare le grandi crisi del nostro tempo»

Sinistra
19 Maggio Mag 2018 0941 19 maggio 2018 19 Maggio 2018 - 09:41

Qualcosa si muove, a sinistra. E no, per una volta non stiamo parlando del moribondo Pd o di quel che si lecca le ferite alla sua sinistra. Parliamo invece di un piccolo grande esperimento transnazionale come Diem25, movimento che Lorenzo Marsili, il suo fondatore insieme a Yanis Varoufakis, definisce come il partito dell’«europeismo antisistema». Un ossimoro apparente, questo, che tuttavia sta crescendo in Italia e in Europa - sono 10mila gli iscritti nel Belpaese, 100mila nel continente - e che sta stringendo alleanze strategiche importanti: «Ci sono i sindaci di Napoli e Parma Luigi De Magistris e Federico Pizzarotti, col suo nuovo movimento Italia in Comune, ci sono i rappresentanti di Coalizione Civica di Bologna - spiega Marsili a Linkiesta - e ci sono pure numerose alleanze internazionali come quella con Generation, il nuovo partito di Hamon, con Razem in Polonia, con Livre in Portogallo. E c'è un partito in Danimarca che si chiama Alternativet, il mio preferito, fondato da un gruppo molto eterogeneo di artisti, designer e politici di diverse estrazioni: sono molto innovativi e alle ultime elezioni hanno preso il 10% dei voti. È il partito con cui i Cinque Stelle stavano flirtando, per costruire un’alleanza transnazionale. Poi hanno scartato l’idea: Alternativet era troppo europeista». Oggi e domani, sabato 19 e domenica 20 maggio sono i giorni della prima assemblea nazionale di Diem25, primo passo di avvicinamento verso una lista continentale alle prossime elezioni europee del 2019. Giorni tristi, per la sinistra: «In Italia stiamo assistendo a una svolta storica tutta a destra - nota Marsili - Alla sinistra occorre ora una strategia coordinata a livello europeo, nazionale e municipale, che sia capace di affrontare le grandi crisi del nostro tempo».

Parliamo di queste grandi sfide, Marsili. Anzi, facciamo così: un paio d’anni fa abbiamo lanciato sul nostro giornale dieci domande a cui la sinistra doveva rispondere per non essere irrilevante nel futuro. Cominciamo dalla prima: siamo lavoratori o consumatori?
Io credo che siamo lavoratori. Ma credo anche sia arrivato il momento di una discussione pubblica sulla riduzione dell’orario di lavoro: quattro giorni di lavoro alla settimana, anziché cinque. Lo diceva anche Keynes nel 1935 e oggi è vero più che mai. L’aumento della produttività derivante dall’automazione è positivo. Il tema è chi beneficia dell’aumento di produttività e chi controlla le macchine. Oggi la rivoluzione tecnologia porta tutto nelle mani dei ricchi, a discapito dei più poveri. Diminuire l’orario di lavoro e restituire del tempo alle persone deve essere una battaglia della sinistra.

La seconda domanda tocca la carne viva del caso Ilva a Taranto: vogliamo polmoni puliti o braccia impegnate? Meglio ancora: la sinistra deve pensare al lavoro o pensare all’ambiente?
L’unica maniera per salvaguardare il lavoro è renderlo sostenibile per il pianeta. L'Europa deve mettere in campo un gigantesco investimento nella riconversione industriale: più precisamente, come da nostra proposta, 500 miliardi di euro attraverso la Banca Europea degli Investimenti. Sono meno soldi di quelli stampati per il Quantitative Easing e servono allo sviluppo di imprese del futuro, a trecentosessanta gradi, dall’Ilva al trasporto pubblico locale.

Terza domanda, anche questa molto legata alla cronaca. La sinistra deve lottare per i salari o per i sussidi? Deve lottare per raggiungere la piena occupazione o prendere atto che la disoccupazione è destinata a rimanere alta e occorre dare una risposta attraverso il reddito di cittadinanza?
La piena occupazione non esiste più: in realtà parliamo di una piena sotto-occupazione: tanti part time involontari, tanti bullshit jobs. Quindi sì, una soluzione va trovata. E quello che propongono i Cinque Stelle, che è reddito minimo garantito, non reddito di cittadinanza, è sacrosanto ed è uno scandalo che l’Italia non ce l’abbia. Noi andiamo oltre e proponiamo il dividendo universale di base: ogni oggetto che viene venduto, è figlio di un fortissimo investimento pubblico. Per dire, senza la fisica teorica del Cern non ci sarebbe stato iPhone. Solo che l’investimento del pubblico non viene riconosciuto. Noi proponiamo che alla quotazione in borsa di un’azienda innovativa, una percentuale sia destinata per legge a un fondo sovrano europeo. E che i proventi di questo investimento siano poi redistribuiti a tutti i cittadini attraverso il dividendo di base.

A proposito di grandi multinazionali, come la mettiamo con queste realtà? Devono essere messe nelle condizioni di competere con altri colossi facendo pagare loro meno tasse possibili, oppure dobbiamo spremerle come limoni?
Quello delle tasse alle multinazionali è un tema centrale, soprattutto in relazione ai paradisi fiscali che abbiamo dentro l’Unione Europea, di fatto una competizione al ribasso degli stati nazionali per rubarsi le tasse degli altri. Una competizione che ha l’unico effetto di far crollare il gettito fiscale. L’Olanda con una tassazione dei dividendi molto più bassa della nostra, si è presa Exor che controlla la Fiat. Ma non è solo un problema di multinazionali: il Portogallo fa lo stesso coi pensionati. In Italia, abbiamo fatto lo stesso con flat tax ai super ricchi. Questo è quel che accade perché non abbiamo una sola politica fiscale europea. Tutti i Paesi europei subiscono gli effetti di una competizione fratricida. Serve almeno una minima corporate tax comune a tutti gli stati. Noi bloccheremo i lavori dell'Eurogruppo se non la otterremo: non ha senso che la gente faccia sacrifici per consentire ai ricchi di non pagare le tasse.

«Senza la fisica teorica del Cern non ci sarebbe stato iPhone. Solo che l’investimento del pubblico non viene riconosciuto. Noi proponiamo che alla quotazione in borsa di un’azienda innovativa, una percentuale sia destinata per legge a un fondo sovrano europeo. E che i proventi di questo investimento siano poi redistribuiti a tutti i cittadini attraverso il dividendo di base»

Altro giro, altra domanda: esiste la questione generazionale, secondo te? Più precisamente: perché quelli che per gli anziani sono diritti per i giovani sono privilegi?
È un circolo vizioso pericolosissimo, questo, perché giovani e anziani sono parte della medesima questione. Se per i giovani ci sono solo lavori intermittenti o precari poi sei costretto ad aumentare l’età pensionabile, o inasprire la fiscalità. In altre parole: si deve investire sui giovani anche per aiutare i meno giovani. Sull’età pensionabile, poi, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio: bisogna distinguere tra lavori che richiedono un pensionamento precoce e altri in cui si può andare avanti a lungo, anche part time. E ancora: distinguere le sacche di privilegio come le pensioni d’oro e la stragrande maggioranza dei pensionati italiani che hanno assegni da meno di 1500 euro al mese. Ma la chiave è sempre la stessa: le giovani generazioni vanno messe al lavoro molto prima e molto meglio.

Anche perché se no il debito pubblico esplode. A proposito - sesta domanda - che ne pensate del debito pubblico? Possiamo ampliarlo a dismisura o fare sacrifici oggi è necessario per togliere un fardello dalle spalle alle generazioni future?
Desacralizziamo la discussione sul debito, che non è né buono né cattivo in sé e per sé. Dipende da per cosa lo si usa e come lo si ripaga. L’Italia è vent’anni che registra consistenti surplus primari e pure un surplus di bilancia commerciale: nonostante questo il debito cresce in termini assoluti e in rapporto al Pil. Il punto è che se per vent’anni che non sei riuscito a mettere i conti in ordine nonostante questo doppio surplus è che c’è un problema economico e di politiche di sviluppo. Noi non abbiamo un problema di spesa eccessiva, ma di qualità della spesa. Abbiamo una classe politica che spende male. Anche in questo caso, la risposta non può che essere europea.

In che senso?
Serve un piano di investimenti europeo: non ci sono mai stati tanti soldi nelle banche europee, ma tutta questa liquidità non trova mai la via dell’investimento produttivo. Un investimento federale sarebbe il primo passo per rimettere in moto l’economia. Poi c’è la questione debito pubblico. Anche qui, la nostra risposta è un bond della banca europea degli investimenti, finalizzato alla riconversione industriale. Più che cambiare i trattati europei, noi dobbiamo mettere in campo politiche che simulano una federazione europea a trattati vigenti.

Settima domanda: ultimi o penultimi? Se aiutiamo i richiedenti asilo, le popolazioni locali si ribellano e votano l’estrema destra. Se non lo facciamo, ci tocca sopportare il peso morale di situazioni come quella di Lesbo o accordi come quello tra Ue e Turchia, o tra Italia e Libia...
L'Europa non può sopportare Lesbo e l’accordo Ue-Turchia. Pagare una tangente a Erdogan per tenere i migranti fuori dal Vecchio Continente è la morta dell’Unione Europea. Anche qui siamo di fronte a un circolo vizioso che si autoalimenta: noi abbiamo un terzo della nostra popolazione che è a rischio povertà ed esclusione, che scarica tutte le colpe sugli ultimi, siano essi stranieri residenti o richiedenti asilo. In realtà siamo noi che abbiamo un sistema di accoglienza che fa schifo, un sistema di gestione dei flussi che è pure peggio: siamo riusciti nel miracolo di avere una gestione contemporaneamente inumana e inefficace delle migrazioni. Le colpe sono nazionali: ci sono paesi come la Spagna che hanno boicottato i timidi ricollocamenti europei nascondendosi sotto una foglia di fico di nome Orban. Ma, di nuovo: queste colpe derivano dall’assenza di una politica europea comune.

Ottava domanda. Parliamo dei nostri dati: che ci dobbiamo fare? Dobbiamo lasciare che circolino liberamente, per ragioni di sicurezza, o per migliorare l’offerta di prodotti e servizi? Oppure dobbiamo difendere con unghie e denti la nostra privacy?
Io credo che noi dovremmo sapere innanzitutto quali sono gli algoritmi che elaborano i nostri dati. E che dobbiamo chiedere alle grandi multinazionali di rendere pubblici dati e algoritmi. Se hai un mercato sufficientemente ampio - e noni siamo il primo al mondo - abbiamo sufficiente forza possiamo chiedere che questi dati debbano essere messi a servizio del servizio pubblico. C’è poi chi dice che Google abbia scoperto un nuovo diritto umano, il diritto a cercare un’informazione. E che questo algoritmo debba diventare un bene comune dell’umanità, come il metro.

A proposito, anche la sinistra del futuro è la sinistra dei beni pubblici oppure ha più senso parlare di beni comuni, di beni di pubblica utilità…
Beni pubblici e comuni non sono in contraddizione tra di loro, tranne quando il pubblico usa il comune per liberarsi responsabilità che gli competono, e li scarica sulla cittadinanza attiva. Migranti e transitanti li dovrebbe gestire il comune di Roma e invece lo fa Baobab che è un esperienza di cittadinanza attiva. Che a sua volta dovrebbe chiedere nuovi diritti e nuove opportunità. Un esempio di relazione virtuosa tra pubblico e cittadinanza attiva, invece, ce l’hai a Napoli: se vai nel centro storico trovi sperimentazione teatrale e musicale, posti non dedicati a turismo di massa, sportelli per migranti, per lavoratori precari e rider. E sono tutti spazi in stabili abbandonati dal pubblico e occupati da cittadinanza attiva e considerati beni comuni. A Roma questi spazi vengono sgomberati: e ti ritrovi con locali pieni solo di chincaglierie e intrattenimento di bassa qualità per turisti.

Ultima domanda: la sinistra con chi deve stare, con l’Italia o con l’Europa?
Ti lancio uno slogan: Europeismo anti-sistema. Questa è la nostra posizione, quella che definisce il nostro lavoro. Si deve lavorare sull’Europa come se fosse una cosa sola, già in essere, contro un sistema in bancarotta morale. L’unico modo per essere anti-sistema oggi è farlo a livello europeo, con un azione politica transnazionale, perché le incrostazioni si basano sulla frammentazione dello spazio europeo e sulla competizione tra Stati. L’europa perde da 300 a 900 miliardi all’anno a causa della competizione tra Stati. E gli Stati si stanno disintegrando perché manca una politica europea. Noi siamo radicalmente municipalisti. Tra le nostre proposte c’è la trasformazione del consiglio delle regioni in una camera delle autonomie. Non crediamo alla politica dei compartimenti stagni però: crediamo in uno spazio politico unico, fluido in cui sta il municipale, il nazionale e l’europeo.

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