Maurizio Martina: «Pd, è l’ora della grande pacificazione: altrimenti resteremo il partito della Ztl»

Intervista al segretario reggente del Partito Democratico, alla viglia dell'Assemblea Nazionale: «Il Pd non deve fare contratti con altre forze politiche, ma patti sociali nei territori. Renzi? Non facciamone un capro espiatorio, ma dobbiamo tornare a parlare con i sindacati e le associazioni»

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Tiziana FABI / AFP

Tiziana Fabi/AFP

19 Maggio Mag 2018 0745 19 maggio 2018 19 Maggio 2018 - 07:45

C’è una foto, nel corridoio che porta alla stanza di Maurizio Martina, nella sede del Partito Democratico, a Largo del Nazareno. In quella foto, c’è Roma invasa di bandiere del Pd. Era il 25 ottobre del 2008 e Walter Veltroni, che veniva da una sconfitta elettorale terrificante contro Berlusconi, riuscì a portare 2,5 milioni di persone in piazza. Era la vigilia della grande crisi. Chissà quanto ne è rimasto, di quel popolo democratico. Chissà quante tra quelle facce oggi votano Cinque Stelle o Lega: «Erano gli ultimi giorni felici della sinistra a trazione blairiana, quelli - ricorda Martina - quella che pensava che il capitalismo si potesse addomesticare, che la quadratura del cerchio stava nella mediazione tra Stato e mercato. Quel modello non ha retto alla crisi, ora non ha più senso».

Siamo alla vigilia dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, e la segreteria di Maurizio Martina è appesa a un filo: se i renziani decideranno di chiedere il congresso a ottobre e questa proposta sarà accolta, la sua esperienza da reggente avrà termine. Se invece ciò non accadrà, Martina stesso sarà candidato segretario e sarà lui a guidare la fase congressuale. Qualcuno adombra addirittura lo spettro della scissione, ma Martina non ci sta: «Il cuore della questione, il punto cruciale per chi vuole creare una risposta alternativa a Lega e Cinque Stelle non è trovare una data per eleggere il segretario - spiega -, ma come stiamo nella società, come ricostruiamo un patto sociale sui territori».

Martina, è la solita analisi della sconfitta? Bisogna ripartire dai territori, eccetera…
Sì e no. No, perché non sono luoghi comuni. Sì, perché sì, bisogna davvero ripartire dai territori.

Spieghi…
Io sono sempre vissuto in paesi da cinquemila abitanti al massimo. E lo vedevo già da tempo che c’era una frattura forte tra grandi aree urbane ricche di capitale umano e risorse economiche e territori spaesati che si stanno indebolendo. Non solo al Sud, anche al Nord. Noi dobbiamo ripartire dalle comunità, perché è lì che rispondi al bisogno di protezione. La destra l’ha fatto, noi…

…voi reggete solamente nelle aree urbane…
No, peggio: nel centro delle aree urbane. Siamo diventati il partito della Ztl. E nei quartieri popolari facciamo una fatica enorme per le stesse ragioni per cui facciamo fatica nei paesini della bassa lombarda, o nelle aree interne del Mezzogiorno.

Alla quarta domanda, tocca nominarlo: è tutta colpa di Renzi?
No, assolutamente. quel che è accaduto riguarda tutti. Chi c’è stato negli ultimi anni, me compreso, e chi c’era prima. In questi anni di governo abbiamo vissuto problemi che arrivano da lontano. Stiamo assistendo a uno smottamento che non coinvolge solo il Pd ma tutte le forze della sinistra: La Clinton vince sulle coste e perde nella rust belt degli stati centrali. I laburisti inglesi hanno vissuto la frattura tra Londra e il resto del Regno Unito. In Francia il nordest in crisi vota Front National, mentre Parigi rimane l'unica enclave socialista, che elegge Anne Hidalgo come sindaco. In Germania la sinistra vince solo a Berlino, mentre immediatamente attorno vola AfD. E non è così solo in Europa, o in Occidente: Perù e Argentina, per dirne due, sono attraversati dalle medesime faglie. Le forze della Terza Via tengono nelle metropoli, il resto dà la spinta a movimento populisti. C’è un filo conduttore nelle crisi dei soggetti riformisti, in ogni Paese.

Tutto qua? Tutti in crisi, tutti assolti…
No, al contrario. Ognuno di noi, nel mondo, ha la responsabilità di risolvere la propria crisi, partendo dalle sue peculiarità. E in Italia, la nostra peculiarità è che abbiamo mille comuni, le piccole comunità, i distretti industriali, le piccole imprese e le piccole banche. Luoghi che sono rimasti spaesati nella globalizzazione e nei quali esserci, starci, vuol dire mettersi a ricucire tra loro le solitudini, organizzando la società per dare risposte. Noi non siamo, né potremo mai essere quelli della verticalizzazione della risposta, del leader che decide tutto. Quella è una mediazione che la destra sa fare e saprà sempre fare meglio di noi. Noi siamo quelli che costruiscono reti orizzontali. Ed è faticosissimo.

Qualcuno dirà che è pure vecchissimo...
In realtà è la questione più contemporanea che c’è. Noi non dobbiamo fare contratti di governo, noi dobbiamo fare patti con la società. Se le rappresentanze muoiono, se l’associazionismo muore, se la società che si organizza muore, noi non abbiamo più senso.

Alt: voi i sindacati e le associazioni di rappresentanza le avete combattute, in questi ultimi anni, non difese…
È uno scontro che non nasce ieri, pure questo. Noi rompiamo il collateralismo col sindacato già nel 1997, con la rottura tra D’Alema e Cofferati. na parte di quella rottura è stata anche salutare. Fossimo stati imprigionati in quello schema ideologico non avremmo capito come cambiava il lavoro, nel frattempo. Io ho lavorato nella Cgil, quando nacquero i lavori atipici il loro problema era se dovessero diventare una categoria, come i metalmeccanici con la Fiom: maneggiavano cose nuove con strumenti vecchissimi.

E quindi? Che valore aggiunto vi porta, oggi, dialogare con loro?
Ora non è più così: oggi è l’era della ricostruzione del legami tra noi e loro, della grande pacificazione. Noi dobbiamo lavorare, insieme a loro, perché ci sia una nuova stagione della rappresentanza sociale ed economica, non combatterla. Faccio un esempio: noi vogliamo che in Italia sia introdotto il salario minimo legale, perché c’è un mondo di lavoratori non coperti dal contratto nazionale che è pagato sotto soglia e dove non arriva il contratto deve arrivare la legge. Questa è una battaglia che possiamo fare assieme.

Sembra un tornare indietro, più che un andare avanti: il Partito che discute con tutti e non decide mai...
Il Pd è nato dieci anni fa con la missione di essere il partito del cambiamento, quello che portava il Paese nella terza repubblica. Al cuore di questo cambiamento c’era la democrazia decidente e quella sfida rimane tutta. Ma non puoi rispondere a quella sfida saltando di netto tutte le rappresentanze. E, aggiungo, non lo puoi risolvere riportando tutto al centro, abbandonando a se stessi i territori. Noi, come forza di sinistra, ce li abbiamo nel Dna il municipalismo e il regionalismo. Perché sono i sistemi territoriali che fanno la differenza, non lo Stato. Noi abbiamo smarrito questa certezza.

«Oggi è l’era della ricostruzione del legami tra noi e loro, della grande pacificazione. Noi dobbiamo lavorare, insieme a loro, perché ci sia una nuova stagione della rappresentanza sociale ed economica, non combatterla. Faccio un esempio: noi vogliamo che in Italia sia introdotto il salario minimo legale, perché c’è un mondo di lavoratori non coperti dal contratto nazionale che è pagato sotto soglia e dove non arriva il contratto deve arrivare la legge. Questa è una battaglia che possiamo fare assieme»

Andiamo avanti, allora. Come si fa a “ritornare sui territori”? Come si ricostruisce il legame con la società? Facciamo finta che lei non sia il reggente nazionale, ma il segretario del Pd di Bergamo...
Ok. Se fossi il segretario del Pd di Bergamo mi metterei alla ricerca di nuovi soggetti, non solo con le associazioni che mi ha regalato la Storia. A Bergamo, ad esempio, c’è il movimento che attraversa il festival di Bergamo Scienza come uno dei punti vitali di quella città. O il mondo che gravita attorno all’università e l’ospedale, due poli d’eccellenza. O la Brembo, ben oltre Bombassei, un’esperienza che determina il cambiamento di quel territorio.

Tre esempi più Ztl di questi non li poteva trovare…
Obiezione accolta. Che dimostra quanto io non sia immune dal virus, peraltro. Ho fatto tutti esempi che non colgono la dimensione della periferia perché noi, se va bene, andiamo in periferia, non siamo in periferia.

Ci riproviamo?
In una provincia come la nostra non puoi non avere rapporto con gli alpini, c’è una marea di giovani lì dentro. Oppure cittadini che si organizzano sui temi ambientali, non contro qualcosa ma per presidiare la cura di un pezzo di territorio.

Intanto però gli altri intercettano i No Tav, i No Triv, i No Tap, mentre voi li combattete...
Abbiamo sottovalutato la questione ambientale. Una delle rotture politiche più eclatanti che abbiamo vissuto col Paese è stato il referendum sulle trivelle, perché tutti i territori, anche quelli che non erano coinvolti e non hanno votato certo a quel referendum si sono comunque fatti l’idea che noi non volevamo che decidessero i cittadini. Che le scelte le imponessimo dall’alto. Nel merito del tema avevamo ragione, nel metodo abbiamo fatto errori. Col senno di poi dico che si poteva gestire diversamente quel passaggio. Io lì ho avvertito chiaramente il cambiamento di clima.

C’è chi dice che il problema di un partito pesante e ramificato come lo immagina lei sia anche il costo. Bisogna tenere aperte le sezioni…
Il costo è un alibi. Casa Pound nelle periferie c’è, e non nuota nell’oro. E io non posso permettere che ci siano solo loro. Secondo me il radicamento non dovrebbe nemmeno essere messo in discussione. Semmai discutiamo di come ci radichiamo: noi anche quando, spesso non ci siamo con la testa giusta.

E qual è la testa giusta?
Quella dei circoli del Pd che fanno servizio nel loro quartiere. Ci sono circoli in cui i ragazzi danno ripetizioni ai ragazzi del quartiere. Quello è il mio Pd. Io credo che il Pd possa ripartire solo dai progetti di comunità. Ogni circolo scelga una cosa concreta da da fare sul suo territorio e la faccia. Il Pd deve diventare un soggetto territoriale attivo, senza annunci, senza marketing. Perché se lo facciamo, cambia il Pd, cambia la mentalità, cambia tutto. Io non sono tra quelli che credono che le leadership non servano. Ma noi oggi, se vogliamo sopravvivere, dobbiamo ripartire dal popolo.

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