Governo Lega-Cinque Stelle: comunque vada, cambierà per sempre la politica italiana

La strana mediazione tra popolo ed élite, le prassi costituzionali ribaltate, il rapporto tra segreterie e premier incaricato, e quello col Quirinale: ecco perché il prossimo governo sarà il più grande esperimento politico degli ultimi trent'anni

Governo Conte Linkiesta

Tiziana FABI / AFP

21 Maggio Mag 2018 0740 21 maggio 2018 21 Maggio 2018 - 07:40
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Chiamatelo come volete — il grande azzardo dei cosiddetti populisti europei, il grande rischio per la democrazia italiana ed europea — ma non c’è dubbio che quello tra Lega e Cinque Stelle sia il più grande e interessante esperimento politico italiano negli ultimi trent’anni, uguagliato solo dal Polo delle Libertà e del Buongoverno di Silvio Berlusconi nel 1994. Lo è perché gliel’hanno fatto fare, ovviamente. E lo è perché è inedita l’alleanza, e pure lo schema che lo ha generato. Non c’è alle spalle il Partito Popolare Europeo né quello Socialista. Non c’è il tentativo di bilanciare una forza politica tradizionale con una anti-sistema, soprattutto in chiave di politiche europee. E non c’è un’alleanza organica e politica, ma nemmeno è un mero governo di grande coalizione come può essere quella tedesca tra Cdu e Spd. Lo è, altrettanto ovviamente, per le innovazioni introdotte nella negoziazione, dal contratto per il governo del cambiamento promosso da Luigi Di Maio e accettato da Matteo Salvini, alla votazione online del programma condiviso. Difficile se ne farà a meno, a partire da domani.

Non solo, però: il governo giallo-verde è anche figlio di una curiosa mediazione tra popolo ed élite, tra ggente e professoroni. A guidarlo, infatti, sarà Giuseppe Conte, 19 pagine di curriculum, avvocato, docente di diritto privato alla Luiss, uno che è passato dalle più prestigiose università europee e dal mondo delle grandi magistrature romane. Non esattamente uno “del popolo”. Contraltare di Conte e di un ministro degli esteri come Luigi Massolo — vicepresidente di Morgan Stanley — sarà Luigi Di Maio, che in curriculum non ha lauree, bensì qualche lavoretto e la vicepresidenza della Camera dei Deputati, che si dovrebbe sedere sulla poltrona di un superministero del lavoro e dello sviluppo economico.

Peraltro, esperimento nell'esperimento, ci ritroviamo nello strano scenario in cui il Presidente del Consiglio incaricato non ha scrito mezza riga del programma che dovrà attuare, e si troverà in mano una lista di ministri che dovrà nominare. C'è chi dice — e forse ha più di qualche ragione — che siamo sul crinale dell'incostituzionalità. Di sicuro prevediamo problemi politici, se la china dovesse essere questa anche nei mesi a venire. Quella, cioè, di un primo ministro teleguidato dall'esterno, magari addirittura dai gazebo e dai voti online. Che peso potrà avere, ad esempio, nel trattare alla pari e con la discrezionalità che dovrebbe competergli, con un Macron o con una Merkel? Mistero.

Alla vigilia dell’appuntamento elettorale continentale, si capirà davvero cosa vorranno fare il Movimento e la nuova Lega di Salvini: non è detto che quest’alleanza pseudo-tecnica non si trasformi in un legame politico, che i professoroni non entrino in pianta stabile nei Cinque Stelle, che gli anti-sistema non finiscano per istituzionalizzarsi davvero, che lo scenario politico in Europa non finisca per mutuare ciò che è successo in Italia anche altrove

Se di anomalia si tratta, lo è anche per il ruolo ambiguo che sta esercitando il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che lungi dall’essere un king maker come Re Giorgio Napolitano, ha tuttavia gestito questa crisi senza far mancare la sua moral suasion — vedi la fermezza con cui ha negato al centrodestra un reincarico senza una maggioranza parlamentare che lo sostenesse — e si suppone gestirà con altrettanta influenza i primi anni di governo del nuovo esecutivo. Antipasto di questo ruolo, il discorso sull’Europa dello scorso 10 maggio, a poche ore dall’annuncio del dialogo tra Lega e Cinque Stelle, in cui ha ricordato ai cari Matteo e Luigi le sue preferenze e le sue prerogative: niente scherzi sui conti pubblici, sui trattati europei, sull’impossibilità di lasciare la moneta unica, e l’evocazione della possibilità che possa non nominare ministri e non controfirmare leggi sgradite, nel caso. Sarà una convivenza interessante, quella tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Che non è detto non veda dalla stessa parte la Presidenza della Repubblica e quella del Consiglio, unite contro le segreterie dei due partiti. Un inedito, pure questo.

Lo è, soprattutto, perché è un governo di crasi tra due differenti nazioni, perlomeno da un punto di vista politico, che hanno premiato — la Lega al Nord, i Cinque Stelle al Sud — due agende di governo completamente diverse tra loro. Se Di Maio ha ragione dimostrerà che destra e sinistra non esistono più e che due forze con radici e programmi così lontani tra loro possano coesistere. Se dovessero avere ragione, immaginatevi che cambiamento potrà innestare questo esperimento nel contesto degli altri 27 partner europei. O, meglio ancora, nel parlamento continentale che nascerà dopo il voto della prossima primavera.

Lì, alla vigilia dell’appuntamento elettorale continentale, si capirà davvero cosa vorranno fare il Movimento e la nuova Lega di Salvini: non è detto che quest’alleanza pseudo-tecnica non si trasformi in un legame politico, che i professoroni non entrino in pianta stabile nei Cinque Stelle, che gli anti-sistema non finiscano per istituzionalizzarsi davvero, che lo scenario politico in Europa non finisca per mutuare ciò che è successo in Italia anche altrove, ad esempio una grande alleanza populista in grado di contare parecchio, tra Bruxelles e Strasburgo. Siamo solo all’inizio. Allacciate le cinture.

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