Il governo giallo-verde non è ancora nato, ma Salvini e Di Maio hanno già mentito quattro volte

È un governo politico, nato senza cambi di casacca, con solide radici e nei confronti del quale non c'è nulla da temere? No, non è vero. E se Salvini e Di Maio lo pensano davvero vanno incontro a giorni complicati. E Giuseppe Conte con loro

Luigidimaio Linkiesta

ANDREAS SOLARO / AFP

22 Maggio Mag 2018 0750 22 maggio 2018 22 Maggio 2018 - 07:50

Eccolo allora, il governo Giuseppe Conte, avvocato e “amico del popolo” che gli agiografi già ci informano essere nato a Volturara Appula, 500 anime in provincia di Foggia, al confine del Molise. Sarà lui, salvo clamorose sorprese, il premier della maggioranza giallo-verde tra Lega e Cinque Stelle, l’uomo scelto da Matteo Salvini e, soprattutto, Luigi Di Maio per realizzare il programma che hanno scritto negli ultimi trenta giorni, dei settanta passati dopo le elezioni del 4 marzo.

Tutto bene? Insomma. Non ce ne vogliano Di Maio, Salvini e i loro sodali, ma fossimo in loro non ci abbandoneremmo a facili entusiasmi, da oggi in poi. Perché sì, probabilmente l’esperimento sta per cominciare, ma le dichiarazioni dei due leader in uscita dal Quirinale raccontano una realtà che non esiste e che nasconde sotto il tappeto tutti i limiti e le debolezze della scelta di Giuseppe Conte e della maggioranza che lo sostiene. Quattro piccole bugie - nemmeno troppo piccole, a dire il vero - quelle raccolte ieri dalle parole dei due giovani leader, che vi consigliamo di leggere e conservare. Potrebbero tornare utili molto presto.

Prima bugia: «È un governo politico», dice Luigi Di Maio e non è vero. Ci fosse un agronomo alle politiche agricole o un generale alla difesa potremmo anche passarci sopra, ma in questo caso c’è un tecnico, d’area finché si vuole, ma un tecnico, un alto magistrato dello Stato, alla guida dell’esecutivo. Il motivo è molto semplice: perché la premiership toccava al Movimento Cinque Stelle, che ha preso più voti di tutti, ma tra i leader del Movimento non c’è nessuno in grado di fare il primo ministro. È fisiologico, intendiamoci, per una forza politica che è nata da poco più di dieci anni e ha avuto una crescita così veloce. Ma è una debolezza, enorme: perché Giuseppe Conte, esattamente come Mario Monti, Elsa Fornero, Corrado Passera dieci anni fa, non ha mai fatto politica in vita sua, né ha mai avuto alcun incarico politico. E, al pari loro, ha una serie di obiettivi piuttosto impegnativi e contraddittori per raggiungere i quali è necessario un gigantesco lavoro di mediazione tra forze politiche, cancellerie, forze di mercato. Può essere che Di Maio abbia visto in Conte un talento politico che non conosciamo e se così sarà, faremo ammenda. La sensazione, per il momento, è diametralmente opposta: quella di una mediazione al ribasso, che prescinde dalle abilità politiche di Conte, necessaria a far partire la macchina.

«È un governo che nasce senza cambi di casacca», ribadisce in ogni caso Di Maio, e questa è la seconda bugia del mazzo, la seconda debolezza di questo esecutivo. Che, presto o tardi i nodi verranno al pettine, nasce dal tradimento di Matteo Salvini dell’alleanza di centrodestra

«È un governo che nasce senza cambi di casacca», ribadisce in ogni caso Di Maio, e questa è la seconda bugia del mazzo, la seconda debolezza di questo esecutivo. Che, presto o tardi i nodi verranno al pettine, nasce dal tradimento di Matteo Salvini dell’alleanza di centrodestra. Diversi tra 125 deputati e i 58 senatori leghisti sono infatti stati eletti nei collegi uninominali grazie anche ai voti degli elettori di Forza Italia e Fratelli d’Italia, che di certo non si aspettavano che un pezzo della loro coalizione si sarebbe alleato per governare con il Movimento Cinque Stelle. Per quanto la frattura possa essere dissimulata, più dalla debolezza di Berlusconi che dalla reale portata del tradimento, di questo si tratta: di un’alleanza politica che è stata sostituita da una nuova alleanza politica, dopo le elezioni. Ve lo anticipiamo: tutto sarà più chiaro alle europee del 2019, se il governo Conte sarà ancora in piedi, s’intende.

Già, perché la terza bugia, questa volta di Matteo Salvini, è relativa al fatto che il governo abbia «solide radici», concetto più volte ribadito dal leader leghista. Insomma: sei voti di maggioranza al Senato non ci sembrano esattamente il terreno migliore su cui costruire un governo che dovrebbe andare lancia in resta contro la fortezza degli eurocrati. Ecco perché il buon Matteo, che tutto è fuorché stupido, sta per cominciare la sua campagna acquisti all’interno del centrodestra blandendo posti di ministro e sottosegretario oggi agli amici di Fratelli d’Italia - Crosetto e Meloni, raccontano i retroscena di Palazzo -, domani chissà a chi altro. Perché sa benissimo che nei Cinque Stelle i mal di pancia nei confronti dell’agenda leghista, soprattutto sul versante immigrazione e sicurezza, sono fortissimi. E che alle prime marette qualcuno potrebbe abbandonare la nave, soprattutto se i sondaggi dovessero cambiare segno. Le sirene abbondano, nel mare in tempesta dei prossimi mesi: quelle di Berlusconi e dei suoi, più che mai desideroso di far naufragare il “governo del cambiamento”, dal quale è stato escluso. Quelle del Partito Democratico e del centro sinistra, oggi agonizzante, domani chissà. Quelle del Qurinale, infine, che gli esegeti raccontano irritato dalle bizze e dalle parole in libertà di Di Maio e Salvini, al punto tale di aver convocato di nuovo i presidenti di Camera e Senato. Se questo è il clima che si respira oggi, chissà tra qualche mese.

Anche perché, e siamo alla quarta bugia, pure questa di Salvini, non è vero che nessuno abbia «niente da temere». Hanno da temere, e ne hanno ben donde, i mercati, di fronte a sparate improvvide come quelle di Claudio Borghi sulla nazionalizzazione del Monte dei Paschi, che hanno fatto precipitare il valore del titolo in meno di due giorni, dopo settimane di timidi rialzi. Hanno da temere i supremi controllori della sostenibilità dei nostri conti pubblici di fronte a un programma che mira, contemporaneamente, ad abbassare le tasse e ad aumentare la spesa pubblica per welfare e pensioni, senza dire dove e come prenderà i soldi per farlo. La crescita dello spread sui titoli di Stato italiani è un avviso ai naviganti molto chiaro: non pensiate nemmeno lontanamente di finanziarvi a debito. Hanno da temere persino le cancellerie estere, soprattutto i nostri alleati europei e atlantici, di fronte a una politica estera dai contorni poco chiari, soprattutto dopo aver letto le versioni provvisorie del programma che parlavano di uscita dall’Euro e di sanzioni alla Russia da cancellare. E abbiamo da temere, noi, infine, perché un governo di parvenu della politica, sostenuto da una maggioranza spuria e debole che decide di fare la rivoluzione senza spiegare come e che racconta bugie a ogni stormir di fronde non ci lascia tranquilli nemmeno un po’.

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