Il problema non è il curriculum di Giuseppe Conte, ma il Movimento Cinque Stelle

Le imprecisioni nel curriculum del premier (quasi) designato sono la prova del pressapochismo e dell'ingenuità di Di Maio & co nella selezione della loro classe dirigente. Una questione molto seria, perché riguarda il partito di maggioranza relativa del Paese: chi ci governa, se vincono loro?

Luigidimaio Cinquestelle Linkiesta

TIZIANA FABI / AFP

23 Maggio Mag 2018 0800 23 maggio 2018 23 Maggio 2018 - 08:00

Che siano tre righe o diciotto pagine sballate, che sia un principe del foro o un mitomane cialtrone, che sia quel che sia, Giuseppe Conte, il presidente del consiglio indicato a Mattarella da Cinque Stelle e Lega poco importa, in fondo. Quel che importa, la Luna non il dito, è che Conte non lo conosceva nessuno. Che sarebbe stato mandato a Palazzo Chigi un premier di cui non si sapeva nulla, se non ciò che era desumibile, per l’appunto, da un curriculum con - apprendiamo oggi - presunte ambiguità. Che il gigantesco consenso politico tributato a Luigi Di Maio e Matteo Salvini sarebbe stato depositato nelle mani di un avvocato del tutto privo di esperienza politica e del tutto avulso alla scena pubblica, al netto di uno stringato intervento in campagna elettorale, quando era stato presentato come candidato ministro per la funzione pubblica dallo stesso Di Maio.

E forse dobbiamo cominciare a dircelo che il Movimento Cinque Stelle, questo Movimento Cinque Stelle non di lotta, ma di governo, ha un enorme problema di selezione della classe dirigente. È un problema fisiologico, certo, per una forza politica così giovane e con una crescita di consenso spettacolare. Ma è un problema serio, oggi. E l’abbiamo già vista a Roma, questa storia, con la repentina ascesa di Virginia Raggi, anch’essa un mistero passato dallo studio Previti-Sammarco ai movimenti per l’acqua pubblica, con i suoi “quattro amici al bar”, i suoi assessori assisi e scaricati in uno stormir di fronde, dopo che si era capito che qualcosa non andava nel curriculum, nei legami, nelle cerchie di appartenenza, nei mondi di provenienza.

Già allora si diceva che il rischio è che i Cinque Stelle - post-ideologici e civici per definizione - fossero troppo permeabili a mondi ambigui e sfuggenti, difficilmente associabili con le istanze di cambiamento che rappresentavano. Che finissero per diventare taxi per il potere, senza una selezione a monte in grado di discernere chi fosse valido e chi invece no, chi serviva alla causa e chi invece era pericoloso per la sua stessa sopravvivenza.

Il caso Conte è esemplificativo, in questo senso: possibile che in ottanta giorni nessuno si sia preso la briga di fargli il quarto grado? Che nessuno abbia scavato nel suo curriculum e nel suo passato, alla ricerca di elementi che potessero concorrere a delegittimare lui e il Movimento, nel momento cruciale della sua crescita? Che nessuno si sia accorto che nel curriculum c’erano almeno una decina di lacune e imprecisioni?

Il caso Conte è esemplificativo, in questo senso: possibile che in ottanta giorni nessuno si sia preso la briga di fargli il quarto grado? Che nessuno abbia scavato nel suo curriculum e nel suo passato, alla ricerca di elementi che potessero concorrere a delegittimare lui e il Movimento, nel momento cruciale della sua crescita? Che nessuno si sia accorto che nel curriculum c’erano almeno una decina di lacune e imprecisioni? Che si era dimenticato di scrivere che faceva parte del consiglio d’amministrazione di due società? Che nessuno abbia scritto “Giuseppe Conte” su Google, scoprendo il suo sostegno al metodo Stamina di Davide Vannoni per le cure delle malattie neuro-degenerative? È davvero possibile che non ci si aspettassero trappole e inchieste a tappeto da parte di un mondo dei media non certo benevolo nei confronti dei Cinque Stelle?

Peraltro, non dimentichiamolo, il can can mediatico di queste ore nasce dopo che Di Maio ha reso pubblico il nome di Giuseppe Conte uscendo dal Quirinale, parlandone con i passati e i giornalisti per strada, quando non solo la grammatica istituzionale, ma anche il mero buonsenso avrebbe dovuto suggerire al leader dei Cinque Stelle qualche ora di silenzio in più, anche solo in virtù del fatto che il nome avrebbe dovuto comunicarlo Mattarella, non certo lui. Un errore in più, questo, che ha scatenato i media prima del conferimento dell’incarico, col rischio di far saltare tutto.

Già, perché ora rischia di saltare tutto. Se la canea mediatica si farà insopportabile e dovessero emergere altre macchie nel curriculum di Conte, è difficile che Mattarella gli conferirà l’incarico di formare un nuovo governo in un momento tanto delicato, anche in virtù del fatto di una maggioranza al senato molto risicata. E se così fosse, l’unica alternativa sarebbe lo stesso Di Maio, ipotesi che Salvini ha già fatto sapere di non gradire. Dopo novanta giorni, dopo tutta la retorica sul contratto, sul governo del cambiamento, sulla terza repubblica, si finirebbe per tornare alle urne, con lo spread che vola, la legge di stabilità da scrivere e l’aumento dell’Iva da disinnescare. E non perché mancasse una maggioranza o la volontà politica di governare, ma per il pressappochismo e l’ingenuità del Movimento Cinque Stelle e di chi lo guida.

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