«Il Venezuela? È uno zombie che si muove solo per cercare cibo e medicine»

Tra sospetti brogli, opposizione inesistente e astensionismo alle stelle Maduro è appena stato rieletto. Ma la situazione è disastrosa, e gli abitanti si dividono tra chi cerca di scappare e chi è così povero che vive solo grazie allo Stato. Il reportage di Manuela Tortora

Maduro_Linkiesta

Juan BARRETO / AFP

23 Maggio Mag 2018 1155 23 maggio 2018 23 Maggio 2018 - 11:55

Domenica 20 maggio 2018. In Venezuela, le elezioni presidenziali si svolgono con un sottofondo di due rumori: il primo è un assordante silenzio di piombo, dall’alba fino al tramonto, mentre i seggi sono aperti. Sono centinaia le foto e i video presi in tutto il paese, a ore diverse, che mostrano strade deserte, e qua e là piccoli gruppi sparsi di tre o quattro persone al massimo in fila, aspettando il loro turno per votare.

Il secondo rumore è il frastuono metallico di pentole e altri oggetti colpiti con rabbia alle finestre dei palazzi, che scoppia come una bomba alle 22, quando il Consiglio Nazionale Elettorale proclama ufficialmente la ri-elezione di Maduro fino al 2025 con il 67,7% dei voti e un’astensione del 53,9%. Fin dall’inizio dell’era chavista, 20 anni fa, il chiasso del “cacerolazo” è un simbolo di protesta e accompagna le trasmissioni televisive ufficiali. In origine si sentiva solo nei quartieri ricchi. Poco a poco è diventato un rumore diffuso un po’ dappertutto.

Maduro ha vinto con 5 milioni 823.728 voti, secondo l’annuncio ufficiale. 200.000 voti in più di quelli ottenuti dal suo partito alle elezioni legislative di dicembre 2015 (che furono più pulite di quelle di ieri, e che furono vinte dall’opposizione). Cioè, malgrado la sua gestione catastrofica negli ultimi due anni, malgrado i sondaggi che non gli danno neanche il 20% di sostenitori, Maduro migliora il suo risultato e stravince? Difficile crederci. I conti non tornano, ma non ha nessuna importanza ormai. Non si tratta più di contare voti. Lo sfacelo va ben oltre quest’ennesima elezione viziata che serve soltanto a nascondere una dittatura in piena crescita.

L’opposizione ha rinunciato a presentare un candidato di fronte a Maduro risolvendo un doloroso dilemma: votare (quindi farsi complici della farsa delle elezioni) o non votare (quindi denunciare di nuovo la frode, già evidente dal luglio scorso quando l’Assemblea eletta è stata abolita mediante un referendum assurdo, e accompagnare il non riconoscimento di queste elezioni da parte di molti paesi latinoamericani ed europei, oltre a Stati Uniti). Ma ad ogni modo il dilemma è stato risolto a priori: non ci sono, fisicamente, candidati dell’opposizione disponibili. O sono in carcere, o agli arresti domiciliari, o in esilio, o privati di diritti politici. Maduro aveva però bisogno di altri candidati per mettere in scena il suo spettacolo, ed ecco che si sono presentati un ex-militare ex-fedele di Chàvez, Henri Falcón (che ha ottenuto 1.820.552 voti), uno sconosciuto pastore evangelico (925.042 voti), e Reinaldo Quijada, ex-chavista ma anti-Maduro (34.614 voti).

Inutile ricordare che, come nelle elezioni precedenti, il governo di Maduro ha invitato solo alcuni “Osservatori internazionali” (tra cui José Luis Rodríguez Zapatero, ex Primo Ministro spagnolo) ma nessuna organizzazione internazionale con esperienza in materia di sorveglianza di processi elettorali. Vale la pena segnalare, invece, la presenza di 12.700 “Puntos Rojos” (cifra denunciata da Falcón oggi) in altrettanti seggi: si tratta di un tavolo con tovaglia o sedie rosse, provvisto di uno scanner, dove l’elettore può fare registrare (se ce l’ha) il suo “Carnet della Patria” (carta d’identità data dal governo ai suoi sostenitori) in cambio un buono equivalente a 8 euro (10 milioni di bolivares) per ricevere assistenza (prodotti alimentari, medicine…). L’elettore procede quindi a votare, convinto che i suoi dati, iscritti sul chip elettronico del Carnet, saranno confrontati con il suo voto. Rimane il dubbio: c’è correlazione tra lo scan del Carnet della Patria, l’identificazione dell’elettore con la sua carta d’identità nazionale, e le macchine che contano i voti? Quello che importa è che milioni di elettori la cui casa, il cui lavoro, il cui accesso alla farmacia o alla scuola dipende dal loro “buon” comportamento politico non oseranno neanche porsi la domanda. Voteranno per Maduro e basta.

Dopo di che c’è la moltiplicazione degli elettori: verso le 17 del pomeriggio, poco prima della chiusura dei seggi, come in tutte le votazioni precedenti, entrano in scena i bus pieni di fanatici chavistas vestiti di rosso (un fanatismo ben ricompensato, ovviamente) che vanno da un seggio all’altro per trasportare elettori che avranno il privilegio di votare varie volte. Si tratta dell’operazione “remate” (“conclusione”), per assicurare le cifre desiderate al momento di iniziare il conteggio elettronico.

Ma perché i venezuelani sopportano passivamente questa tragedia, perché non si ribellano? Per ribellarsi occorrono soprattutto tre cose, inesistenti o in via di disparizione. In primo luogo, armi: le manifestazioni sono diventate molto violente dal 2015 in poi, ma da una parte ci sono i manifestanti armati di fionde, cocktails molotov e scudi di cartone, e dall’altra gas lacrimogeni, veicoli blindati, pallottole vere, e carceri dove si tortura.

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