Philip Roth ci ha spiegato perché odiamo il corpo, e il sesso

L’opera del “grande scrittore in odore di Nobel” appena scomparso si può leggere attraverso due elementi: la tomba, e il sesso. Non è arrivato alle altezze di McCarthy e Singer, e, diversamente da Boris Vian, che sulle tombe avrebbe sputato, lui sulle tombe avrebbe fatto altro. Anzi l’ha fatto

Roth_Linkiesta
23 Maggio Mag 2018 0850 23 maggio 2018 23 Maggio 2018 - 08:50

Se Boris Vian, in sprezzo alle mode dei letterati col tutù, scriveva Sputerò sulle vostre tombe, Philip Roth a essere clinici e impietosi sulle tombe si tirava una sega. Philip Roth, il tombarolo del buoncostume, l’uomo che ha smutandato il malcostume puritano e le eccellenti fobie Usa, che ha usato l’osceno per mettere la lingua nelle ferita della società americana, un esteta nell’arte del cunnilingus anticonformista, antisociale, antiumano.

Bisognerebbe studiare l’opera di Philip Roth attraverso due dettagli. La tomba. E il sesso. La tomba. Come emblema della fica. La sintesi dei due estremi, all’apparenza contrastanti – la vita disperata e la morte assolata – sta in Mickey Sabbath che si slaccia i pantaloni, svicola la serpentina e si masturba sulla tomba dell’amatissima Drenka, che gli impone la fedeltà maxima, “giura che non scoperai più le altre o fra noi è finita”, ed è tutta lì la vita, questione di tradimento e di minchia eretta, dura come il primo dei comandamenti. Era il 1995. Era Il teatro di Sabbath. Uno dei libri maggiori nella tonante bibliografia di Roth. Uno nato nel 1933, ebreo americano, costantemente, come si dice, ‘in odore di Nobel’, e ritenuto tra i più grandi scrittori del pianeta.

Per quel che mi riguarda più bravo è il coscritto Cormac McCarthy. Più bravo – più violento – sessualmente più esplicito – è quell’altro, ebreo polacco, poi americano, di un’altra generazione: Isaac B. Singer. Andrebbero letti sinotticamente. Philip Roth e I. B. Singer. Per fare un tour divinamente sconcio nelle nefandezze della vita all’americana. Philip Roth, ora onorato come un guru, fosse nato ora lo avrebbero messo nella cantina dei censori. Ha capito che il problema è quello, soltanto quello. Il corpo. Il sesso. La disperata dissipazione di un corpo nel delirio del sesso. La carne. Architettata. Mutilata. Invecchiata. La corruzione. In fondo, Philip Roth è il Dostoevskij dei tempi telematici. Usa la scrittura per violare gli altari e scombinare gli altarini; per violentare i luoghi comuni, i loghi perbenisti. Per farsi una sega in faccia ai beoti consumisti, consumati dalla frustrazione. “Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui” è la frase centrale di uno dei suoi libri più belli, La macchia umana.

Bisognerebbe studiare l’opera di Philip Roth attraverso due dettagli. La tomba. E il sesso. La tomba. Come emblema della fica. La sintesi dei due estremi, all’apparenza contrastanti – la vita disperata e la morte assolata – sta in Mickey Sabbath che si slaccia i pantaloni, svicola la serpentina e si masturba sulla tomba dell’amatissima Drenka

Tanti libri di Philip Roth, per altro, con buona pace della Library of America, saranno inceneriti dal tempo. Altri resteranno lì. Titanici. Uno di questi è corto così, ha la copertina nera, funerea. S’intitola Everyman. L’azione comincia “intorno alla fossa, nel cimitero in rovina” e racconta la storia di un ‘ogni uomo’, di un uomo qualunque. Davanti alla tomba, Roth riesce a compilare un devastante elogio della vita. “Perché la più inquietante intensità della vita è la morte. Perché la morte è così ingiusta. Perché quando uno ha gustato il sapore della vita, la morte non sembra neppure una cosa naturale”. Sbrindellata, divorata dai vermi a morsi la carne, penetrata dall’erba, sfiancata dalle radici, restano le ossa. “Le ossa erano l’unico conforto che esistesse per uno che non credeva nell’aldilà”. Abbracciare le ossa come candelabri.

Quanto è ebreo, qui, quello sporcaccione di Roth. Pare Ezechiele che narra lo tsunami di ossa che si coagula davanti a lui, nel papiro biblico, dando vita a nuova vita. La morte è impossibile per l’uomo ebraico perché la vita è l’abbacinante abbraccio di Dio, la tracotanza della carne, il sesso che ci invidiano le orde degli arcangeli. Dopo Philip Roth, tanto vale tornare a leggere Giobbe.

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