Salvini, Di Maio e Di Battista, così i legastellati vogliono ridimensionare il Colle

Ora Di Battista attacca il Colle su Facebook. Ma da giorni i leader di Lega e Cinque Stelle gestiscono la partita di governo in maniera irrituale, al limite dello sgarbo istituzionale. Passando sopra a ruoli e prerogative espressamente previsti della Costituzione. Nel mirino il presidente Mattarella

Dibattista Linkiesta
23 Maggio Mag 2018 1545 23 maggio 2018 23 Maggio 2018 - 15:45

L’ultima indebita pressione al Quirinale è arrivata poche ore fa. Il grillino Alessandro Di Battista scrive su Facebook: «Finalmente una maggioranza si è formata, una maggioranza che piaccia o non piaccia al presidente Mattarella rappresenta la maggior parte degli italiani». Il capo dello Stato non può opporsi al cambiamento, dice ancora l’esponente pentastellato, che invita i cittadini a mobilitarsi in rete con l’hashtag #voglioilgovernodelcambiamento. Nel giorno in cui Giuseppe Conte viene convocato al Colle, diventa evidente una scomoda verità. Le prime vittime di questa crisi politica sono le regole del gioco. D’un colpo sono state cancellate norme e procedure radicate nel corso degli anni. Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno gestito la lunga partita di governo in maniera irrituale, al limite dello sgarbo istituzionale. Passando sopra a ruoli e prerogative espressamente previsti della nostra Costituzione. E il primo a pagarne le conseguenze è stato il presidente della Repubblica. In queste settimane la sua figura è stata più volte mortificata. Il Quirinale si è visto recapitare liste di ministri via e-mail e bozze di contratti di governo. Ha dovuto assistere a improvvisati annunci di elezioni anticipate e surreali richieste di tempo.

Non si tratta di ossessione per l’etichetta, piuttosto di semplice rispetto delle regole democratiche. Forma, ma anche sostanza, della nostra repubblica parlamentare. Intanto nell’estenuante lungometraggio della crisi politica, il ruolo del capo dello Stato è stato snaturato fino a diventare quasi una comparsa. Persino il rito delle consultazioni al Colle si è, talvolta, trasformato in commedia. Basti pensare al leghista Salvini che sale al Quirinale con i suoi alleati di centrodestra, chiede ufficialmente di ricevere l’incarico per formare un governo di minoranza, poi esce e continua a trattare con Luigi Di Maio come se nulla fosse. A volte i giornali hanno descritto gli strappi alle liturgie istituzionali come simpatiche innovazioni. Ma la celebre lista di ministri inviata prima del voto all’indirizzo di posta elettronica del Quirinale non è solo una curiosa innovazione. È una geniale strategia comunicativa, certo. Ma anche un evidente aggiramento delle regole costituzionali. Lo dice l’articolo 92 della Carta. È il presidente della Repubblica che nomina il presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministri. Non è un aspetto banale. La decisione di invertire l’ordine dei passaggi istituzionali - contrattando il programma di governo e indicando solo in un secondo momento il nome del premier - mette in discussione le stesse prerogative del Colle. E finisce per sminuire anche la figura del capo dell’esecutivo. Ancora una volta è tutto scritto nella Costituzione: stando all’articolo 95 è il presidente del Consiglio a dirigere la politica generale del governo, di cui è il responsabile. Responsabile, appunto. Non mero esecutore di un contratto sottoscritto da altri.

Non si tratta di ossessione per l’etichetta, piuttosto di semplice rispetto delle regole democratiche. Forma, ma anche sostanza, della nostra repubblica parlamentare

E invece Salvini e Di Maio si sono fatti carico di responsabilità che, anche solo formalmente, spettano al presidente della Repubblica. Irritualità estrema, al limite della maleducazione istituzionale. Nelle lunghe riunioni i due leader hanno trattato senza farne mistero sul nome del premier e dei ministri. Pretendendo di salire al Colle per sottoporre a Mattarella curriculum già selezionati altrove. Magari l’intero pacchetto: presidente del Consiglio, squadra di governo e programma. Si è arrivati al paradosso del capo grillino che, dopo aver portato al Quirinale la sua indicazione sul premier, spiegava ai giornalisti: «Un veto su Giuseppe Conte? Mattarella non si permetterebbe mai». Il tentativo di relegare il presidente della Repubblica a una semplice figura notarile pare evidente. Così come la decisione di trattare il Colle alla pari di un arbitro senza voce in capitolo, a cui chiedere senza imbarazzo una dilazione di tempo dopo l’altra. La vicenda del programma è esemplare. Solo pochi giorni fa, raccontano i retroscena giornalistici, i due leader hanno consegnato al presidente una bozza del contratto di governo. Una novità assoluta. Come se al Colle spettasse una verifica preventiva sul documento. Il bello è che una volta concluso l’accordo, invece, il contratto è stato sottoposto ai rispettivi elettorati. Altra irritualità. Un programma di governo affidato a una consultazione online e un sondaggio tra i gazebo. Lasciando il Quirinale in attesa di conoscere i risultati dell’improvvisato referendum.

Discreto e solitamente silenzioso, Mattarella è stato costretto a tutelare il suo ruolo. Si spiegano così i numerosi interventi pubblici dell’ultimo periodo. Intanto il pressing di Lega e Cinque Stelle è andato avanti. Qualche settimana fa si è toccato l’apice della mancanza di rispetto. È accaduto quando la crisi si è fatta più complessa e il presidente è stato costretto ad annunciare un governo di garanzia. Scenario estremo, utile almeno per traghettare il Paese a nuove elezioni nel 2019. A quel punto i due leader di Lega e Cinque Stelle - senza neppure fingere di valutare l’ipotesi - hanno immediatamente dichiarato la propria indisponibilità a sostenere l’esecutivo del presidente. Arrivando persino a proporre la data del voto anticipato, fissato per l’8 luglio, con tanti saluti ai poteri del Colle in materia di scioglimento delle Camere. È il segno dei tempi, spiegano i diretti interessati. La Terza Repubblica è destinata a rivoluzionare forme e prassi della vecchia politica. Ma le regole della nostra democrazia, forse, è bene che rimangano immutate.

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