Il peggior nemico di Giuseppe Conte è il suo programma

Lettera aperta al presidente del consiglio incaricato di formare il “Governo del cambiamento” di Lega e Cinque Stelle: si ribelli all’infantilismo di chi addossa tutte le responsabilità ai nemici dell'Italia e ci metta di fronte alle nostre responsabilità: è questo quel che fanno gli amici, no?

Giuseppe Conte Linkiesta

Vincenzo PINTO / AFP

24 Maggio Mag 2018 0750 24 maggio 2018 24 Maggio 2018 - 07:50

«Mi propongo di essere l'avvocato difensore del popolo italiano, sono disponibile a farlo senza risparmiarmi, con il massimo impegno e la massima responsabilità». Chissà se questa frase di Giuseppe Conte, nel giorno in cui Sergio Mattarella l’ha incaricato di formare un nuovo governo, rimarrà negli annali, se davvero questo governo segnerà la riscossa dell’Italia o il suo definitivo capitombolo, se sarà gloria o tragedia, o farsa.

Di sicuro, al nostro avvocato e amico ci sentiamo di dare un piccolo consiglio: non abbia paura di dire la verità, anche se è scomoda. A un amico - e pure a un cliente - la verità fa sempre bene, anche se fa male. E le bugie, anche se a fin di bene, non fanno che peggiorare le cose. Non abbia paura di dirci che abbassare le tasse, aumentare la spesa pubblica e tenere in ordine i conti pubblici non si può, non tutto assieme. Che le bacchette magiche non esistono, che nessun pasto è gratis e che da qualche parte bisognerà tagliare qualcosa, se si vogliono aliquote più basse o se si vuole andare in pensione prima. Non abbia paura a dirci pure che se è questo che vogliamo, trasferire altro denaro alle pensioni e agli anziani - che sono di più e sono più ricchi - toccherà togliere qualcosa ai giovani e all’istruzione. Ci dica la verità chiamando il condono fiscale necessario a finanziare la flat tax col suo vero nome.

Ci dica la verità, se e quando deciderà di sforare il tetto del 3% del rapporto deficit/Pil. Lo dica chiaramente, ai ragazzi e alle ragazze in ascolto, che il Paese sta contraendo nuovo debito pubblico - già oggi pari al 131% del prodotto interno lordo - per incassare oggi quel che loro pagheranno domani. Che ideone come questa non faranno altro che inabissare le nostra credibilità internazionale - molto più di un curriculum pompato, ci creda -, tanto più nei mesi immediatamente antecedenti la fine del Quantitative Easing, il piano d’acquisto dei titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea. Che sarà una scelta a cui andremo incontro consapevolmente, e che le conseguenze di tutto questo saranno pesantissime: del resto, se affermiamo impunemente che non ripagheremo il debito o che lo amplieremo a dismisura, ben oltre la ricchezza che produciamo, non lamentiamoci se ce lo faranno pagare caro. E non perché i mercati sono cattivi, ma perché il nostro debito è gigantesco, la produttività della nostra economia è al palo e non sarà un po’ di spesa pubblica in più, soprattutto se diretta verso chi non investe o non lavora, a far crescere il Pil a ritmi cinesi, o anche solo spagnoli.

Non abbia paura di dirci che abbassare le tasse, aumentare la spesa pubblica e tenere in ordine i conti pubblici non si può, non tutto assieme. Che le bacchette magiche non esistono, che nessun pasto è gratis e che da qualche parte bisognerà tagliare qualcosa, se si vogliono aliquote più basse o se si vuole andare in pensione prima

Ci dica la verità su dove troveremo i soldi per finanziare una riforma fiscale che costa 50 miliardi di euro, una sterilizzazione delle clausole di salvaguardia di 12,5 miliardi, un eliminazione delle accise della benzina che ne costa 6, un reddito di cittadinanza che ne costa 19, una riforma delle pensioni che ne costa 8, politiche per le famiglie che ne costano 17, investimenti che ne costano 6, per un totale di circa 125 miliardi di euro, per i quali non è ancora stata indicata mezza copertura. O perlomeno, ci dica molto chiaramente che erano balle da campagna elettorale, e che ci siamo cascati.

In fondo, basterebbe questo, per fare di questo governo, un governo del cambiamento: che qualcuno finalmente ci dicesse le cose come stanno. Che ci proteggesse non dalla globalizzazione, dall’Europa cattiva e dai mercati che non capiscono l’economia, ma da noi stessi, caro presidente avvocato e amico. Dalla nostra creduloneria, dalla cialtronaggine di chi ci rappresenta, dall’egoismo di chi pensa di sfangarla a discapito dei propri figli, da chi confonde l’assistenzialismo con il welfare, da chi crede che basti un po’ di buonsenso, un colpo di bacchetta magica e una pioggia di miliardi presi in prestito per far sparire in un quinquennio tutti i mali dell’Italia, da chi ha vinto le elezioni convincendo più di mezzo Paese che la situazione in cui siamo non dipende da noi, e che per risolverla bisogna fare esattamente tutto quello che ha concorso a generarla: debito, sprechi, clientele e nessuna lungimiranza. Ci provi, presidente Conte: probabilmente non durerà più di cinque minuti, a Palazzo Chigi, ma gliene saremmo infinitamente grati.

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