Gianluca Barbera: «Con il mio Magellano vorrei prendere il posto di Salgari»

Nel suo ultimo romanzo Barbera racconta la storia del più audace dei navigatori, l'unico a meritare il titolo di cirumnavigatore del globo. Un libro d'avventura che vuole ridare dignità al romanzo d'avventura. E che in libreria sta andando benissimo

Veliero Linkiesta
25 Maggio Mag 2018 1535 25 maggio 2018 25 Maggio 2018 - 15:35

Ha preso il largo. E ora fa paura. Se lo vedi. Fa un po’ paura anche lui. Il libro lo possiamo prendere da due lati. Il primo è quello che è. Magellano (Castelvecchi 2018, pp.238, euro 17,50) è l’ultimo romanzo di Gianluca Barbera ed è – per espressa necessità estetica dell’autore – un libro ‘di avventura’, uno di quei romanzi che hanno il salino sulle pagine e il vento di Robert Louis Stevenson nella frase. Vi si narra, per la penna di Juan Sebastián del Cano, “detto el Perro, il Cane… nocchiero sulla Trinidad, al fianco di Ferdinando Magellano”, qualche decennio dopo, la storia, livida e bellissima, del più audace dei navigatori, “unico a meritare il titolo di circumnavigatore del globo e scopritore di nuovi mondi a oriente per l’onore e la gloria della Corona di Spagna, lui che era nato in terra di Portogallo, dalla quale dovette fuggire come un qualsiasi ladruncolo, nottetempo, in groppa a un somaro”. Secondo modo di leggere il libro. L’autore, in modo sornione, dice di voler fare la parte del redivivo Salgàri. Meglio: compie una voluminosa riflessione dentro il romanzo come “forma d’arte popolare, tutt’al più borghese”. Giusto. Così io mi domando perché, in modo del tutto ingiustificato, romanzi pallosi come quelli di Paolo Giordano o straordinariamente inutili come quelli di Antonio Manzini vendano moltissimo, mentre un romanzo come quello di Barbera, di catastrofica bellezza, venda molto meno. E qui, per fortuna, il fato, il tifone – per citare Joseph Conrad, autore per il quale abbiamo mutato la penna in rampone e il cuore in barometro – mi sconfigge. Magellano vende. Dopo una settimana dall’uscita, classifica Ibs.it, è al secondo posto per la serie romanzi storici. Un risultato sorprendente. Contando che Castelvecchi, editore ricco di gloria, non è Mondadori, Einaudi, Rizzoli. Gianluca Barbera ha il fisico di Orson Welles, è capace di esaltarsi fino ad assalire, in solitaria, una città; ed è in grado di altrettanto feroci depressioni. Impulsivo, imperioso, imperiale. Bisognerebbe scrivere un libro su di lui. Più che Magellano, Barbera è l’Achab della letteratura italiana contemporanea. Con una certa dose di spavalderia, sta fiocinando le balenottere editoriali, battendo tutti.

Magellano. Perché lui? E non, per dire, James Cook. O Marco Polo. O Shackleton.

Basta leggersi le relative vicende. Quella di Magellano è una storia drammatica già fatta e compiuta. Con un inizio, uno svolgimento e una fine praticamente perfetti. Una tragedia che sembra uscita dalla penna di Shakespeare. Con spettri, tradimenti, morti violente, sensi di colpa, figure titaniche e rivalità insanabili. Me la sono trovata in mano già confezionata. Dovevo solo scriverla (più facile a dirsi che a farsi), iniettandovi ampie dosi di visionarietà, di umorismo capovolto, del mio amore per l’incompiuto e per il monologo torrenziale. Niente di tutto questo in Marco Polo e gli altri.

Magellano. Che fonti hai usato? Intendo. Nel libro c’è un poco una mimesi del linguaggio australe, austero dei vagabondi viaggiatori. Voglio sapere fonti storiche e letterarie (a me è venuto in mente il Golding di ‘Ai confini della Terra’, per dire).

La relazione di Pigafetta, in primis, per l’impasto. Poi la biografia su Magellano di Stefan Zweig, che mi ha fornito l’idea centrale. E quella del navigatore francese Jean-Michel Barrault, che per scriverla ha ripetuto ai giorni nostri il viaggio di Magellano: quel libro è stato il mio cannocchiale sulle cose di mare e sulle questioni geografiche. Poi ho letto Carletti, Varthema, Vespucci, Colombo e altri grandi libri di viaggio. E ancora Salgàri, molto Conrad, Melville, Ransmayr, Fergus Fleming, e soprattutto quel marchingegno perfetto che è “L’isola del tesoro” di Stevenson. In fondo, il mio “Magellano” è sì un romanzo ambientato nel Cinquecento, ma l’immaginario è quello ottocentesco, forse. E a tratti quello di oggi.

Cosa significano, in esergo, Diogene Laerzio e Robert Musil. Sintomo, al di là del senso, delle tue variopinte letture.

La frase di Diogene rappresenta l’idea di spingersi oltre le umane possibilità. Come Alessandro, che incapace di arrestarsi giunge fino ai confini della terra, ai piedi dell’Hindu-Kush e alle valli del Gange. Musil fa da contrappeso. Introduce l’elemento ludico, serve a dare le scariche elettriche al libro. A soffiargli dentro la vita. Il fuori e il dentro, dunque.

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