La sinistra si studi il caso del signor Bramini: la sua sconfitta è tutta lì

Il caso dell’imprenditore di Monza che, senza nessuna colpa, si è visto prendere tutto è la sintesi perfetta delle storture di burocrazia, banche, politica cui la sinistra avrebbe dovuto mettere mano. A quanto pare, nulla è stato fatto

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25 Maggio Mag 2018 0750 25 maggio 2018 25 Maggio 2018 - 07:50

Forse la sinistra italiana, Pd, Leu e tutto quello che gravita lì attorno, dovrebbe ripartire dalla vicenda umana di Sergio Bramini, l’imprenditore monzese cui è stata da qualche giorno pignorata la casa. Dovrebbe farlo, perché dentro quella vicenda c’è un pezzo importante del clamoroso tonfo elettorale del 4 marzo scorso. Ci sono i debiti non pagati dalla pubblica amministrazione, non necessariamente virtuosa né tantomeno alla canna del gas. C’è il crac delle sette banche del biennio 2015-2016, con tutti i suoi strascichi sull’economia reale. Ci sono i fondi che si sono comprati i crediti deteriorati di famiglie e imprese, e le loro garanzie reali, case e capannoni. C’è una bomba sociale pronta a esplodere, da un momento all’altro. E c’è tutta la disempatia verso chi soffre ed è in difficoltà che ha caratterizzato l’azione della sinistra di governo, tutta l’alterità e l’indifferenza per un popolo di impauriti, scoraggiati, abbandonati che ha deciso di rivolgersi ovunque altrove, dai Cinque Stelle alla Lega. Che forse daranno loro risposte politiche altrettanto non all’altezza, sia chiaro. Ma che, per ora, hanno dimostrato se non altro interesse e attenzione.

Andiamo con ordine, però. E partiamo dall’impresa di Bramini, Icom Srl, che si occupa di smaltimento rifiuti. Un’impresa che, pur stando a Monza, lavora soprattutto tra Sicilia e Campania e che a un certo punto smette di essere pagata. Ecco: se pensate che in Sicilia le amministrazioni pubbliche siano con le casse vuote, ricordatevi che la spesa per personale pubblico, nell’Isola, è pari a 2 miliardi di euro, su un totale nazionale di 6. O che la Sicilia è l’unica regione in cui i comuni spendono più del 40% di spesa corrente per il personale. O che ci sono sindaci di piccoli comuni che hanno alzato il gettore di presenza per i consiglieri comunali del 417%. Potremmo continuare, ma gli esempi servono per ribadire un concetto: nella visione distorta della politica siciliana, i soldi, tantissimi, trasferiti dallo Stato si ridistribuiscono tra siciliani. E l’impresa brianzola viene pagata a babbo morto. Un’ingiustizia, palese, che meriterebbe ben più di una battaglia. La sinistra di governo se ne frega (anche perché parte in causa, nemmeno troppo marginale, della fiera delle clientele). E anzi, nella riforma del titolo V della costituzione toglie potere e competenze a tutte le Regioni tranne a quelle a statuto speciale, come la Sicilia. Primo errore.

Secondo i dati elaborati dall’ufficio studi di Banca IFIS e presentati oggi al Forum PA, nel 2017 l’ammontare complessivo stimato dei debiti commerciali è ancora di circa 31 miliardi di euro (-6% rispetto al 2016), con il 62% degli enti pubblici che paga in ritardo. Un ritardo medio di circa 30-60 giorni, che si sommano ai 30-60 giorni da contratto e che nel caso di province e comuni arrivano addirittura a picchi di 543 gironi di ritardo

Dicevamo: a un certo punto Bramini smette di essere pagato, così come molte imprese italiane che lavorano con la pubblica amministrazione. Il motivo è molto semplice: Il debito della Pa, se contabilizzato ma non pagato, è calcolato nel deficit, ma non nel debito pubblico. E lo Stato italiano, per provare a stare dentro i famosi parametri di Maastricht e per evitare che lo spread coi Bund tedeschi si impenni, anziché tagliare davvero la propria spesa pubblica improduttiva (vedi sopra), utilizza questo cinico espediente che va a colpire le imprese che lavorano per lui, e le loro famiglie. Alcuni riescono a sopravvivere, molti falliscono. Sergio Bramini è uno di loro. Secondo, tragico, errore.

A onor di Renzi, va detto che il suo governo, e lui in prima persona, sin dal giorno del suo insediamento, prende di petto il problema: «Il 21 settembre, a San Matteo, ultimo giorno d’estate, se abbiamo sbloccato tutti i debiti della Pubblica Amministrazione, lei va in pellegrinaggio a piedi da Firenze a Monte Senario», dice l’allora presidente del consiglio a Bruno Vespa, durane una puntata di Porta a Porta. Era il 19 marzo del 2014 e di San Matteo ne sono passati quattro. Secondo i dati elaborati dall’ufficio studi di Banca IFIS e presentati oggi al Forum PA, nel 2017 l’ammontare complessivo stimato dei debiti commerciali è ancora di circa 31 miliardi di euro (-6% rispetto al 2016), con il 62% degli enti pubblici che paga in ritardo. Un ritardo medio di circa 30-60 giorni, che si sommano ai 30-60 giorni da contratto e che nel caso di province e comuni arrivano addirittura a picchi di 543 gironi di ritardo. Renzi perde la scommessa, insomma, e non è l’unica dei suoi mille giorni. Ma se molte imprese, circa 32mila, pari a un controvalore di 16 miliardi, sono riuscite a certificare il loro credito commerciale verso la pubblica amministrazione nella Piattaforma Crediti Certificati del MEF, e quindi a ottenere uno sconto fattura dalle banche, è grazie al decreto che porta il nome dell’ex presidente del consiglio.

Nel frattempo, però, la Icom di Sergio Bramini è già fallita, dicevamo. E al signor Bramini tuttavia, tocca un curatore fallimentare che la legge Renzi non la conosce e che non certifica quei 4 milioni di credito. Anziché 4 milioni dalle banche, in altre parole, riesce a recuperare solo 400mila euro scarsi dagli enti creditori, più o meno l’11% di quanto gli era dovuto. Non abbastanza per pagare i debiti che nel frattempo si sono accumulati. Già, perché Bramini ci prova in tutti i modi a non portare i libri in tribunale. E tra le tante mosse disperate che prova a fare per tenere in piedi il suo progetto di una vita, contrae due mutui, dando in garanzia casa sua. Risultato? Quei mutui diventano ben presto crediti deteriorati, non performing loans in termini tecnici. Parliamo, a fine 2016, di qualcosa come 324 miliardi di euro - erano 44 miliardi nel 2009 -, pari a 35,6 milioni di pratiche aperte. Più di una ogni due italiani. Tutte con garanzie reali alle spalle.

Bramini ci prova in tutti i modi a non portare i libri in tribunale. E tra le tante mosse disperate che prova a fare per tenere in piedi il suo progetto di una vita, contrae due mutui, dando in garanzia casa sua. Risultato? Quei mutui diventano ben presto crediti deteriorati, non performing loans in termini tecnici. Parliamo, a fine 2016, di qualcosa come 324 miliardi di euro - erano 44 miliardi nel 2009 -, pari a 35,6 milioni di pratiche aperte. Più di una ogni due italiani. Tutte con garanzie reali alle spalle

Finita qui? No, purtroppo. Perché la banca che ha concesso il mutuo a Bramini si chiama Monte dei Paschi di Siena ed è uno dei sette istituti che entrano in crisi a partire dal 2013. Così come gli altri, è costretta prima di tutto a cedere i suoi crediti deteriorati a fondi specializzati - «le locuste», le chiama Bramini - a un valore molto inferiore rispetto agli importi da escutere. A dispetto del senso comune, infatti, i crediti deteriorati sono merce preziosa, sul mercato: si vendono al 20% del loro valore e mediamente si riesce a ricavarne il 30%. Se conoscete titoli in Borsa con un rendimento medio del 10%, fateci un fischio. E insomma, anche il credito del signor Bramini viene acquistato da un fondo-locusta. Che, siccome non riesce ad ottenere quel che vuole, si getta sulle garanzie reali: la casa degli signor Bramini viene pignorata e il sequestro è notizia degli scorsi giorni, con annesse le visite di Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

Nel frattempo, Bramini è un caso televisivo. Di lui si sono occupate Le Iene, qualche anno fa, e il suo caso ha fatto parecchio scalpore. Da Renzi e Gentiloni, tuttavia, non è arrivato alcun segnale, alcuna attenzione. Nè una telefonata, né un breve accenno nelle eNews, né una parola nelle tante dirette Facebook e nelle altrettante partecipazioni televisive. Nella massima esposizione mediatica di un caso paradigmatico - i numeri li avete letti - di lui si occupano solo le opposizioni. Di fronte al simulacro della classe media impoverita, vittima delle inefficienze dello Stato, del crac delle banche, della brutalità finanziaria, della giustizia che non funziona, il centro sinistra decide di non occuparsene, di non esistere, di abbandonare il terreno di gioco. Zero assoluto, o quasi. Da parte degli stessi che oggi si battono il petto parlando di disuguaglianze e della destra che tassa i poveri per dare ai ricchi.

Non sappiamo, allo stato attuale, se Salvini e Di Maio riusciranno a risolvere i problemi del signor Bramini o di quelli come lui. Prendiamo atto, per quel che vale, che perlomeno se ne sono interessati. E per quanto fosse più facile dall’opposizione, è un attenzione che stride con l’indifferenza della sinistra. E forse, anzi certamente, la base da cui la sinistra deve ripartire è proprio questa: dall’attenzione e dall’empatia, dal presidio e dall’ascolto. Perché i numeri parlano chiaro: il bubbone dei crediti deteriorati, delle case e dei capannoni pignorati, dell’impoverimento della classe media è lì, dietro l’angolo. E far finta che non esista, per non avere grane, o perché di povertà e disuguaglianze è più interessante parlarne in astratto, è il miglior modo di perdere per sempre.

In relazione all'articolo sopra indicato, su segnalazione del curatore fallimentare di Icom Srl, si precisa quanto segue:

1) in merito all’inciso “E al Sig. Bramini, tocca un curatore fallimentare che la legge Renzi non la conosce e che non certifica quei 4 milioni di crediti” si evidenzia che trattasi di crediti non certificabili in quanto non verso la pubblica amministrazione ed, in ogni caso, oggetto di contenziosi (avviati prima dell’avvio del fallimento);

2) in merito all’inciso “anziché recuperare 4 milioni dalle banche, in altre parole, riesce a recuperare solo 400.000,00 euri scarsi dagli enti creditori, più o meno l’11% di quanto dovuto” si evidenza che il fallimento non doveva recuperare 4 milioni dalla banche (?) e non ha recuperato “solo” 400.000,00 euro dagli enti creditori (forse l’autore voleva dire debitori?) ma ha avviato ed ha in corso azioni legali che già hanno consentito di recuperare alla procedura importi comunque più elevati di quanto sono riuscite a realizzare gli enti cui la ICOM aveva in precedenza ceduto gran parte dei suddetti crediti. Va infatti segnalato che alla data di fallimento i presunti 4 milioni di crediti erano di molto inferiori (ed oggetto di rilevanti svalutazioni) in quanto oggetto di cessione a società di factoring. Ad esempio, riguardo la ATO RAGUSA dei circa 2,2 milioni di crediti solo 737 mila euro (contestati) erano nella disponibilità del fallimento che ne ha incassato il 50%;

3) si segnala che l’azione esecutiva nei confronti del sig. Bramini non è direttamente collegata al mancato incasso dei 4 milioni di crediti (si ribadisce non nella disponibilità della procedura alla data del fallimento) ma è relativa al recupero di crediti sorti per atti illegittimi posti in essere dal sig. Bramini (e da società allo stesso collegate) nei confronti della società fallita che hanno dato luogo ad un’azione di responsabilità ed ad un’azione revocatoria, oggetto di vicende giudiziarie ormai definite.

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