MyTutela, così la trasparenza assoluta diventa un incubo totalitario

Grazie al digitale ci sentiamo molto più liberi di prima ma ci siamo ridotti al bisogno ossessivo del controllo. Anzi, dell'autocontrollo: ci autoschediamo, ci autodenunciamo, ci siamo trasformati nella Stasi di noi stessi, ma senza opacità e segreti. La nostra vera libertà è in pericolo

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25 Maggio Mag 2018 0735 25 maggio 2018 25 Maggio 2018 - 07:35

L'ultima notizia in fatto di app ha qualcosa di inquietante. A quanto scrive Repubblica, infatti, a Roma un ingegnere informatico e un programmatore si sono messi in testa che, per colpire al cuore il problema dello stalking mancava una appa la cui funzione fosse registrare tutto quello che accade al tuo telefono.

Ora, senza nulla togliere all'evidente buon fine che muove i due informatici romani, l'elenco delle azioni per cui è stata programmata questa applicazione ricorda qualche pagina di George Orwell o di Ray Bradbury, permettendo a chiunque e nella più totale autonomia di tenere «il conto delle chiamate, l’archivio dei messaggi, delle foto e dei video, i testi delle mail. E anche registrando e memorizzando per sempre le telefonate. Non solo: è stato previsto anche un calendario in cui le vittime potranno segnare, in modo da non dimenticare, ciò che accade. E questi dati, una volta estrapolati dal cellulare, avranno esattamente lo stesso valore degli originali. E, una volta salvati, non potranno più essere cancellati. Nemmeno se il cellulare venisse distrutto».

Inquietante, dicevamo, ma sostanzialmente in linea con quanto sta succedendo intorno a noi da anni ormai. Almeno dieci, da quando cioè alla pervasività totale del reale da parte della rete e del digitale si sono aggiunti i device — dagli smartphone agli smartwatch — che ci consentono di essere connessi costantemente, dovunque ci troviamo, in qualsiasi momento della giornata. La verità è che mai come in questi ultimi dieci anni abbiamo lasciato tracce delle nostre attività, dei nostri spostamenti, dei nostri pensieri, perfino delle nostre emozioni, cristallizzate in post su Facebook o storie su Instagram .

Geolocalizazioni, luoghi frequentati, distanze percorse, calorie bruciate, passi fatti, canzoni ascoltate, ma soprattutto mail, commenti, messaggi diretti via social, persino messaggi vocali. Tutto quello che facciamo ormai è sostanzialmente lasciare traccia di noi. Tracce digitali, caricate in qualche server sparso per il mondo, lasciate galleggiare nel cloud, lasciate nei cellulari, condivise immediatamente e automaticamente tra applicazioni grazie alle cosiddette API.

La verità è che mai come in questi ultimi dieci anni abbiamo lasciato tracce delle nostre attività, dei nostri spostamenti, dei nostri pensieri, perfino delle nostre emozioni

Il paradosso è palese: grazie alle immense possibilità del digitale ci sentiamo molto più liberi di prima, e in effetti se misuriamo la libertà nella possibilità di acquisto di beni o nella possibilità di condivisione di informazione, lo siamo anche. Solo che ci siamo ridotti al bisogno ossessivo del controllo. Anzi, di più e molto peggio, dell'autocontrollo. Ci autoschediamo, ci autodenunciamo, ci siamo trasformati sostanzialmente nella Stasi di noi stessi, a registrare scrupolosamente e potenzialmente a denunciare vite che non sono nemmeno più quelle degli altri, ma la nostra.

Ci siamo insomma convinti, probabilmente per il bisogno di sicurezza eteroindotto dalla politica degli ultimi decenni, ad abdicare alla nostra libertà personale, alla nostra privacy, al nostro sacrosanto diritto a non essere trasparenti, ad avere dei segreti, a dire delle bugie, a non dover rispondere di tutto quel che siamo e che facciamo.

C'è una famosa raccolta di racconti di Gianni Rodari che si chiama Favole al telefono. Al suo interno, tra le tante storielle surreali del geniale scrittore piemontese, ce n'è una che si chiama Giacomo di Cristallo. Racconta di un bambino speciale, abitante in una città lontana, un bambino diverso da tutti gli altri, un bambino trasparente.

«Attraverso le sue membra si poteva vedere come attraverso l'aria e l'acqua. Era di carne e d'ossa e pareva di vetro, e se cadeva non andava in pezzi, ma al più si faceva sulla fronte un bernoccolo trasparente», ma soprattutto, «si vedevano i suoi pensieri guizzare come pesci colorati nella loro vasca». Un bambino trasparente, che crescendo divenne un uomo trasparente, i cui pensieri non potevano venire nascosti, ma erano alle mercé di chiunque. Un uomo che non poteva mentire, mai, che non poteva tenere un segreto, mai.

Ci siamo insomma convinti, probabilmente per il bisogno di sicurezza eteroindotto dalla politica degli ultimi decenni, ad abdicare alla nostra libertà personale

Che problema c'è? Direte voi, e forse avreste anche ragione. Ma purtroppo per Giacomo, anche nelle favole ci sono i cattivi e, a un certo punto, nella città lontana in cui viveva «salì al governo un feroce dittatore, e cominciò un periodo di prepotenze, di ingiustizie e di miseria per il popolo. Chi osava protestare spariva senza lasciar traccia. Chi si ribellava era fucilato». Ovviamente le cose cambiarono. Tutte, tranne che Giacomo, che restò trasparente, che continuava a non poteva mentire, che continuava a non poter avere segreti e che quindi, alla prima ingiustizia finì in carcere.

Per fortuna di Giacomo di Cristallo, Gianni Rodari non è Roald Dahl, e la sua storia, insieme a quella favola, finisce bene. Ma purtroppo se ci fosse uno sceneggiatore a scrivere la nostra realtà questo somiglierebbe senz'altro più al genio oscuro di Roald Dahl che a quello luminoso di Rodari. E ora, che quel Giacomo siamo tutti noi, tutti sempre più trasparenti davanti al potere, qualche ragionamento sulla trasparenza lo dobbiamo fare e, probabilmente, dovremmo ricominciare a coltivare la passione, quanto meno nella parte privata nelle nostre vite, per l'anonimato, per l'opacità, per la possibilità di non dover rispondere di qualsiasi cosa scriviamo o facciamo.

In una parola — che purtroppo suona antiquata e letteraria a troppi — dobbiamo tornare a dare valore, a proteggere, forse in qualche modo a santificare l'opacità. Anche perché, a voler notare i dettagli, dove proverbialmente si nasconde il diavolo, questa esigenza di trasparenza totale stiamo riuscendo solo ad applicarla a noi stessi, alla nostra vita privata, senza nemmeno farci troppe domande, mentre dove la trasparenza conta, ovvero nella vita pubblica, politica ed economica, di Giacomi di Cristallo non ce n'è manco uno a pagarlo oro.

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