La verità fa male: Oettinger ha ragione e i mercati ci stanno davvero dando una lezione

Oettinger ha sbagliato i toni e ha fatto una gaffe. Ma ha detto anche una cruda verità. Tra debito pubblico, Pil, e invecchiamento, l’Italia è davvero in una crisi di sistema senza precedenti. E con la dura legge del mercato bisogna fare i conti. Prima o poi

Oettinger Linkiesta

Emmanuel DUNAND / AFP

30 Maggio Mag 2018 0755 30 maggio 2018 30 Maggio 2018 - 07:55

Che abbia detto che i mercati ci abbiano dato una lezione su come votare o abbia usato una perifrasi più politicamente corretta, le parole di Günther Oettinger, Commissario europeo per il bilancio e le risorse umane nella Commissione Juncker, sono un errore politico clamoroso. Incendiarie quanto o più di quelle di un pericoloso populista, nel surriscaldare un clima politico già rovente, con lo spread che sfonda quota 300, la Borsa che sprofonda, il premier incaricato Carlo Cottarelli che pare voglia rimettere il mandato e Salvini e Di Maio che soffiano sul malcontento e sulla rabbia di un popolo che improvvisamente ripiomba nell’incubo del 2011.

Però, forse, la questione è un’altra: che Oettinger ha detto la più cruda delle verità, toccando con mano la carne viva del nostro orgoglio patrio. Che il nostro voto è sottoposto al giudizio dei mercati, delle agenzie di rating, delle banche, dei governi stranieri. E che questo giudizio non tocca a nessun altro, in Europa, Grecia a parte: non alla Germania, non alla Francia, ma nemmeno a Spagna e Portogallo.

Chiedersi perché questo accada è la seconda scomoda verità. No, non accade perché ce l’hanno con noi o perché sono cattivi. Accade per tre semplicissimi motivi. Uno: perché abbiamo un debito di 2300 miliardi di euro, che cresce del 2% ogni anno, molto più di quanto sia mai cresciuto il prodotto interno lordo, perlomeno dall’inizio del terzo millennio. Due: perché fatta 100 la ricchezza che produciamo ogni anno, quel debito è pari a 131. Tre: perché la popolazione sta invecchiando sempre di più, ogni giorno che passa, e le spese per farvi fronte - leggi: pensioni e sanità - aumenteranno fisiologicamente, nei prossimi anni.

Se non ci fosse Draghi col suo Quantitative Easing e con i suoi acquisti a tappeto di Btp, da qualche anno a questa parte. Chiedete a qualunque analista: senza, lo spread sarebbe tranquillamente sopra quota 500 e avremmo già dovuto chiedere un prestito al Meccanismo Europeo di Stabilità, che avrebbe ulteriormente posto vincoli sulle nostre politiche di bilancio. Di fatto, ci avrebbe commissariato. Di fatto è come se lo fossimo già

Terza verità: shakerate questi tre ingredienti - debito pubblico, Pil e invecchiamento - e otterrete un cocktail letale, che porta dritti al default, presto o tardi. Per questo il rating dei nostri Btp è così basso - BBB, a due passi dalla spazzatura - e l’agenzia di rating Moody’s dice che lo declasserà ulteriormente, se non faremo riforme in grado di far diminuire il debito e far aumentare il Pil. Ed è per questo che il governatore di Bankitalia Ignazio Visco ammonisce, nelle sue considerazioni finali, che non esistono scorciatoie. Perché è una strada lunga e faticosa, una di quelle strade che si percorrono solamente con consapevolezza della situazione, fiducia nel futuro e volontà d’acciaio.

Se lo spread s’impenna e le borse crollano è per questo: perché gli analisi cinesi, gli algoritmi americani, o anche chi gestisce i risparmi degli italiani, non riconoscono nessuna di queste tre cose, nel voto del 4 marzo scorso. Purtroppo, la logica dà loro ragione: abbassare le tasse con la flat tax e aumentare la spesa pubblica introducendo il reddito di cittadinanza e abolendo la legge Fornero produce più spesa pubblica e non necessariamente fa aumentare il Pil. E se questo non accade, il debito continua a crescere in misura maggiore della ricchezza, a costare di più e a diventare sempre meno sostenibile. Può darsi che sbaglino, che l’Italia disegnata da Salvini e Di Maio nel loro contratto di governo fosse/sia/sarà la soluzione di tutti i mali. Se sbagliano loro, però abbiamo sbagliato anche noi, che con l’acqua alla gola abbiamo chiesto soldi in prestito a gente poco avveduta.

Adesso viene la pillola più amara di tutte: quei soldi non ce li darebbe nessuno già da tempo, se non ci fosse Draghi col suo Quantitative Easing e con i suoi acquisti a tappeto di Btp, da qualche anno a questa parte. Chiedete a qualunque analista: senza, lo spread sarebbe tranquillamente sopra quota 500 e avremmo già dovuto chiedere un prestito al Meccanismo Europeo di Stabilità, che avrebbe ulteriormente posto vincoli sulle nostre politiche di bilancio. Di fatto, ci avrebbe commissariato. Di fatto è come se lo fossimo già, dalla Bce, solo incidentalmente con un connazionale come presidente, peraltro in scadenza nel 2019.

È una limitazione della sovranità? Sì, assolutamente. È un’indebita ingerenza della finanza in economia? Come no. È una fossa che ci siamo scavati da soli, indebitandoci e usando quei soldi per clientele, aumenti, mancette e assunzioni sotto elezioni, infischiandocene degli investimenti necessari a rilanciare l’economia e a stabilizzare la ripresa sopra il 2% di crescita? Altroché. È la prova che per realizzare il contratto di governo bisognerebbe mettere in discussione tutto, dai parametri di Maastricht alla moneta unica? Qualcuno può averlo pensato, e non si può certo biasimarlo. Se tutto questo è vero, forse non c’è troppo da lamentarsi. Oettinger è un inqualificabile e presuntuoso trombone tedesco, ma noi ce lo siamo meritato tutto: di debito pubblico, crescita asfittica e popolazione che invecchia si muore male. Invece di mettere una bandiera tricolore alla finestra, pensateci su.

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