Marco Bentivogli: «Un Paese pieno di debiti e senza industria non sarà mai sovrano»

Intervista a tutto campo col leader della Fim Cisl: «Lega e Cinque Stelle? Nessuna paura. Ai populisti si risponde con la ragionevolezza. Perché il Pd ha perso? Perché c'era più futuro nei discorsi di Casaleggio, che nei suoi. Reddito di cittadinanza? Serve più formazione»

Marco Bentivogli
4 Giugno Giu 2018 0745 04 giugno 2018 4 Giugno 2018 - 07:45
WebSim News

«Preoccupato per Lega e Cinque Stelle? No, assolutamente. Io sono preoccupato perché siamo alla vigilia del secondo grande balzo in avanti dell’umanità: un tema che in Italia non esiste». Marco Bentivogli, segretario della Fim Cisl (i metalmeccanici della Cisl), non è tipo da risposte banali. Sindacalista riformatore ed eretico per definizione, è per molti uno dei papabili - in quota “papa straniero” - del Partito Democratico e del centrosinistra che verrà. Ma non per questo rinuncia a scartare di lato le risposte banali - vedi alla voce “ripartire dai territori”, “ascoltare la base”, “occuparsi dei deboli” - che costituiscono il prontuario perfetto dell’aspirante leader. Al contrario, si tiene stretto il suo profilo industrialista (Bentivogli è uno dei pochi personaggi pubblici che conosce davvero l’apparato produttivo italiano e che ha gestito tutte le crisi più difficili di questi anni) e la sua visione di sviluppo, fatta di innovazione, formazione e nuovo welfare, è sintetizzata nel “piano industriale per l’Italia delle competenze” firmato assieme a Carlo Calenda e pubblicato sul Sole24Ore a poche settimane dalle elezioni del 4 marzo. «In tutta onestà, credo di poter giocare la mia parte facendo bene il sindacalista» spiega a Linkiesta «Però, se scompare la rappresentanza politica della società aperta il sindacato muore assieme a lei. Per questo siamo tutti coinvolti. Non giocando necessariamente un ruolo politico, ma mettendosi a disposizione per costruire un argine a difesa dell’apertura e della democrazia».

Parliamone, allora. È preoccupato dal nuovo governo a trazione Lega-Cinque Stelle?
In realtà sono curioso e in attesa. Comunque la si pensi, il governo giallo-verde è una novità enorme nella Storia della Repubblica, una novità con cui toccherà misurarsi. Ma no, non sono impaurito: usare la paura contro chi ha vinto usando la paura non mi pare sia una mossa molto saggia.

È stato Carlo Calenda a parlare per primo di un Fronte Repubblicano...
Mi sembrano parole generose ma non adeguatamente meditate. Noi dovremo essere severi come lo siamo stati con tutti i governi. Ma loro, come tutti, vanno messi alla prova. Poi ognuno deve fare i conti con la propria rappresentanza: a noi, come sindacato, spetta vigilare su industria, lavoro, nuove povertà e non sull’applicazione del loro contratto.

A proposito di industria, lavoro e povertà: per ora, la prima novità è l’accorpamento del ministero dello sviluppo economico e di quello del lavoro voluto dal neo-ministro Luigi Di Maio. Che ne pensa?
Penso abbia fatto bene. Dall’inizio della crisi a oggi il ministero del lavoro è stato progressivamente svuotato di ruolo. Noi le trattative le abbiamo sempre fatte con Federica Guidi prima e Carlo Calenda poi. Al posto di Di Maio avrei fatto altrettanto.

Di Maio che si ritroverà a dover affrontare qualcosa come centosessanta crisi industriali, prima fra le quali la patata bollente dell’Ilva…
E si ritroverà un tavolo che i sindacati hanno aperto con l’azienda, fuori dal ministero, che qualche passettino in avanti l’ha fatto. Ilva è il classico esempio che dimostra come il mandato del sindacato è molto più forte di quello della politica. A Carbonia hanno votato un sindaco che prevedeva piante officinali al posto dell’industria, ma gli stessi lavoratori si sono fatti forti di una battaglia per riaprire la fabbrica. Lo stesso è accaduto con lo scalone pensionistico di Maroni. Lo stesso sta accadendo all’Ilva: gli elettori votano, giustamente, come vogliono, poi chiedono ai sindacati di riparare i danni dei partiti che hanno votato.

Per trovare l’accordo, però, il governo è necessario...
E io sono preoccupato, perché scrivere in un programma di governo che l’Ilva va chiusa significa non aver contezza del sistema produttivo italiano. Noi siamo ripartiti grazie alla più sostenuta crescita dell’export degli ultimi vent’anni. Ecco: il 52% di quell’export è metalmeccanico, settore in cui l’acciaio è importantissimo. È ridicolo pensare, di fronte a questi dati, che le acciaierie siano ancora a un terzo della loro capacità produttiva, mentre noi importiamo acciaio dalla Germania. A proposito di sovranismo: ecco, questa è sovranità industriale.

Il governo pare abbia un’altra idea di sovranità: da quella fiscale a quella monetaria. Lei ritiene saranno in grado, Tria e Savona, a ottenere qualcosa?
Non penso accadrà, sinceramente.

Come mai?
La politica estera si gioca su due piani: economia forte e classe politica autorevole. Su entrambi questi aspetti, l’Italia è molto debole. Far la voce grossa non spaventa né i grandi gruppi industriali, né le grandi cancellerie. Fa solo perdere tanti soldi ai risparmiatori. Devono essere chiari nei processi, i nostri nuovi governanti, mentre fino a ora vedo molte ambiguità.

In che senso?
Qui stanno ripescando mandarini ed establishment che non sono né sarebbero stati mai eletti nemmeno in un assemblea di condominio. C’è molto vecchiume romano in questo governo, per essere il governo del cambiamento. Sono uno di quei due poteri, la burocrazia eterna che ha bloccato per anni il paese. E infatti anche le ricette nascono vecchie.

Ad esempio?
Vedremo come il ministro Tria vorrà usare Cassa Depositi e Prestiti. Se vuole farne la cassaforte per tornare ai “tarallucci e vino” del capitalismo di Stato, siamo sulla cattiva strada. Magari salvi le imprese nel breve ma uccidi l’innovazione, che è quel che conta di più. Qui siamo alla vigilia del secondo balzo in avanti dell’umanità. Serve capacità di progettazione sociale, politica, industriale, non un salvagente per imprese decotte che invece vengono salvate dalla loro stessa capacità di innovare.

Di Maio dice anche che vuole risolvere le crisi industriali con il reddito di cittadinanza...
Io seguo tutte le crisi industriali più dure da 10 anni. Nel 95% dei casi i lavoratori non vogliono ammortizzatori, ma lavoro. E senza politiche attive adeguate, il reddito di cittadinanza è un boomerang che costa molto e serve a poco. Siamo un Paese che spende poco e male in formazione e riqualificazione e abbiamo già una quota di neet tra le più elevate d’Europa: credo che negare a una persona la possibilità di guadagnarsi da vivere sia il peggior sopruso che gli si possa fare. Gli si leva la libertà, oltre al pane. Pensate poi ad un metalmeccanico che lavora sodo e paga tutte le tasse con accanto un lavoratore in nero, esente dal pagare tasse e un sussidio mensile.

«Non sono d’accordo con Carlo Calenda quando dice che i populisti hanno vinto perché si sono occupati del presente, mentre la sinistra ha perso perché ha parlato del futuro. MI sembra il contrario, in realtà: c’è più futuro nei discorsi di Davide Casaleggio che in quelli del Pd»

Parliamo di disoccupazione giovanile: secondo Salvini e Di Maio crescerà se si riusciranno a mandare in pensione i lavoratori più anziani, passando dalla legge Fornero alla “quota 100”…
Mi spiace deluderli entrambi ma la correlazione tra l’uscita dei pensionati e l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro semplicemente non è diretta e, quando accade, è molto limitata: più o meno, entra un giovane ogni tre pensionati che escono. Se queste sono le aspettative, il risultato della riforma alla legge Fornero sarà molto deludente. E lo dice uno che la legge Fornero la correggerebbe…

In che modo la cambierebbe, lei?
Quota 100 replica la stessa ingiustizia della Legge Fornero, quella secondo cui l’età pensionabile non deve dipendere dalla gravosità del lavoro. Ci sono professioni in cui non c’è nessun problema ad arrivare a 67 anni. Per altri, che fanno lavori usuranti, è ridicolo.

Quota 100 costerà circa 15 miliardi, si dice…
Se pagano i giovani, attraverso un aumento del deficit, e quindi del debito pubblico, qualcuno glielo dovrà spiegare.

«Io seguo tutte le crisi industriali più dure da 10 anni. Nel 95% dei casi i lavoratori non vogliono ammortizzatori, ma lavoro. E senza politiche attive adeguate, il reddito di cittadinanza è un boomerang che costa molto e serve a poco. Siamo un Paese che spende poco e male in formazione e riqualificazione e abbiamo già una quota di neet tra le più elevate d’Europa»

Più che altro, si parla tanto di risorse per le pensioni e poco per formazione e innovazione...
Questa è la cosa che mi preoccupa di più. Noi è dal 2008 che vediamo capitali che lasciano l’industria e l'investimento, per finire all’estero o nella rendita. Il piano industria 4.0 ha riportato il capitalismo a investire dentro l’impresa. I risultati sono stati tangibili e verificati. È desolante leggere che nell’accordo di programma non vi sia nulla su questo tema. Noi siamo la seconda manifattura d’Europa: i paesi concorrenti investono, hanno una potenza di fuoco gigantesca. Se noi andiamo indietro è un problema. Lo ribadisco: un Paese pieno di debiti e senza industria non è un Paese sovrano.

Non crede che l’opposizione a questo governo dovrebbe partire da qua, da questa semplice constatazione?
L’opposizione deve andare oltre a personalismi e integrare i punti migliori che ci sono nel Paese. Deve riconquistare credibilità, soprattutto. Non credo che l’opposizione del Pd e di Forza Italia debba avere gli stessi linguaggi di chi oggi è al governo. La gran parte del Paese è fatta di persone ragionevoli che hanno votato Lega e Cinque Stelle, per cambiare o per esasperazione: è a loro che bisogna parlare.

In che modo?
Parlando di futuro. Non sono d’accordo con Carlo Calenda quando dice che i populisti hanno vinto perché si sono occupati del presente, mentre la sinistra ha perso perché ha parlato del futuro. Lo dico con rammarico ma mi sembra il contrario, in realtà: c’è più futuro nei discorsi di Davide Casaleggio che in quelli del Pd.

E qual è il futuro di cui può parlare la sinistra?
È il futuro del lavoro libero, partecipativo, creativo e solidale. La sinistra della generatività e della promozione di una migliore condizione umana. È la sinistra che capisce che non è tutto determinismo economico, ma che c’è un tema enorme di ricostruzione civile. Questo è un Paese più insicuro perché sono saltati i legami sociali: non per i migranti o per l’economia. A chi sostiene il reddito di cittadinanza, dico una cosa: andate a vedere le aree della desertificazione industriale: ci sono solo Compro Oro e slot machine. Li c’è un problema di capitali: non economici ma umani, come dice Luigino Bruni. Ripartiamo da qui e dal lavoro dignitoso come orizzonte vitale e realizzativo che deve diventare alla portata di tutti.

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