Agli insegnanti non servono predellini, ma soldi e formazione

La lettera aperta di Galli della Loggia al neo ministro Bussetti è un puzzle di autoritarismo e proibizionismo che a furia di colpi bassi reazionari si dimentica dell'unica cosa che può salvare la scuola e l'autorevolezza degli insegnanti: uno stipendio molto più alto e l'accesso gratis alla cultura

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5 Giugno Giu 2018 1210 05 giugno 2018 5 Giugno 2018 - 12:10

Negli ultimi vent'anni la scuola italiana si è trovata a dover sfilare attraverso forche caudine di riforme di ogni tipo, compiute da governi di ogni segno e orientamento politico, che, seppur con obiettivi sulla carta diversi, ispirati da punti di vista ideologici a volte molto distanti, hanno avuto sostanzialmente come unico effetto il minare alle fondamenta un'istituzione che, fino agli anni Novanta, era il fiore all'occhiello dell'Italia in Europa.

Eppure, a leggere oggi l'articolo, anzi la lettera aperta, che l'editorialista del Corriere Ernesto Galli della Loggia indirizza al neo insediato Ministro della pubblica istruzione Marco Bussetti del governo Lega-5Stelle, vien da pensare che forse non abbiamo ancora visto tutto e che quello su cui siamo finiti più che il fondo sia un nuovo punto di partenza per continuare a scavare.

La proposta di Galli della Loggia, costruita su dieci punti, è quanto di più autoritario, retrogrado, reazionario e anti pedagogico si possa immaginare sull'argomento. Fatto salvo per il punto 4, infatti, in cui lo storico invita a cancellare “qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanze nell’istituzione scolastica”, gli altri nove punti lasciano a dir poco perplessi, quanto meno per essere il 2018.

Dalla reintroduzione della predella, ovvero di un palchetto su cui posizionare la cattedra per sottolineare nello spazio l'autorità che l'insegnante dovrebbe avere sugli studenti, al divieto di ogni tipo di occupazione, autogestione o cogestione, che lo storico stigmatizza come “feste degli alberi” che servono solo a non studiare.

E ancora, dall'affidamento della pulizia dei plessi scolastici agli studenti per insegnare loro che “non si imbrattano i muri”, che magari si mettono in testa che un Keith Haring, un Banksy o un Blu siano artisti, meglio non rischiare. E poi, il divieto assoluto degli smartphone, a scuola e non solo, robe da vietare ai minori di 14 anni, scrive, come se non fossero strumenti da imparare ad usare, ma armi. Per poi finire in grande stile con il divieto di portare in gita i ragazzi all'estero — che giustamente cosa li porti a fare ai musei di Berlino a vedere le più grandi collezioni di arte antica dell'Umanità, portali alla colonia di Fregene, così si abituano — o l'obbligo di intitolare le scuole a nomi di personalità illustri, ché si sa, andare a scuola al Manzoni o al Virgilio rende certamente migliori che andare al Molinari, anche perché il rischio e che gli studenti non conoscano il chimico anarchico e pensino di andare a scuola in una fabbrica di Sambuca.

Più che i dettagli, però, di questa lettera aperta a inquietare è il disegno che si intravede in filigrana. Il denominatore comune delle proposte di Galli della Loggia, infatti, è un principio di autorità piuttosto che di autorevolezza, è una visione che crede nel simbolico e non si cura del reale, che pretende di riguadagnare lo scettro del potere con l'imposizione di divieti e con la costruzione di distanze, che pare aver obliterato totalmente decenni di studi pedagogici e di conquiste nel campo dell'intelligenza collettiva, tornando agli anni Venti, sì, ma del Novecento se va bene.

Della Loggia dimentica che l'autorità non è una cosa che si impone, ma una che si guadagna, e infatti la sua versione migliore si chiama autorevolezza. E non la si guadagna imponendo un potere, ma mostrando un sapere. Se metti un idiota scelto dalla curia su una predella a predicare che l'omosessualità è una malattia — storia vera, chiedete a chi ha fatto il liceo scientifico Blaise Pascal di Lambrate negli anni Novanta — l'altezza dal suolo non gli conferirà certo autorevolezza, ben che vada solo rabbia e incredulità.

Galli della Loggia parla di architettura, di divieti, di imposizioni, ma si dimentica dell'unica vera grande riforma che servirebbe alla nostra scuola, che tutt'ora, malgrado i molteplici tentativi di affossarla, riesce a formare persone che all'estero spiccano per conoscenze, metodo e cultura generale: una riforma economica e un vero piano di formazione continua degli insegnanti.

Bisogna dare più soldi agli insegnanti. Bisogna pagarli tanto, perché sono quelli che costruiscono la cittadinanza di domani. Bisogna dargli talmente tanti soldi da innescare una corsa al rialzo per occupare quei posti, che ora troppo spesso sono considerati il ripiegamento di carriere universitarie fallite piuttosto che il coronamento di una vocazione. È questo il metodo migliore per instaurare una vera meritocrazia. Bisogna dargli il tempo di formarsi sempre, durante tutta la loro carriera, perché siano freschi e aggiornati l'ultimo giorno prima della pensione esattamente come lo erano il primo giorno di lezione.

La predella che bisogna mettere sotto le chiappe dei nostri insegnanti non deve essere mica fatta di legno o cartongesso, deve essere fatta di cultura. È quello il gradino che innalza e che deve innescare nei ragazzi la voglia di arrivarci, di innalzarsi. Gli insegnanti devono poter entrare gratis nei musei, al cinema, nei teatri, ai concerti, devono avere gratis persino l'abbonamento a Sky, a Netflix, e qualsiasi cosa che sia cultura in questo momento. Devono ricevere — loro e non i giornalisti come me o Galli della Loggia — i libri gratis dalle case editrici, e in copia elettronica non costerebbe nulla, ma quelli di narrativa e di saggistica, non i sussidiari riduzionisti e nozionisti che sono solo carta sprecata.,

Insomma, gli insegnanti di ogni ordine e grado devono grondare conoscenza, passione, devono brillare come fottuti diamanti pazzi, perché è quello e solo quello il solo modo di mostrare agli studenti la potenza pazzesca della cultura e del sapere. Devono essere i migliori che abbiamo, non i più disperati. Perché è solo così che possono essere il nostro argine più forte alla peste che ci sta uccidendo e che non è la fine della verità, ma la fine dell'autorevolezza, l'eclisse della ragione e del sapere.

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