I partiti tradizionali? O iniziano a puntare sui nuovi media, o si condannano all'irrilevanza

Negli ultimi tempi la diretta Facebook è diventata delle modalità comunicative più usate da Salvini e Di Maio. Una strategia vincente che dimostra come i partiti tradizionali, se vogliono continuare a incidere, non possono lasciare ai loro avversari il ruolo di alfieri dei nuovi media

Social Linkiesta
5 Giugno Giu 2018 1110 05 giugno 2018 5 Giugno 2018 - 11:10
Tendenze Online

L’Italia ha un nuovo governo, il percorso per arrivare alla sua formazione, come sappiamo, è stato tribolato. Ai consueti passaggi e alla prassi istituzionale si sono alternati veri e propri colpi di scena con cambiamenti repentini di prospettive. L’attenzione di addetti ai lavori e opinione pubblica è stata molto aiutata anche dalle modalità comunicative adoperate dai protagonisti. Tra queste una delle più utilizzate è stata la diretta Facebook. Gli elettori di M5S e Lega hanno mostrato di apprezzare questa scelta che ha evidentemente reso più credibili ai loro occhi i rispettivi leader, come ha sottolineato anche Marco Borraccino su Social Recap. Numerosi sono stati i video caricati sulla pagina di Luigi Di Maio, con i live che hanno raggiunto un numero elevato di visualizzazioni. Per citare qualche esempio, quello del 10 marzo in cui il nuovo Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, nonché Ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, elenca i primi adempimenti del neo-insediato Parlamento è stato visto 3,4 milioni di volte, quello del 30 aprile in cui si raccontano le prime prove di dialogo con la Lega e il mancato confronto con il PD, conta invece 2,4 milioni di visualizzazioni. Un numero simile caratterizza il live del 15 maggio con il resoconto della stesura del contratto di governo e che anticipa il voto online chiesto ancora una volta con una diretta. Il video dello scorso 28 maggio è stato visto addirittura 5,3 milioni di volte.

Anche il leader della Lega, nuovo Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio, ha optato spesso per i live su Facebook, la diretta del 27 maggio, in una delle fasi più concitate della lunga formazione del governo, è stata vista addirittura 4,7 milioni di volte. La scelta delle piattaforme social da parte dei politici non è casuale. Come riporta Primaonline, Zenith ha pubblicato la quarta edizione del Media Consumption Forecasts con i modelli di consumo dei media dal 2011 ad oggi in 63 Paesi e le previsioni per il 2020. Ebbene, nel 2018 il 24% del consumo globale dei media sarà proprio su mobile ed entro il 2020 si prevede un 28%. Al contrario, la stampa tra il 2011 e il 2018 ha perso il 45% per la lettura dei quotidiani e il 56% per le riviste. Il tempo trascorso a guardare la tv si è ridotto del 3% tra il 2011 e il 2018, quello dedicato all'ascolto della radio è diminuito dell’8%. Poi, se guardiamo nello specifico i dati italiani, scopriamo che nel 2011 erano 37 i minuti al giorno dedicati a navigare da pc, nel 2018 sono 11. Da mobile invece si è passati dai 25 minuti del 2014 ai 49 minuti attuali. Detto in altri termini, la combinazione tra dispositivi mobili e social network permette alle notizie di raggiungerci ovunque e in qualunque momento.

Il rischio, in realtà, nelle democrazie occidentali è che si stia lasciando ai nazionalisti il ruolo di alfieri dei new media, in grado di coinvolgere le persone, farle partecipare ed esprimere, mentre agli altri resta la difesa, quasi corporativa degli old media, considerati megafoni dell’establishment e degni di scarsa fiducia, come decine di analisi statistiche dimostrano

La tv non è stata affatto disdegnata dai politici, che al contrario hanno coperto molti spazi a disposizione per arrivare al pubblico più eterogeneo possibile, ma con gli interventi televisivi prima annunciati e poi caricati sui social, sono stati i nuovi media a mostrare la loro efficacia. I canali Facebook e Twitter di Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono stati monitorati anche da Alice Blangero e Mariagrazia Carbotti, del team di Pietro Raffa per MR&Associati. Il periodo di tempo considerato nella loro analisi va dal 3 aprile al 27 maggio ed è stato suddiviso in tre fasi: quello delle consultazioni, che va dal 3 aprile al 9 maggio, quello della stesura del contratto di governo, tra il 10 e il 20 maggio e infine la fase che va dal 21 al 27 maggio con l’incarico del Presidente della Repubblica a Giuseppe Conte e la rinuncia di quest’ultimo e prima dunque, degli ultimi risolutivi sviluppi. Blangero e Carbotti hanno notato, tra le tante cose, che mentre il numero di follower di Salvini su Facebook non è mutato, è cresciuto quello su Twitter dove al 27 maggio l’ammontare complessivo era di 721.937. Anche per Di Maio è stata notata un’evoluzione simile, con la piattaforma dei 280 caratteri che è passata da 342.800 follower a 350.132.

Non assistiamo a una contrapposizione tra vecchi e nuovi media, piuttosto a un'accelerazione del processo di ibridazione dei media, perché soprattutto televisione e piattaforme digitali vengono coinvolte entrambe dalla narrazione politica spesso anche in maniera simultanea, come accade quando una diretta Facebook viene ripresa da una trasmissione televisiva o quando gli utenti commentano dai social ciò che vedono in tv. Quello che cambia è dove si forma l'opinione pubblica e chi detta l'agenda informativa. Ed è su questo punto che cresce una differenza grande tra vecchi e nuovi mezzi di comunicazione. Intervistato da Antonello Guerrera su La Repubblica dello scorso 3 giugno, Steve Bannon ha detto che i populismi hanno spazzato il monopolio dei poteri forti e dei media mainstream e che nonostante le critiche mosse da questi ultimi, tali formazioni politiche hanno ottenuto il consenso di gran parte delle persone. Sono stati sempre i mezzi di comunicazione tradizionali a gonfiare, a suo parere, lo scandalo di Cambridge Analytica. Il rischio, in realtà, nelle democrazie occidentali è che si stia lasciando ai nazionalisti il ruolo di alfieri dei new media, in grado di coinvolgere le persone, farle partecipare ed esprimere, mentre agli altri resta la difesa, quasi corporativa degli old media, considerati megafoni dell’establishment e degni di scarsa fiducia, come decine di analisi statistiche dimostrano. Forse sarebbe il caso di non regalare questo vantaggio competitivo ai cosiddetti populisti, altrimenti la direzione porta, dopo la bruciante sconfitta elettorale, all'irrilevanza politica.

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