Vogliamo che i giovani rimangano in Italia? Spendiamo meno per le pensioni e più per l'istruzione

I giovani italiani non sono pigri: semplicemente, hanno meno possibilità delle generazioni precedenti. La domanda delle imprese è ovunque inferiore rispetto all'offerta di neolaureati, anche nelle discipline scientifiche. Il governo deve spendere meno in pensioni e più per l'istruzione

Giovani Linkiesta
5 Giugno Giu 2018 0715 05 giugno 2018 5 Giugno 2018 - 07:15

Secondo il titolo dell’ultimo libro del direttore di Linkiesta, Francesco Cancellato, noi giovani non siamo “Né sfruttati né bamboccioni”: una frase che punta subito al merito principale del libro, quello di sfatare miti ricorrenti e luoghi comuni sulla nostra generazione dati alla mano. Da giovani, però, sembra ovvio porsi due domande: possiamo permetterci di spiegare la più grave crisi generazionale dal dopoguerra congedando la nostra generazione sia dal banco degli imputati che da quello di parte lesa? Veramente possiamo dirci né sfruttati né bamboccioni? Partiamo dal mercato del lavoro: una frase ricorrente nello story-telling comune vede le nuove generazioni come una banda di pigri e sfaticati ma soprattutto demotivati. Sicuramente l’Italia presenta attualmente un livello di disoccupazione giovanile più elevato di paesi comparabili quali Germania, Francia, Regno Unito e Spagna (Il grafico a sinistra). Viene dunque da chiedersi se dentro questi numeri sulla disoccupazione non vi sia un numero di giovani sempre più “choosy”, accoccolati sulle comodità che mammà e papà forniscono e con sempre meno voglia di mettersi in gioco. Se così fosse, ci aspetteremmo di osservare un gran numero di aziende in cerca di lavoratori, che siano panettieri o ricercatori. Tuttavia così non è: l’Italia è infatti caratterizzata da un numero di posti vacanti che, rispetto all’inizio della crisi, è sceso maggiormente, per poi recuperare terreno in misura nettamente minore rispetto a quello degli altri paesi (grafico di destra). Alla luce di ciò, l’ipotesi che le imprese offrano ampi orizzonti di lavoro non raccolti dai giovani viene quantomeno ridimensionata. Non saremo forse “sfruttati”, ma i dati testimoniano come in termini di lavoro abbiamo davanti a noi meno opportunità delle generazioni passate.

Spostiamo lo sguardo un po’ più indietro: forse il problema risiede nelle competenze che i nostri giovani riescono ad acquisire? Guardando a quella che è la domanda e l’offerta di neolaureati segmentati per indirizzo di studi in Lombardia dal 2013 al 2015, i dati ci dicono due cose. Primo, si conferma il fatto che in tutte le categorie la domanda di assunzioni delle imprese è costantemente inferiore all’offerta di neolaureati (pur considerando una regione relativamente dinamica come la Lombardia), compreso quello Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics). Secondo, se lo scarto è del 30% circa per il comparto Stem, esso si amplia notevolmente se si guarda all’ambito umanistico con punte anche del 90% per i laureati dell’area politico-sociale. In questo caso la storia sembra quindi diversa: non saremo forse “bamboccioni”, ma è un dato che spesso scegliamo di acquisire delle competenze che non sono sempre in linea con quelle richieste. Per aggiungere un dettaglio, se da un lato può sembrare semplicistico concludere che il nostro sistema di formazione produca più laureati di quanti ne ricerchino le imprese, dall’altro la domanda di profili tecnici/professionali è invece molto forte (il 40% superiore), nonostante gli istituti tecnici e professionali siano da decenni abbandonati in una sorta di “serie b”.

Emerge quindi un disegno misto, e un circolo vizioso tra mancanza di opportunità, innovazione e crescita, formazione inefficace, e conseguente demotivazione. Un circolo che porta il nostro paese a ritrovarsi fermo economicamente e socialmente (non è un caso che il legame tra reddito dei genitori e dei figli sia in Italia tra i più alti d’Europa secondo l’Ocse). Quali sono le prospettive per un giovane una volta terminati gli studi, siano essi universitari o di scuola superiore? Rimanere a casa aspettando prima o poi di trovare il lavoro dei propri sogni, accontentarsi di ciò che si trova pur lontano dai propri studi ed aspirazioni o inseguire la fortuna altrove, in Italia o all’estero? Davanti all’evidenza di un mercato del lavoro non in grado di valorizzarci la risposta è presto detta: se mi impegno è più probabile che ce la faccia…all’estero. Mentre infatti paesi come Spagna, Francia, Regno Unito e Svizzera riescono ad attrarre talenti incrementando gli impiegati in R&D con percentuali comprese fra l’1% della Spagna ed il 20% della Svizzera, l’Italia, in controtendenza rispetto agli atri, riduce nettamente tale saldo con un’emorragia del 13,2% di giovani altamente specializzati. Infine, invece che tentare di spezzare questo circolo, il nostro governo presenta ai giovani un welfare “in salita”, ossia che investe relativamente poco sulla parte iniziale della vita di un cittadino, e fornisce un supporto relativamente alto nella fase più anziana. Un esempio è il grafico sotto, in cui si vede come l’Italia sia caratterizzata da una spesa per pensioni più alta che in paesi quali Germania, Svezia e Spagna mentre spende meno rispetto ai principali paesi europei in istruzione e sostegno alla disoccupazione.

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