Ecco perché Salvini è più forte e Di Maio è più debole ogni minuto che passa

In caso di elezioni Salvini è sempre più leader assoluto, mentre Di Maio non può ricandidarsi: un’asimmetria che condiziona le scelte dei due leader. E che dice molto della strategia d'attacco del neo ministro dell’Interno: imprimere il marchio leghista al governo finché si può (e finché conviene)

Dimaio Salvini Governo Conte Linkiesta

Alberto PIZZOLI / AFP

7 Giugno Giu 2018 0750 07 giugno 2018 7 Giugno 2018 - 07:50

Tic toc. Se volete capire perché Salvini e i suoi, dal momento in cui si sono insediati al Governo, non smettono di esternare e di dettare la linea su tutto, dai migranti all’Europa, dalle sanzioni alla Russia alla Tunisia che ci manda i galeotti, dalle famiglie omosessuali che non esistono ai ricchi che devono pagare meno tasse, mentre Di Maio e i suoi tacciono, dovete pensare al tempo che scorre, e guardare l’orologio. Perché il discorso del presidente del consiglio Giuseppe Conte può essere stato pentastellato finché volete e siamo in campagna elettorale per le elezioni amministrative finché volete, ma la questione dirimente è un’altra: che il tempo gioca tutto a favore di Salvini e tutto contro Di Maio.

Accade da quando è cominciata la legislatura e il cronometro ha cominciato a girare: dal giuramento di Conte è iniziato l’ultimo giro di Di Maio, il suo secondo mandato. Da allora, e ogni giorno di più, ogni potenziale crisi di governo sarà letale per il capo politico dei Cinque Stelle e manna dal cielo per il segretario della Lega. Molto banalmente, perché quest’ultimo potrà tranquillamente candidarsi alle prossime elezioni, mentre Di Maio no.

Di fatto, Di Maio è tra due fuochi: se tira troppo la corda con Salvini, rischia di dire addio alla scrivania di via Veneto e al governo di cambiamento. Se finisce per essere troppo acquiescente alle richieste dell’ingombrante alleato, rischia di far salire il malumore della base ben al di sopra del livello di guardia

Non è una questione di poco conto: ed è il motivo per cui Salvini, da bravo giocatore di scacchi quale si è dimostrato, sta spingendo avanti tutte le sue pedine per imprimere al governo il marchio leghista. Perché sa - e il silenzio di Di Maio gli sta dando ragione - che dall’altro capo della scacchiera nessuno opporrà resistenza. E che ogni passo in avanti, nella direzione del programma di centrodestra rafforza Salvini come leader di entrambe le coalizioni, e di conseguenza, col centrosinistra morente, dominus assoluto della politica italiana.

La controprova si avrà quando si deciderà chi occuperà le 385 poltrone vacanti: quale spazio negoziale ha Di Maio per poter chiedere quel che gli spetta, in funzione del peso elettorale delle due forze politiche alle elezioni del 4 marzo? Quali minacce credibili potrà opporre alla fame bulimica del suo alleato? Esatto: nessuna. E ben si capisce, allora, perché Salvini, fino al giuramento, si è mostrato così malleabile, al punto da rinunciare alla presenza di Berlusconi e Meloni nell’esecutivo, al premier, finanche alla presenza di Savona al ministero dell’economia Perché sapeva che si sarebbe rifatto dopo, con gli interessi.

Non bastasse il nemico alle porte, Di Maio si trova anche a dover gestire la fronda interna dei parlamentari e dei militanti ortodossi - quelli capitanati da Alessandro Di Battista e Roberto Fico - che male hanno digerito la svolta governista e istituzionale del loro giovane leader, che ha intessuto alleanze con una delle forze politiche “che hanno rovinato l’Italia” (copyright Dibba) e che, avesse potuto, si sarebbe alleato pure con l’odiato Partito Democratico di Matteo Renzi. Il silenzio di queste settimane è passivo-aggressivo, del resto: Di Battista, avesse voluto, avrebbe potuto avallarne esplicitatemente la linea. Non l'ha fatto: per il momento, si è limitato a non contestarla e a partire per l’America. Domani, si vedrà.

Di fatto, il ministro dello sviluppo economico e del lavoro è tra due fuochi: se tira troppo la corda con Salvini, rischia di dire addio alla scrivania di via Veneto e al governo di cambiamento. Se finisce per essere troppo acquiescente alle richieste dell’ingombrante alleato, rischia di far salire il malumore della base ben al di sopra del livello di guardia. Stare zitti e provare a mantenere qualche promessa elettorale nel più breve tempo possibile sembra essere la strategia più saggia. Ma il tempo scorre e le elezioni europee del 28 di maggio 2019 si avvicinano. Arrivarci con Salvini che sbandiera rimpatri, flat tax alle imprese, lotta dura a Bruxelles, autonomia delle regioni del Nord, mentre lui si barcamena tra i centri per l’impiego da rianimare, soprattutto al Sud, e una riforma della Legge Fornero ben al di sotto delle aspettative degli elettori è un rischio mortale, per Di Maio. E lì sì, davvero, la maggioranza giallo-verde potrebbe cominciare pericolosamente a scricchiolare. Il conto alla rovescia è iniziato. Tic toc.

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