Feltri: «Detesto i barocchismi, io voglio parlare alla gente»

«Di giornalisti bravi ce ne sono ancora. Ma non si vedono più fuoriclasse come Montanelli o la Fallaci, una formidabile rompicoglioni». Intervista a tutto campo al direttore di Libero, che se la prende con gli iPad e il politicamente corretto

Feltri Linkiesta
7 Giugno Giu 2018 1010 07 giugno 2018 7 Giugno 2018 - 10:10

L’inizio della conversazione è fulminante. “Come le avevo annunciato, non vorrei parlare di politica, ma di questioni di stile”. “Beh”, borbotta lui con il suo inconfondibile accento bergamasco, “anche perché sarebbe una bella rottura di coglioni altrimenti”. Sorrido, anzi sghignazzo. Non desidero niente di più: Feltri che fa Feltri. Eppure l’uomo tanto odiato e, per lo stesso motivo, tanto stimato è molto diverso da quello a cui ci ha abituati la televisione. Ride, scherza. Mi chiede se sono sardo e imita il mio accento, dopo aver menzionato la sua amicizia con Cossiga. Addirittura, mi racconta di aver avuto una fidanzata della mia terra a cui, a quanto pare, è stato molto legato. Io sto al gioco: “Mi perdoni, ma uno scoop simile non posso farmelo sfuggire”. E giù altre risa. In verità, tutta l’intervista è un profluvio di ilarità. Grazie al cielo, perché diversamente mi sarei sentito come a nuotare accanto a uno squalo bianco senza la gabbia di protezione. Il Direttore è loquace. Racconta aneddoti, conversa piacevolmente. Mi fa venire persino il dubbio di essergli simpatico. Naturalmente, Feltri non è un ragazzino di primo pelo. Sa che lo stimo. Lo percepisce dall’impasto di deferenza e impiccio che mi blocca leggermente nella formulazione delle domande. Cerca di mettermi a mio agio e mi soppesa. Ma, evidentemente, le mie domande lo solleticano, perché dismette subito qualsiasi rigidità. Si lascia guidare, mentre tiene le mani ferme sul timone. Io cerco di carpire il suo segreto. In realtà, dopo circa quaranta minuti di botta e risposta, penso che, quello che ho sempre considerato il mio modello vivente di giornalista, non voglia celare niente agli sguardi indiscreti. Il suo segreto è alla luce del sole: essere Vittorio Feltri.

Direttore, lei pensa che la sua penna sia migliorata nel tempo? O ritiene di aver trovato, a un certo punto, uno stile tale da non necessitare di essere ulteriormente affinato?

Sinceramente, non mi sono mai posto il problema. Sono più di cinquant’anni che faccio questo mestiere e l’unica cosa che ho sempre ricercato è una scrittura lineare, priva di compiacimento. Il mio solo desiderio è di arrivare al lettore in modo chiaro e diretto, se non definitivo, almeno tale da non suscitare ambiguità.

Come si elabora un buon articolo, o meglio, lei come lo fa? Prende appunti prima, o scrive di getto? Lavora molto di lima?

Di solito non prendo appunti, se non saltuariamente per quelle due o tre cose fondamentali che mi preme di affrontare. Scrivo in modo abbastanza veloce e poi rileggo tre o quattro volte onde evitare cacofonie, ripetizioni, frasi inutili, avverbi che appesantirebbero. Questo quello che faccio per cercare di essere comprensibile al volo e senza tanti sforzi da parte del lettore. Per il resto, come principio di massima, scrivo solo se ho motivo di farlo, altrimenti evito.

Quanto conta l’incipit in un articolo?

Nulla. Molti si sforzano di trovare un attacco avvincente che possa essere, per dir così, arrapante. In realtà, se hai qualcosa da dire, non importa come cominci, ma soltanto che tu affronti subito il tema che ti sta a cuore e lo introduca in modo da suscitare un minimo di curiosità. Ma non è la semplice forza di un incipit a poter rendere buono o meno un articolo.

Quel suo stile così asciutto, rapido e trascinante, da cosa deriva? Ci sono forse delle particolari letture, romanzi o quant’altro, alla base?

Le letture influiscono sempre moltissimo nella vita e, di conseguenza, anche sul modo di scrivere. Specialmente in adolescenza, e nella prima parte della mia giovinezza, ho letto molti autori che mi hanno segnato. Non so, poi, se sono riuscito a prendere da loro… Ma qualcosa resta sempre, come una musica che ti rimane nell’orecchio. La prosa di quelli bravi è così, ti risuona dentro e spesso di porta a cercare di imitarli, a replicare quel loro modo di fare. Però, davvero, non saprei dire se ho preso da qualcuno in particolare. Sono certo che le letture fatte a suo tempo mi hanno aiutato ad arricchire il vocabolario, oltre ad avermi insegnato l’arte del periodare. D’altronde, se non leggi non puoi scrivere. Direi, però, che c’è anche una parte che riguarda la personalità del singolo. Io, per esempio, detesto i barocchismi, tutte le sterili esibizioni di cultura o di erudizione, che invece per molti sono fondamentali. Ma non per me, io voglio parlare alla gente. E, siccome il giornalismo è divulgativo per definizione, non esito neppure a concedermi qualche volgarità che rimandi al linguaggio del popolo… Eh sì, perché io mi rivolgo al popolo. Non scrivo certo pensando di parlare al Papa!

Il ritmo della sua prosa è qualcosa che lei persegue razionalmente, oppure le è ormai connaturato, nel senso che non potrebbe scrivere altrimenti? Insomma, bisogna esserci nati con il dono?

Credo di no. Penso che per un giornalista, come per uno scrittore, il talento sia meno importante del temperamento. Se vuoi raggiungere un certo risultato, lo devi fare razionalmente. Alla fine tutto questo diventa una seconda natura, ma ci vuole un po’ di tempo. Ricordo che all’inizio facevo molta fatica ed ero estremamente lento nello scrivere. Sarà che adesso di tempo ne ho poco, quindi vado velocissimo. Certo, ormai ho acquisito qualcosa di simile a quella che si potrebbe chiamare una tecnica, per questo procedo senza mai toccare il freno. Eppure, non si pensi, anche io devo rileggere. Non ne puoi fare a meno se, come me, detesti tutto ciò che rende pesante la prosa e vuoi arrivare nel modo più semplice possibile. Naturalmente, il tutto senza rinunciare a qualche finezza lessicale, a una battuta, perché chi legge ne ricavi comunque piacere.

Usa il computer? Com’è stato per lei il passaggio dalla macchina da scrivere al mezzo informatico?

Fino allo scorso anno scrivevo con la Lettera 22, che ho ancora sul tavolo mentre le parlo – tra l’altro, di macchine da scrivere ne avrò quattro o cinque. Mi veniva tutto più semplice con quel vecchio arnese. Poi sono dovuto passare all’iPad, perché qui al giornale nessuno mi ribatte più gli articoli. E devo dire che faccio una fatica terrificante perché, quando scrivo “è” verbo, mi esce “e” congiunzione e viceversa. Mi fa impazzire. Mi cambia pure le parole. Per cui ho bisogno di una rilettura particolarmente attenta e, siccome non sono presuntuoso, metto tutto nelle mani di un signore che lavora qui, Federico, che mi becca tutti i refusi.

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