Giovanni della Croce: il mistico estremista (poi santo) che si affida alle tenebre

La prima biografia critica in italiano del cofondatore dei Carmelitani Scalzi, è merito di Mario Iannaccone. La storia, come si suol dire, c'è tutta: la fondazione di conventi in posti sperduti, la prigione, la fuga, la morte in solitudine. L'intervista all'autore

Santi Linkiesta
9 Giugno Giu 2018 0745 09 giugno 2018 9 Giugno 2018 - 07:45

L’amico mi fa. Leggi almeno le prime pagine. Non potrai farne a meno. Hanno una furia romanzesca. E io leggo. Non che volessi delegare la lettura ad altro tempo. Solo che. 480 pagine e 837 note. Che dicono di un lavoro – va da sé, siamo in ambito saggistico, per quanto ‘divulgativo’, cioè leggibile, evviva – minuzioso, al microscopio. L’amico tallona. Lo accontento. “Decise di fuggire la notte del 16 agosto 1578. Non poteva più rimandare. Attese il buio nella sua cella fetida di cui aveva già forzato la porta. Al calar della notte si pose in ascolto: silenzio, il mormorìo del fiume, il russare di due frati di passaggio addormentati nella sala. Aprì, piano piano, e guardò fuori: era una notte luminosa e sull’altro lato della sala le finestre affacciate sul Tago lasciavano filtrare la luce della luna. In quel silenzio il rumore metallico di una chiave infilata nella serratura che cadde e rimbalzò parve assordante”. Pare, chessò, Il Conte di Montecristo. Invece, “è la prima biografia critica, in lingua italiana, di san Giovanni della Croce”, come dice la ‘quarta’ di Benché sia notte (Ares, 2018), titolo luminoso, quasi cinematografico. Merito di Mario Iannaccone rendere la storia di Juan de Yepes, cofondatore dei Carmelitani Scalzi, beatificato come Juan de la Cruz nel 1675 e fatto Santo nel 1726, una fiction, una vicenda spirituale – anzitutto, verticale, vertiginosa – dal nitore narrativo. Di per sé, come si dice, ‘la storia c’è tutta’: l’incontro con l’altra implacabile mistica – Teresa d’Avila – la creazione di conventi in cascinali sparuti, il contrasto, la prigione, il fraintendimento, la fuga, la morte in solitudine. Devastante, terminale Juan, che scopre che l’anima è barocca e va denudata, che ci fa percorrere la via crucis dell’interiorità, La notte oscura, fino a sbocciare nell’Altro… che prende per i capelli la ‘via negativa’ dello Pseudo-Dionigi – siamo nullità, incuneate nel nulla, Dio è la grande tenebra che ci trafigge verso la visione sonora, perché è nella notte, nel punto più doloroso del vivere, che vediamo – e lo getta nel futuro, roteando, fino a Dostoevskij, fino a oggi. Chi ha letto Juan, non può non soffrirlo. Scrive molto bene Iannaccone: “Scrisse sempre per alludere a quanto traboccava dal suo cuore e non sapeva comunicare altrimenti; scrisse in servizio della sua missione di direttore spirituale. Era anche ben cosciente – è lui a dircelo – che queste stesse poesie erano poca cosa rispetto a quanto intendeva dire. Allora ricorse a glosse, testi in prosa lunghi e complessi, che espandono il significato delle poesie andando incontro a una sorta di splendido fallimento. Come Michelangelo Buonarroti, Juan conosceva il senso dell’incompiutezza e l’accettava”. Notevole l’accostamento a Michelangelo, perché l’anima è quel deforme, quel marmo muto a cui l’esperienza spirituale – la disciplina nel rampicare l’abisso – dà forma. Chi tocca Juan ne viene stigmatizzato: ricordo la traduzione delle sue poesie, di inclassificabile urgenza, da parte di Cristina Campo – si firmò Giusto Cabianca – per I mistici dell’Occidente di Elémire Zolla. “Per arrivare a sapere tutto/ non voler sapere nulla in nulla”; “per giungere al tutto/ devi lasciare del tutto il tutto”. Questi versi, tratti dalla Salita al Monte Carmelo, mostrano che la perdizione è il gesto con Dio ci orienta a sé; che la notte è sempre un fuoco sulla via della vera luce. “Dimentico, acquietato,/ il volto reclinai sopra l’Amore/ tutto cessò e restai”. Non cerchiamo forse questo, per riscattare la nostra personale notte? Perderci – fino a perdere il nome, gli alfabeti e gli affetti – perché Uno ci raccolga, definitivamente?

Una biografia di san Giovanni della Croce. La prima? Come le è venuto in mente di imbarcarsi in un lavoro così potente, immenso?

Per studi e interessi sono sempre stato affascinato dal Cinquecento e dal Seicento, secoli avvolti da una crisi che ha alcune similitudini con quella dei nostri tempi. A differenza del nostro tempo, quello era abitato da letterati, politici, filosofi, religiosi, militari e artisti di singolare grandezza. Giovanni della Croce è uno dei 6 o 7 grandi personaggi della Spagna imperiale di quel periodo. Inoltre ho sempre amato le biografie: si tratta di un genere letterario specifico, di grande dignità narrativa e affine al romanzo. Le biografie migliori hanno l’ambizione di dipingere veri e propri affreschi storici inserendo i biografi nel loro contesto culturale, religioso e sociale. Mi piaceva poi la sfida di scoprire Giovanni della Croce, un personaggio un po’ misterioso sul quale non esistono biografie recenti né in italiano né in altre lingue. Eppure, i grandi personaggi del Rinascimento e del Barocco sono molto amati dai biografi. I santi Ignazio di Loyola e santa Teresa d’Avila, i re e gli imperatori come Carlo V o Filippo II, per non parlare degli artisti, gli architetti, i pittori, i musicisti e i poeti del tempo. Su di lui, ho trovato biografie risalenti al Seicento o al Settecento, e piccole e lacunose biografie – ma soprattutto agiografie – posteriori. Le agiografie, però, non sono biografie perché aderiscono ai cliché del genere: troviamo un santino dolce, remissivo, che faceva miracoli quasi ogni giorno. Giovanni invece fu una persona forte: per imporsi, come ha fatto, su un ordine in decomposizione come erano i Carmelitani “calzati”. Mi incuriosiva, inoltre, il fatto che, a differenza di altri riformatori cattolici del periodo, lui non fosse di nascita aristocratica ma provenisse da famiglia povera, forse di hidalgos, ma ridotti alla fame. Sopravvisse anche a una catena di lutti e finì in un collegio per bambini poveri. Eppure, unicamente grazie al suo ingegno, si fece strada. È uno di quei casi di convertiti in giovanissima età che apparentemente non svilupparono mai dubbi sulla propria scelta; si trovò, quasi per caso, a guidare un movimento di riforma già tentato più volte, ad esempio dall’isolato e combattivo Juan de Avila. Ma che non era riuscito per le varie crisi che la società spagnola aveva attraversato: i conflitti religiosi del tardo Quattrocento con moriscos e conversos, e le ripetute epidemie, a partire da quella della metà del Trecento che aveva sterminato intere congregazioni. Dopo aver conosciuto la vigorosa santa Teresa d’Avila, arrivò alla fondazione dei Carmelitani Scalzi. Lei, corrispondente con principi, re e letterati, generosamente ci ha raccontato la propria vita e qualcosa di Giovanni, che di sé non parla mai. Lui si dedicò agli studi, alla teologia, alla poesia e soprattutto alla preghiera. A un certo punto dovette mettere da parte i libri per viaggiare moltissimo: lo chiamavano per fondare monasteri, insegnare, organizzare lo Studium carmelitano appena costituito. La seconda parte della sua vita fu agitata perché incontrò molti nemici che non vedevano di buon occhio la sua opera di riforma. Non a caso, il mio libro si apre con una rocambolesca fuga nella quale compaiono le classiche lenzuola annodate. Fuggì da una prigione dove i frati nemici della riforma l’avevano tenuto prigioniero. Si calò per cinquanta metri nel buio, a Toledo, in una notte senza Luna.

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