Così i premi letterari sono diventati antiletterari (e i sedicenti scrittori sono sempre più ignoranti)

Il filologo Tomasin ha lanciato l'accusa: i romanzi italiani sono tutti ugualil (e fanno schifo). Ma a Leopardi era già chiaro secoli fa: i lettori sono idioti, e i critici (che dovrebbero cercare gli scrittori veri nelle catacombe, ma non lo fanno), sono dei cretini

Strega Linkiesta
11 Giugno Giu 2018 0745 11 giugno 2018 11 Giugno 2018 - 07:45

Qualche giorno fa ‘il Giornale’ ha pubblicato il j'accusa del filologo Lorenzo Tomasin, pronunciato dal pulpito del Premio Campiello. Sostanzialmente, il prof segnala, nell’attuale contesto letterario italiano, la mancanza di capolavori e i libri che si elevino oltre una scrittura “indistinguibile”. Insomma, il romanzo italiano è in stato di coma. A seguito dell’intervento, ‘il Giornale’ ha pubblicato i pareri di alcuni scrittori contemporanei. Tra cui quello di Davide Brullo. Che qui riproponiamo integralmente. La parola, ora, a voi.

L’Apocalisse eccita. Tutti vorremmo vivere i ‘tempi ultimi’, quelli da cui scaturisce la rivelazione definitiva, la parola culminante, capitale. Invece, ecco, l’Occidente continua a tramontare da un secolo, il romanzo è morto da quando è nato, il requiem ha il rombo assordante di decine di migliaia di libri insignificanti pubblicati ogni anno. Ora. Il ‘j’accuse’ di Lorenzo Tomasin scagliato dal pulpito del Campiello – brutale sintesi: i romanzi italiani sono tutti uguali e fanno, generosamente, tutti schifo – ci trova tutti d’accordo. Solo che. Andava pubblicato su La Voce di Papini+Prezzolini, ora pare un reperto della Prima guerra mondiale – per altro, Tomasin rimprovera gli scrittori italici che “il grande assente è lo stile”, e lui è il primo a indossare un vocabolario vintage, d’antan, rétro. A Giacomo Leopardi, per dire, era già tutto chiaro due secoli fa, sfogliate Il Parini ovvero della gloria: i lettori sono idioti (“la moltitudine dei lettori… è molto più dilettata dalle bellezze grosse e patenti, che dalle delicate e riposte… dall’apparente che dal sostanziale… dal mediocre che dall’ottimo”), i critici letterari sono cretini (“se oggi uscisse alla luce un poema uguale o superiore di pregio intrinseco all’Iliade; letto anche attentissimamente da qualunque più perfetto giudice di cose poetiche, gli riuscirebbe assai men grato e men dilettevole di quella”), se gli scrittori vogliono la fama – costituzionalmente avversa al genio – devono scrivere male (“l’affaticarsi di scrivere perfettamente, è quasi inutile alla fama”). Ma fin qui, ci facciamo le masturbazioni astrali. Tornando terra-terra, anzi, rasoterra. Nel 1985 Giovanni Raboni scrive una letterina a Mondadori, troncando i rapporti di consulenza editoriale. Perché? Per la “sostanziale soppressione… negli attuali programmi della Mondadori, di un lavoro di ricerca e valorizzazione di nuovi autori”. Dieci anni dopo, un convegno fitto di personalità – c’erano, tra i tanti, Giulio Mozzi, Fulvio Panzeri, Luca Doninelli, Arnaldo Colasanti, Mario Guaraldi – dichiarò all’allora Ministro dei Beni culturali Walter Veltroni che “il libro muore: si sta spegnendo – e male – in un universo editoriale al centro del quale è stata posta la merce e scalzato l’uomo”. Insomma. È sempre la stessa storia. Talmente la stessa che va al di là delle generazioni e dei ‘bei tempi’ passati: è inutile leggere scrittori di polistirolo come Paolo Di Paolo o Giuseppe Catozzella se non si affronta prima l’opera di Mario Pomilio e di Giorgio Saviane, è assurdo sprecare aggettivi sull’opera di Valeria Parrella o di Veronica Raimo se non si studiano i libri di Eliana Bouchard e di Francesca Serragnoli, ma, a onor del vero, non è che ci sia questa differenza tra Niccolò Ammaniti e Antonio Tabucchi, tra Marco Missiroli e Alfredo Todisco e forse l’opera di Vitaliano Trevisan e di Tiziano Scarpa è più interessante di quella di Gianni Granzotto e di Antonio Altomonte (cito tutti autori passati per il Campiello). Insomma, è da decenni che, editorialmente, è il fango. E allora? I fatti mi sembrano semplici, sono questi.

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