Startup, innovazione e sviluppo: per entrare nel nuovo millennio l’Italia deve copiare la Francia

Occorre investire nelle imprese ad alto contenuto innovativo, ma serve un modello. Guardare a Oltralpe può servire: Macron non ha ancora creato la Silicon Valley, ma ha risvegliato una cultura digitale destinata a far crescere il Paese

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14 Giugno Giu 2018 0755 14 giugno 2018 14 Giugno 2018 - 07:55
WebSim News

Più di tutto, serve un cambiamento culturale. Poi l’Italia potrà davvero mettersi in marcia. È l’opinione di Pascal Cagni, presidente di Business France (agenzia governativa per l’internazionalizzazione delle imprese), intervenuto al convegno organizzato da Milan French Tech, a palazzo Edison a Milano. La marcia in questione è quella dell’innovazione, della creazione di start-up e, prima ancora, di un ambiente adatto alla nascita e alla crescita delle imprese. Serve, insomma, una mentalità da imprenditori.

Non è una novità, soprattutto per Milano, che da tempo ospita uno hub di French Tech, il programma lanciato nel 2013 dal governo francese per sostenere in tutto il mondo la crescita e lo sviluppo delle startup tecnologiche ad alto potenziale. Un’iniziativa pubblica, insomma, che però coinvolge (per forza anche i privati). Funziona come riconoscimento dato alle città considerate più avanzate, ma anche come nome a disposizione di tutte le imprese innovative francesi nel mondo.

Il progetto è ampio: French Tech vuole unire e fare incontrare tutti i soggetti, sia in Francia che all’estero, che intervengono nell’ecosistema imprenditoriale innovativo: cioè finanziatori, incubatoi e startup. Poi si passa a una fase progettuale di crescita, di solito gestita da privati, e infine a una fase finale di promozione a livello globale. Negli ultimi cinque anni ha raccolto nove miliardi di dollari e ha un fondo proprio di 200 milioni di euro. Ma, nonostante le cifre altissime, è solo una parte, l’ultima, di un’opera colossale di rinnovamento industriale.

Tutto è partito nel 2012 con la creazione di BPI France, la banca nazionale degli investimenti, voluta dall’allora presidente François Hollande per creare un ecosistema di investimenti nelle nuove imprese. Ha funzionato, visto che nel 2016 l’istituto è diventato il primo fondo sovrano mondiale per investimenti nelle imprese tecnologiche. Non solo: si sono aggiunte le leggi avanzate nel 2015 da Emmanuel Macron, che hanno accorciato i tempi per creare una startup, hanno garantito una visa per imprenditori extra-europei (invitandoli a venire in Francia a creare business) e gli investimenti nel venture capital. Quella di Macron è l’utopia della “startup-nation”, un Paese in cui “chiunque dica di voler creare una startup lo possa fare senza problemi”. E, forte di questa impostazione, promette un altro miliardo e mezzo di euro sul piatto per la ricerca sull’intelligenza artificiale.

È un modello anche per l’Italia? Dipende. Al momento il confronto tra i due Paesi è imbarazzante, anche solo per i due dollari pro-capite assegnati al venture capital in Italia, mentre in Francia sono 41 (e in Germania 38). Ma la strada intrapresa, ricorda il presidente di Cassa Depositi e Prestiti Claudio Costamagna, dovrebbe migliorare la situazione, pur con tutte le difficoltà – un esempio: il diverso impianto imprenditoriale tra Italia, terra di piccole e medie imprese, e Francia, dove le Pmi si alternano a giganti industriali. Ma il patent box, insieme agli incentivi importanti presi dagli ultimi governi dovrebbero funzionare. E poi?

C’è la mentalità, almeno secondo Pascal Cagni. L’Italia, sostiene, ha già «molto. Incentivi, industrie, imprese, export. E poi qui “imprenditore” indica già un’idea grande e nobile, più che in Francia. Manca però la volontà di farlo diventare l’eroe moderno. Sì, una visione che andrebbe incentivata dalla stampa (che dovrebbe concentrarsi di meno su stranieri e confini) e dalla scuola. Anche l’istruzione dovrebbe girare intorno a quest’idea dell’imprenditorialità, del sapere creare».

E i soldi? «Non sono un problema. È la mentalità il problema. Poi si potrà riallocare il capitale, e quando arriverà il capitale arriveranno anche le idee, e con le idee altro capitale». Creare un ecosistema «nuovo, che attiri investitori dall’estero, che coltivi talenti in casa». Ma a livello tecnico chi deve occuparsene? Cassa Depositi e Prestiti? «È un istituto che ha fatto bene in questi anni. Può fare di più? Forse, ma non lo posso dire io. Qui c’è già molto, sia in termini di incentivi fiscali per il business, per le garanzie, per i prestiti: tutto questo va fatto scoprire al mondo».

Il fatto è che occorre capire dove andare, perché «la Francia punta su Intelligenza Artificiale e Smart-cities. Voi allora dimenticate tutto, lasciate perdere ogni cosa e diventare leader europeo per l’industria 4.0. Andate avanti, aprite una strada e mostratecela. I semi, le premesse, ci sono già».

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