Design Thinking. Ma cos’è veramente?

29 Aprile Apr 2011 1455 29 aprile 2011 29 Aprile 2011 - 14:55

Nei paesi anglosassoni si parla e si utilizza il Design Thinking da almeno cinque anni. Si sono interrogati sul valore aggiunto del processo creativo o Design Process - metodologia da sempre appartenuta al campo della progettazione - e come questo possa garantire risultati qualitativamente alti, facilitando le strategie aziendali, il marketing e l’ideazione di nuovi servizi e/o prodotti.

Attualmente, una consapevolezza più diffusa, permette al Design di essere giustamente considerato in modo più allargato allontanando il vecchio concetto che lo vuole solidamente legato all’oggetto e alle sue forme. Oggi invece il Design e tutte le sue declinazioni, sono protagonisti nel dirigere la progettazione nell’interezza del suo percorso, tenendo ben presente la complessità della vita contemporanea e quindi il contesto in cui il manufatto, l’oggetto e il servizio andranno ad insistere.

La metodologia progettuale del Design si avvale da sempre di quattro fondamentali passaggi, quali: la Ricerca, la Definizione, lo Sviluppo e il Delivery.
In Italia questa consapevolezza soffre di interlocutori capaci di capirne la potenzialità effettiva. Sono poche le aziende, gli imprenditori, i dirigenti ed i professionisti che ne fanno tesoro e invece sono ancora moltissimi quelli che scambiano il Sistema-Design per un valore di immagine e non di contenuto.

Le aziende americane ed inglesi dimostrano sempre un forte interesse per modalità di Ricerca “user centric” adottate dal mondo del Design; osservazioni sul campo, dove il designer si avvicina e descrive le situazioni reali del quotidiano partendo dalle esperienze che provengono dal basso, per capire meglio come le persone interagiscono con i prodotti/servizi.
Per gli stakeholder delle aziende anglosassoni è veramente importante capire e condividere il come si arriva all’ideazione di un progetto, come ci si avvicina a soluzioni ben calibrate e decisioni strategiche importanti, come determinare solide basi sulle quali scommettere economicamente.

Il Design Thinking non è altro che una metodologia appartenente al mondo del Design, un processo progettuale strutturato che si è ottimizzato ed evoluto a tal punto che se usato bene fa sia da collante tra tutte le figure che partecipano al progetto che da garante del risultato finale rispetto alla visione iniziale.

Per i designer, l’approccio progettuale non è sempre identico, ma ciò che accomuna tutti è da sempre la passione verso il percorso di scoperta e, per tutti coloro che sono particolarmente legati al Design Thinking, è anche l’opportunità di lavorare alla sua ideazione fin dalle prime fasi di innesco del progetto stesso.

Il Design pensato o ragionato o ancora integrato, utilizza da tempo diverse modalità di indagine. I designer, oltre alle metodologie precedentemente descritte relative alla ricerca diretta sul campo, tendono a coinvolgere gli attori diretti appartenenti a tutta la filiera di produzione, di strategia, di sviluppo, di comunicazione, di distribuzione e di consumo. Il workshop multidisciplinare è uno di questi; sapientemente preparato e moderato dal Design permette di individuare in modo operativamente veloce e con puntuale precisone le opportunità di progetto. Il successivo sviluppo delle idee emerse in concetti strutturati e riutilizzabili, è un passaggio importantissimo che solo il professionista del progetto è in grado di tradurre in linee guida, dialogando costantemente con i propri interlocutori e comunicando la sintesi di una complessità molto più ampia.
Dopo questa cruciale fase di setting e di avanzamento dei lavori, va da se che il Design è storicamente il motore di controllo dei processi di prototyping e di user testing.

Il secondo dopo guerra italiano, durante il boom economico, ha dato l’opportunità ad imprenditori visionari ed a progettisti illuminati di lavorare insieme allo sviluppo di progetti innovativi volti alla domesticità e al pubblico dove, insieme, progettavano, costruivano, sperimentavano e si confrontavano in una fucina continua di idee e schizzi su carta e di meccanica in officina. Poi, negli ultimi decenni il Design è stato sempre più allontanato dal processo decisionale per essere relegato soltanto nel passaggio finale di chiusura progetto. Al designer rimaneva/rimane soltanto l’interpretazione di un brief già dato, dai profili progettuali molto slegati e poco aderenti alla reale quotidianità, con l’incarico di dare forma e styling al solo guscio esterno.
Oggi tutto si è enormemente evoluto e la complessità del sistema produttivo e di consumo ha ormai raggiunto punti di stallo imbarazzanti. Ed è proprio in questo momento di riflessione economica e socio-culturale che si ritorna a voler dialogare e costruire insieme un sistema di progetto valido e sostenibile, dove il Design Thinking rimette in gioco queste opportunità rivolte alla grande, medio e piccola azienda, alle istituzioni, al pubblico e al privato.

In un “essay” per la Harvard Business Review, dal nome Design Thinking, Tim Brown sottotitola il concetto con la frase: “Thinking like a designer can transform the way you develop products, services, processes - and even strategy”. Tim Brown è il CEO di Ideo, la più grande azienda di Product Design al mondo. Da anni questa azienda sviluppa prodotti ad ampio spettro, da quelli altamente tecnologici fino a progetti rivolti al terzo mondo usando il processo del Design come driver per l’innovazione.

Facciamo notare che Bruce Nussbaum, professore di Design alla Parsons The New School for Design e editor per BusinessWeek dice in un recente articolo apparso su fastcodesing.com che il Design Thinking è un esperimento fallito. In breve spiega che il Design Thinking è entrato a far parte delle corporate americane creando all’inizio nuovi scenari creativi, ma con il passare del tempo è stato assorbito dalle stesse diventando un processo interno, troppo lineare e forse povero di contributi esterni. 

Quindi ci chiediamo: la creatività dove si è persa? 
Forse la corporate americana ha ridotto questa metodologia in una griglia troppo rigida togliendo flessibilità all’atto progettuale?
Ma allora, l’attitudine al Design Thinking è ancora valida o no? 

Sempre secondo Bruce Nussbaum il nuovo step si chiama “Creative Intelligence” e secondo lui espande ancora di più la creatività che è in noi; si tratta di un approccio sociologico in cui la creatività emerge dalle attività di gruppo, non di un approccio psicologico atto allo sviluppo del genio individuale.

Sarà, ma a noi sembra l’ennesimo tentativo per “ribrandizzare” ancora una volta lo stesso concetto con un nome diverso in puro spirito anglosassone. Le pratiche della ricerca sul campo, il workshop, la co-progettazione, il lavorare e progettare con il consumatore o utente finale, non possono svilupparsi in autonomia. Ci vuole un’attenta regia, consapevole e disciplinarmente preparata; solo attraverso l’occhio critico del designer e un attento Design Process si ottengono processi creativi controllati e di spessore culturale, individuando nuove opportunità e territori nascosti.

In un territorio come il nostro, dove l’attenzione alla creatività è sempre stata il motore e l’energia delle aziende italiane - ma che ora sembra aver perso quella dinamicità dei tempi migliori - il Design Thinking o Process potrebbe trovare terreno molto fertile e dare veramente una marcia in più ad un sistema produttivo che deve rinnovarsi rispetto alle pressanti sfide internazionali. Abbiamo l’impressione che gli americani, in questo momento, si siano spinti un po’ oltre e forse ora tentano di riaprire un dialogo sulla creatività facendo un passo indietro. Bravi comunque!
In quei territori esiste un dibattito acceso, culturale e internazionalmente diffuso; qui da noi invece non abbiamo neanche affrontato questa sfida intellettuale in modo intelligente. 
Forse è giunta l’ora di usare il Design Process in modo più massiccio anche in Italia, innescando una nuova logica operativa di lavoro che vede imprenditori e progettisti affiancati e affiatati sin dalle prime fasi di innesco progettuale.