Noi la crisi non la paghiamo: il conto portatelo al tavolo a fianco

14 Luglio Lug 2011 1244 14 luglio 2011 14 Luglio 2011 - 12:44

Uno degli slogan più vacui che io conosca è "noi la crisi non la paghiamo". L’ho riletto proprio ieri sera in questo post del blog Punto e a Capo.

Secondo il post, la colpa della crisi finanziaria non è delle politiche di spesa pubblica scriteriate (ha raggiunto il 52.5% del PIL nel 2009, anno record, sia aumentando la spesa sia per riduzione del PIL sottostante), e dunque male fa Mario Draghi, quasi unico in Italia, a suggerire di tagliarla.

Tagli alla spesa sono necessari e devono essere consistenti, perlomeno 50 miliardi. Io auspicherei tagli per una cifra almeno doppia, ma è improbabile che accada. Non credo neanche ai tagli per 50 miliardi: la spesa pubblica cresce facilmente, ma non si comprime mai. Negli ultimi venti anni, ad esempio, non è mai successo. Si parla sempre di tagli, ma non sono mai esistiti.

Ammettiamo però che la manovra provochi un taglio alla "sanità, pensioni e contratti di pubblico impiego".

Il pubblico impiego prende, secondo dati Bankitalia, più della media dei lavoratori italiani: non si vede perché chi si spezza la schiena per pagare le tasse debba tenersi diversi milioni di persone sul groppone che lavorano di meno e guadagnano di più.

La spesa pensionistica è pagata dai giovani, precari e che guadagnano pochi euro al mese, per pagare gente che magari sta in pensione da quando aveva cinquanta anni: forse i costi di questa follia andrebbero divisi più equamente, invece di accollarli tutti alle nuove generazioni.

La spesa sanitaria sono centodieci miliardi di euro l'anno, ma su questo argomento non sono ferrato, mi limiterei a sottolineare che pensare che la spesa vada a beneficio dei cittadini è naive, perché dietro ci sono spesso gruppi organizzati famelici che ci campano lautamente.

"Perché, piuttosto, non si tassano le transazioni finanziarie?"

Le transazioni finanziarie si possono tassare solo a costo di ridurre la liquidità dei mercati finanziari, ridurne l'efficienza, e aumentare alcuni dei problemi (l’illiquidità) che hanno caratterizzato la recente crisi. Inoltre, le transazioni finanziarie sono mobili, e dunque si sposterebbero verso altri lidi, riducendo la quantità di risorse disponibili per gli investimenti, che in Italia sono già pochissimi.

"Perché non è stata decisa una patrimoniale sui grandi patrimoni?"

Il 20% più ricco della popolazione italiana è quella con un patrimonio maggiore di 530,000€, cioè tutti i proprietari di immobili in zone urbane, salvo l'estrema periferia e i monolocali. La storia dei grandi patrimoni è in massima parte demagogia: io sto nel 20% più povero (forse nel secondo), i miei genitori stanno nel 20% più ricco, e quando erediterò passerò tra i ricchi, perché diventerò proprietario di un immobile a Roma. Se i miei genitori pagassero una patrimoniale ad impoverirsi sarebbe la mia eredità. La ricchezza si accumula col risparmio, e dunque gli anziani sono più ricchi dei giovani, perché hanno risparmiato per decenni: i “ricchi” da massacrare con la patrimoniale sono i vostri genitori, non Warren Buffett.

"Perché non si sono tagliati i costi della politica?"

Perfettamente d'accordo, ma sono bazzecole: la sanità costa l'8% del PIL, le pensioni il 13%, il pubblico impiego l'8% (sto ricordando a memoria). Gli stipendi dei parlamentari, le auto blu, etc., sono briciole. Sono d'accordo con il tagliarle, ma scordatevi di fare più dell'1% del PIL.

"O quelli della guerra?"

Le spese militari in Italia sono lo 0.8% del PIL... anche qui, fare demagogia è facile, ma i conti raccontano un'altra storia.

"Il libero mercato ha fallito, non ha saputo autoregolamentarsi"

In quattro anni di crisi sono fallite o hanno avuto seri problemi: mercati finanziari poco regolati (veicoli di investimento speciale), molto regolati (banche), imprese pubbliche (Caixas e Landesbanken), parastatali (Fannie e Freddie), e interi Paesi sovrani (Islanda, Irlanda, Grecia). Parlare di fallimento del mercato non significa nulla. Tutte le parti che hanno avuto problemi erano soggette ad un problema non di mercato: non potevano fallire, perché lo Stato sarebbe intervenuto a salvarle e tutti lo sapevano.

"il benessere generato con le svendite e tagli e le rinunce del popolo greco, andranno nelle casse delle banche tedesche, un annuale, costante trasferimento di benessere."

Difficile negare che la Grecia abbia speso troppo per comprare i voti dei suoi cittadini con politiche demagogiche e populiste, abbia falsificato i conti per entrare nell'Eurozona, e dunque abbia fatto di tutto per meritare ciò che sta accadendo. I Paesi seri non si comportano come la Grecia. Nessuno dovrebbe.

Infine, lodare l'Islanda perché ha rinnegato il debito, e sottintendere che dovrebbe farlo anche l'Italia, vuol dire che l'Italia dovrebbe farsi tagliare fuori dei mercati dei capitali: cancellarsi il debito pregresso significa che nessuno comprerà più il debito futuro, e quindi l'Italia non potrà più finanziare i propri deficit. Inoltre, più della metà del debito pubblico è di proprietà di italiani: ad impoverirsi sarebbero i vostri fondi pensione, le vostre nonne, i vostri genitori, e ovviamente le banche (con notevole aggravamento della crisi economica). Vogliamo questo?

Anche se spesso è fatta da persone incompetenti, irresponsabili, miopi e spesso anche disoneste, la politica è (purtroppo) una cosa seria. Richiede analisi e proposte serie, non fantasticherie. Il populismo e la demagogia ci hanno portati dove oggi siamo: forse con un po' di serietà riusciremo ad uscirne.

Pietro Monsurrò