Gli si forma una ruga sulla guancia sinistra

27 Luglio Lug 2011 1642 27 luglio 2011 27 Luglio 2011 - 16:42

Pd Bersani Penati Turbato

Bersani ruggisce e ha tutta l’aria di avere la faccia di uno che ha capito
: «Se sperano di intimorirci si sbagliano di grosso. Noi abbiamo capito quello che sta succedendo. Lo abbiamo capito». Ma con chi ce l’ha Bersani? E soprattutto cosa c’è da capire?

Dopo la lettera di ieri al Corriere della sera, in cui aveva affrontato di petto il tema della presunta questione morale in seno al Pd, e dopo aver letto i commenti di questa mattina sui principali quotidiani nazionali ha deciso di passare all’attacco: «Le critiche le accettiamo – ha dichiarato – ma aggressioni, calunnie e fango no».

Quei commenti sono di due tipi: alcuni vanno dritti alla sostanza, altri gironzolano sul tema un po’ usurato della diversità degli ex comunisti.

Per quanto riguarda i primi c’è chi pensa che Bersani avrebbe dovuto dire di più (ad esempio Antonio Polito) e che trincerarsi dietro un codice etico che esiste sì, ma che non ha impedito di candidare Tedesco, sia un po’ ridicolo. Per gli amanti del genere, qui e qui il botta e risposta tra lo stesso Bersani e Travaglio sul Fatto Quotidiano.

Quanto alla diversità morale c’è l’imbarazzo della scelta. Non mi soffermo sulla questione di lana caprina se “diversità politica” sia da intendersi come strappo rispetto al vecchio concetto di “superiorità etica” o se ne sia soltanto uno sviluppo. Pongo invece l’accento su un corollario, utilizzato da parecchi esponenti del Pd in sede di commento: siamo diversi non perché migliori, ma perché nessuno di noi ha gridato al complotto. Lo dice Castagnetti, lo dice la Serracchiani, lo dice Orlando.

Bersani invece, nello sfogo di qualche ora fa, sebbene non parli “tecnicamente” di complotto, rileva una teleologia sospetta che andrebbe quanto meno registrata come fenomeno fisico se non proprio come legge storica. Insomma se non è una congiura, è perché di occulto pare esserci pochino: abbiamo capito, appunto.

Non è la prima volta che il Pd è sotto schiaffo. Alcuni credono che anche quella volta di Unipol ci sia stato qualcosa di strano. Erano i primi mesi del 2006, Prodi era destinato a succedere a Berlusconi con una maggioranza che i sondaggi davano piuttosto consistente. Scoppiò la grana Consorte. Si disse che era sbagliato che un partito che si candidava alla guida dell’Italia si interessasse di banche. Gli ex Ds furono lasciati soli in prima linea con la baionetta in mano. Per ridimensionarne la baldanza.

Emanuele Macaluso, che non può certo essere scambiato né per sostenitore del Pd né per uno che la spara così per spararla, parla di “clima torbido” e scrive: «Parlare di complotti mediatico-giudiziari è fuorviante e stupido (…) Alle procure però arrivano carte, documenti, “spontanee” dichiarazioni, e i magistrati agiscono. Il come è materia opinabile». E ancora, tracciando un parallelo con la vecchia Tangentopoli: «Non è difficile capire che, come allora ci sarà un raduno di forze conservatrici e reazionarie disponibili a sostenere il “nuovo” per seppellire la “vecchia” politica»

Oggi il Pd ha la faccia di Bersani, uno dei figli orgogliosi di un’esperienza emiliana che non ha mai avuto paura di misurarsi con la questioni vere, a partire da quelle economiche. Il segretario è reduce da una serie di vittorie – elettorali e interne – che ne hanno accresciuto il prestigio e alimentato le possibilità di leadership di tutto il centrosinistra.

Insomma, di fare la fine del protagonista della canzone di De Gregori, quello che vive ad Atlantide, non ne ha la minima voglia.