ABBIAMO BISOGNO DEL LETTORE-RISCRITTORE?

1 Ottobre Ott 2011 1742 01 ottobre 2011 1 Ottobre 2011 - 17:42

Sulla Repubblica di pochi giorni fa un articolo di Loredana Lipperini faceva il punto su un fenomeno in crescente (e preoccupante) espansione. Quello del lettore che si fa non solo critico, ma potenziale integratore di romanzi. Dico potenziale perché poi le ricette si possono dare in astratto, entrare nelle pieghe di un libro e intervenire sulla sua fisionomia è cosa ben diversa. A livello professionale la cosa è attualmente compito della troppo mitizzata figura dell’editor; ne parlava con competenza e saggezza qualche settimana fa Claudia Moro, storica redattrice della Bollati Boringhieri, sulle pagine culturali del Manifesto. Ma il caso di cui tratta l’articolo di Repubblica è differente. Lì si descrive come sui vari blog si esprimano spavaldamente giudizî, spesso drastici e non articolati, anche nei confronti di testi circondati da un’aura di intangibilità: ciò è connaturato a quella tipologia di intervento, né esistono testi sacri (come sanno per primi gli autori veramente grandi), ma la motivazione non può valere come scusante. Ne pesco alcuni a caso dall’articolo citato. A proposito della Montagna incantata (o magica, come suona la più recente versione) di Mann, sbotta un lettore/lettrice: «Mio Dio, succederà mai qualcosa in questo libro?» (risposta che denota un clamoroso misunderstanding del romanzo, tanto più clamoroso perché il commento è vicino a uno dei suoi motori più potenti). Un certo Marco sentenzia, a proposito dei Promessi sposi: «La storia non funziona, andavano limitati i giudizi personali dell’autore a vantaggio della trama». Tutti i pareri sono accettabili e, in senso etimologico, discutibili, ma verrebbe voglia, a difesa dell’autore più massacrato dalla pratica scolastica, di invitare l’estensore del giudizio a rileggere titolo (e soprattutto sottotitolo), del romanzo. E magari anche l’Introduzione. Capirebbe che chiede una cosa, nella logica di quel libro (che mi ostino a considerare un capolavoro) del tutto senza senso (e chissà se sospetta che gli converrebbe rinunciare a molta della più grande letteratura del Novecento). Come senza senso sarebbe chiederla per il Don Chisciotte o per il Tristram Shandy.
Gli esempî potrebbero continuare, ma ci si può fermare qui. Non prima, però, di aver notato che i due inserti riportati sono esemplificativi di quel tipo di reazione immediata e bruscamente personale. E che entrambi, così come tutti quelli che si possono leggere in quella rassegna, mancano del tutto della percezione che un testo è inintelligibile, o gravemente deficitario, se lo si legge senza avere lo sguardo al tempo in cui è stato prodotto, e senza considerare la storia della specifica forma letteraria che si sta leggendo. Più ancora, se lo si legge al di fuori del perimetro intellettuale entro cui è stato pensato. Interrogato dalla Lipperini, Alberto Rollo, direttore editoriale della Feltrinelli, afferma: «Quella che vacilla, soprattutto per i più giovani, è la consistenza dei maestri: non esistono più i fratelli maggiori. Semmai, sono i coetanei a essere credibili: ognuno rivendica la propria individualità, ma sono pronti a far proprie le convinzioni di uno scrittore capobanda che ritengono affidabile». Le considerazioni, in più punti critiche, di Rollo, sono fedele specchio di una realtà dove a farla da padrone sono scrittori del livello (basso, secondo il modesto parere dello scrivente) di Baricco (cui Repubblica fa una smaccata pubblicità, con contorno di cinguettanti duetti tra il perennemente «giovane» scrittore e il fondatore del giornale, grande personaggio in pericolosa tracimazione intellettuale, in cui si prendono a prestito, senza citarne l’origine, idee di Hofmannsthal sulla dimensione moderna della superficie, dette ormai un secolo fa), Mazzantini, Giordano e compagnia cantante.
L’inflazione di giudizî emessi a caldo è soprattutto specchio di una vera e propria inversione del tragitto intellettuale necessario a formulare un parere; il quale non parte dal centro costituito dall’opera per verificarne la consistenza e la capacità di essere ancora per noi viva, ma si accentra sul proprio io, reagendo in conseguenza delle pulsioni di quello. Nella dimensione reticolare e orizzontale della civiltà odierna, questa pretesa ha un volto (forse inconsciamente) tragico. La critica letteraria, ridotta a larva (anch’essa spesso enfiata in indigeribili tomi) ha le sue gravi responsabilità.