Ferrara ha imparato dagli antiberlusconiani e vede il regime dappertutto

15 Novembre Nov 2011 0846 15 novembre 2011 15 Novembre 2011 - 08:46

L’orientamento degli intellettuali di destra, fra cui spicca Giuliano Ferrara, è molto chiaro. Monti rappresenta un vulnus della democrazia, il suo governo è l’espressione dello strapotere della grande finanza internazionale e la riduzione dell’Italia a “espressione geografica”, è stato sconfitto il popolo sovrano. Da qui la spinta a un contrasto assai forte a Monti e l’idea che la destra debba far propria la battaglia per la libertà che si sintetizza nella richiesta di rapide elezioni politiche. Col governo Monti, dice infatti Ferrara, l’Italia fa un passo indietro rispetto al sistema politico fondato sull’alternanza e vede il prevalere della manovra politica e del complotto internazionale. Altri, dal fronte opposto, sostengono più o meno le stesse cose. Altri ancora invece vedono nel governo Monti il primo governo dell’ “Italia liberata” e la vittoria delle strategie politiche delle opposizioni. Quest’ultima posizione è stata sostenuta da alcuni lettori de Linkiesta in polemica con il mio articolo di ieri.

FerraraGiuliano Ferrara

 Ognuno, come è ovvio, si tenga le sue idee, tuttavia bisogna analizzare il respiro culturale, di cultura politica, delle tre posizioni. L’ultima, quella dell’ “Italia liberata” e del trionfo delle opposizioni per mano di Monti in fondo sposa la tesi a lungo sostenuta dal fronte etico-politico che si è opposto vigorosamente Berlusconi. Questa area era convinta che l’Italia berlusconizzata fosse diventata un regime, o stesse per diventarlo, e quindi oggi non si può che festeggiare la cacciata del despota. I riformisti di sinistra non avevano questa convinzione. In tutti questi anni avevano sottolineato il carattere di massa del berlusconismo e il prevalere del populismo ma si erano ben guardati dal gridare all’avvento di un regime. È per questo che l’accusa contro di loro è stata severa da parte del mondo che chiamavamo giustizialista perché quest’ultimo sosteneva che la parte maggioritaria della sinistra aveva sottovalutato il conflitto d’interesse e le pulsioni autoritarie che venivano da quell’impasto di cattolicesimo integralista e di libertinismo politico-morale rappresentato dal Cavaliere.

 Ora sembra che le due aree dell’antiberlusconismo abbiano trovato un punto in comune. Singolare. Il fatto di scegliere entrambe inneggino alla soluzione Monti, addirittura più i riformisti che i giustizialisti, fa pensare che stia prevalendo l’idea che l’Italia andasse liberata a qualunque costo, anche al prezzo di un governo che commissaria la politica. Questa definizione non piace a molti, non piacerà sicuramente al Quirinale, ma non c’è altro mondo di indicare una soluzione che prevede l’esclusione dei partiti, addirittura l’autoesclusione, dalla cabina di comando di Palazzo Chigi e dei suoi ministeri. Insomma avevano ragione Travaglio e Asor Rosa.

Il mondo intellettuale di destra, paradossalmente, si sta inoltrando ora lungo questa strada battuta dai suoi avversari storici, cioè quel mondo intellettuale e mediatico che ha per quasi due decenni gridato la regime. Ferrara è convinto che la democrazia sia stata sconfitta e fervono le analisi, spesso molto spicce, attorno ai santuari che stanno soffocando le libertà politiche in questo paese. Banchieri, massoni, francesi (antica dannazione italiana), tedeschi e americani si sono dati convegno per dar vita a un ordine mondiale in cui la democrazia sia un vestito sottile da far indossare a democrazie infragilite. La sinistra, secondo questa vulgata, non solo ha tradito la sua natura diventando complice della grande finanza internazionale contro cui si è costituita ai suoi albori, ma rivelerebbe una nuova natura anti-nazionale tradendo anche in questo caso il lascito dei padri della repubblica.

Beati tutti questi signori che hanno certezze così ben scolpite! La verità è più semplice e dice che abbiamo avuto un governo del tempo in cui le vacche sembravano grasse che ha ignorato la necessità di fertilizzare il pascolo rendendo così smagriti gli animali e deserti i terreni. Da qui l’accelerazione della crisi e la necessità di una soluzione che è diventata di emergenza perché non era pronto il ricambio politico. Monti non è il dittatore democratico ma il severo padre di famiglia, così mi piace immaginarlo, che deve rimettere a posto i conti per restituire lo scettro nelle mani del popolo. Sperando che nel frattempo la politica sappia presentarsi con uomini, contenuti e schieramenti chiari.

Tuttavia c’è un punto a favore della strategia della destra ormai guidata dal suo intellettuale principale, non casualmente l’uomo di punta del craxismo e del berlusconismo, cioè il caro Giuliano Ferrara, che va evidenziato. La nuova destra (e il socialismo decisionista che è alla sua origine) impugna l’arma delle libertà e della democrazia con qualche fondamento. Il sogno della grande riforma craxiania era evocato in nome di una democrazia finalmente resa efficiente. Il sogno berlusconiano è stato quello di sposare destra populista e democrazia. La destra berlusconiana ha sempre impugnato saldamente il tema del primato del popolo sovrano, cioè del voto, del parlamento in cui prevalgano le maggioranze elette, del rifiuto delle dinamiche assembleari. Questo vuol dire che la destra tenderà a ricostituirsi sopra una sua antica parola d’ordine che Berlusconi ha rimesso al centro della sua propaganda, cioè noi siamo il partito della libertà, quelli che vi vogliono far decidere, mentre gli altri sono quelli del teatrino della politica, dei poteri forti, della lobby romana.

 Chi pensa di liberarsi sbrigativamente da questa accusa non fa i conti con i sentimenti del popolo di destra. Ecco perché sono prudente quando sento nel mio schieramento, cioè quello per cui voto, parlare di ‘vittoria” e quando vedo un alzar di spalle di fronte alla richiesta di voto anticipato. Se lasciamo, se lasciate, a Ferrara il tema delle democrazia siamo, siete, fritti. Dopo i governi di emergenza viene solitamente la destra.