Idee per il Ministro dello Sviluppo. La leva fiscale ed il venture capital

21 Novembre Nov 2011 0009 20 novembre 2011 21 Novembre 2011 - 00:09

Per tornare alla crescita è prioritario cercare di creare un clima favorevole allo sviluppo delle imprese e all’attrazione dei capitali privati. Dobbiamo rimettere al centro dell’azione di governo l’impresa e chi rischia, solo così usciremo da questi 10 anni di crescita "quasi negativa" come analizzato in questi giorni da Giuseppe Russo proprio su Linkiesta (http://www.linkiesta.it/amato-fu-fortunato-ma-adesso-o-riforme-o-default).


Chi crede nelle nuove imprese e le finanzia cerca, certo, il proprio profitto personale, come i rentiers d’altronde, ma a differenza dei rentiers contribuisce in prospettiva a quello di tutti ed è quindi giusto, se si ragiona in maniera non ideologica, che possa aumentare la propria propensione all’investimento nello sviluppo di nuovi business (le cd. start up) anche grazie alla leva fiscale.


Questo è quanto avviene in Inghilterra dal 1995, dove con alcuni limiti per evitare abusi ed evitare che accedano a questi strumenti investitori non adeguati per profilo di rischio, il contribuente persona fisica ha la facoltà di investire in determinati prodotti di investimento mobiliare, scelti dal fisco per le loro caratteristiche, e di detrarre dalle imposte dovute una parte del costo sostenuto per l’investimento (http://www.hmrc.gov.uk/guidance/vct.htm).


Si tratta di una soluzione la cui ratio ricorda vagamente quella del cd. “5 per mille”, esperienza italiana di successo che consente di dedurre dalla base imponibile le donazioni effettuate a favore di istituti non a fine di lucro. Nel caso del venture capital si abbasserebbe la tassazione complessiva a chi  vuole rischiare. Più rischio in nuove imprese, meno tasse personali pago. 


Per aiutare la nascita di nuove imprese in Italia si potrebbe ipotizzare una normativa simile a quella inglese sui Venture Capital Trusts che permetta, quindi, alle persone fisiche con determinate caratteristiche una deduzione dal reddito imponibile di quanto viene investito in venture capital, sia direttamente che attraverso fondi specializzati.


Per fare un esempio numerico si potrebbe ipotizzare come potrebbe essere reso deducibile, ad esempio, il 30% di quanto investito in venture capital a condizione che: 1) l’aliquota media personale non scenda mai sotto ad esempio al 36%; 2) l’investimento massimo sia di 500.000 di euro per anno per contribuente; 3) gli investimenti siano mantenuti per almeno 3 anni per evitare manovre di arbitraggio fiscale.


Con lo schema di massima di cui sopra e nell’ipotesi che 5.000 contribuenti investano 100.000 euro in venture capital all’anno, quindi circa 500 milioni di euro all’anno a livello aggregato, si potrebbe ipotizzare per l’Erario minori introiti IRPEF per circa 50 milioni di euro, questo senza prendere in considerazione però, dall’altra parte, il gettito per la creazione di nuovi posti di lavoro, e l’IRES e IVA delle società in start up oltre alla tassazione sull’attività professionale indotta da queste attività.


Sarebbe probabilmente un operazione a “costo zero” fin dal primo anno, anche se come sanno i governanti saggi, prima di tosare la pecora bisogna darle il tempo farsi il pelo.