Il finto stupro di Torino, La Stampa e il facile mea culpa sui rom (il giorno dopo)

11 Dicembre Dic 2011 0927 11 dicembre 2011 11 Dicembre 2011 - 09:27

Sono da tempo un accanito lettore napoletano de La Stampa. Da quando lo zio emigrato,  tuta blu a Mirafiori, portava il giornale piemontese la mattina a casa, a Napoli, quando era qui per le vacanze. Voglio specificarlo perché quello che scriverò ora sul giornale di Torino non è affatto gradevole.

La vicenda dell'aggressione e dello stupro di una adolescente da parte di due rom, poi rivelatasi completamente priva di fondamento, ha lasciato sul campo solo fuoco e rabbia: una manifestazione contro «gli zingari» sfociata nel rogo di un accampamento. E amen.

Non è la prima volta: qualche anno fa accadde a Napoli, periferia Orientale: lì la causa scatenante fu il finto rapimento di un bambino da parte di una giovane rom. I media campani e non cavalcarono, indignati.  Non era vero niente. Risultato: due campi nomadi bruciati, chi ci viveva deportato altrove tra lacrime e impotenza. 
Meditate che tutto questo è stato.

Sabato sul giornale torinese in cronaca di torino (pagina 77) questa apertura: «Mette in fuga i due rom che violentano la sorella». Nessun dubbio - nel pezzo però si usa il condizionale - e si annuncia la manifestazione dell'indomani. La "fiaccolata". Le fiaccole poi son state usate, ma per appiccare il rogo ai campi rom.

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Appurati i veri fatti (stupro inventato) sul sito web della Stampa la notizia viene data in maniera diversa, più puntuale.

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Il giorno dopo (oggi) sul cartaceo  la vicenda è richiamata in prima, ma la cronaca la si trova a pagina 61, sempre nelle pagine di Torino. Il titolo è sui «due arresti per il rogo». Il catenaccio contiene la notizia:  «intanto la ragazza confessa: non c'è stato nessuno stupro»; nel sommario il vero motivo dell'invenzione della giovane: non voleva far sapere che aveva avuto un rapporto sessuale.

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La Stampa  capisce che il titolo del giorno precedente sul cartaceo era sbagliato. Poche ma sentite righe di Guido Tiberga, giornalista del quotidiano piemontese, per scusarsi coi lettori.

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A parte che non condivido del tutto le scuse «soprattutto a noi stessi» (non il lettore prima di tutto?) poi sostengo che sia diventato troppo facile chiedere scusa "dopo".
Perché nelle redazioni si è perso il senso della misura rispetto a vicende di questo tipo. Neristi e giudiziaristi con certezze da inquirenti, titolisti che conoscono solo l'indicativo presente («se c'è il dubbio non è una notizia» ammoniva un vecchio cronista, io ascoltavo e annuivo, poi capii che invece non era proprio così).

Nel 2007 l'Ordine dei Giornalisti d'intesa con la Federazione Nazionale della Stampa e Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati approvò una carta deontologica per i giornalisti che si trovavano ad occuparsi di rifugiati e migranti. Una delle prime indicazioni era quella di «evitare la diffusione di informazioni imprecise, sommarie o distorte».

Stavolta, mi spiace dirlo, non è stato fatto.