Il rock? «È vivo e se ne frega dei profeti di sventura»

10 Gennaio Gen 2012 1330 10 gennaio 2012 10 Gennaio 2012 - 13:30
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Riecheggia ancora il riverbero lasciato dall'articolo scritto dal critico musicale Gino Castaldo sulle pagine di Repubblica, venerdì scorso. Intitolato «Il grande silenzio del rock, "Questa volta è finita davvero», l'articolo sancisce la doppia fine del rock, come fenomeno commerciale ("sta praticamente scomparendo dalle classifiche") e come colonna sonora dei movimenti di protesta giovanile ("se dovessimo trovare oggi un pezzo rock capace di interpretare il presente, faremmo una gran fatica").

Migliaia di appassionati rocker, abituati ormai alle profezie di sventura - un anno fa ci avevano pensato Music Week e il Guardian a seppellire il genere nato in america negli anni '50 - hanno scatenato in internet un vivace dibattito: ma il rock è morto o non è morto? Le piazze e le classifiche languono, è vero, ma non siamo sicuri che siano questi i giusti metri di giudizio per valutare lo stato di salute di un genere musicale. Abbiamo chiesto ad Andrea Rock, 30 anni, conduttore radiofonico e televisivo - esordì su Rock Tv - e cantante, prima dei Rosko's e poi degli Andead. Su Virgin Radio conduce "Virgin Generation", programma dedicato alle band che rappresentano il rock di oggi e, presumibilmente, quello di domani. 

Andrea, secondo Castaldo "questa volta è finita davvero". Sei d'accordo?
Premessa: mi considero estremamente privilegiato, perché ho la fortuna di lavorare con il rock, di ascoltare tantissima musica e di conoscere decine di giovani artisti durante i concerti e le serate in discoteca. Ho, come si dice, il polso della situazione. Proprio per questo dico: altro che morto, il rock è in salute. Se il rock fosse in crisi, anche Virgin Radio dovrebbe essere in crisi. L'interesse invece è in crescita. L'articolo di Castaldo, indubbiamente, contiene delle riflessioni giuste. Non mi ritrovo, però, in quella sensazione di perdita e di abbandono della "dimensione rock" che l'autore trasmette tra le righe.

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Andrea Rock sul palco con gli Andead (ph:  Francesco Castaldo, Flickr)

Però è innegabile che, almeno a livello di vendite, il rock abbia perso terreno. Come si spiega?
Oggi l'ascoltatore medio cerca una musica "usa e getta", buona da ascoltare mentre si fa altro, poco impegnativa. Per questo il pop va per la maggiore: è una musica di consumo. Il rock, invece, è un genere musicale che richiede affetto e dedizione da parte dell'ascoltatore, è meno adatto a tempi come questi.

Il problema, quindi, riguarderebbe più che altro il modo in cui giovani e giovanissimi vivono la musica.
Esatto: per molti ragazzi, oggi, la musica non è più il quadro ma la cornice. I 15enni e i 20enni la vivono con la stessa velocità con cui vivono una pubblicità trasmessa in tv. Per questo, i produttori discografici vogliono che la canzone dica già tutto nel primo minuto: strofa e ritornello devono rientrare in sessanta secondi. È quella la soglia massima di attenzione che l'utente del web concede a un brano musicale.

Ai prossimi Grammy Awards, nella categoria Best Rock Performance, si fronteggeranno Coldplay, Decemberists, Mumford and Sons, Radiohead e Foo Fighters. Escludendo Dave Grohl e compagni, mi sembra che di rock vero e proprio ci sia ben poco. Cosa ne pensi? Il rock ha ancora un'identità di genere oppure ormai  i suoi confini sono cambiati?
Io sono uno di quelli che, quando uscirono per la prima volta i Franz Ferdinand, come prima reazione dissero: «Se questo è il rock, allora non c'è futuro». Ora però, anche se l'indie rock continua a non piacermi, posso dire che mi sbagliavo. Quella del rock è una strada in continua evoluzione, ma non si è interrotta. Il trittico "chitarra-basso-batteria" non passerà mai di moda. Quest'anno, per esempio, è andata forte la corrente neo-folk à la Mumford and Sons, che tra l'altro adoro. Ma non sono mancati grandi dischi di vecchie e nuove band rock: i Machine Head, gli Airbourne, i Black Stone Cherry, i Rival Sons. 

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Nell'anno dei movimenti di protesta, di Occupy e degli Indignados, ci si aspettava che il rock – musica di ribellione per eccellenza - diventasse la colonna sonora delle piazze. Così però non è stato. Ma il rock può svolgere ancora quel ruolo?
Io credo che il rock, ancora oggi, sia quello che è sempre stato: una musica di denuncia. Ricordo quando, a quattordici anni, mi innamorai del punk rock... Fu una rivelazione, perché mi permise di esprimere il disagio verso le cose sbagliate della società. Questa dimensione c'è ancora oggi, nel rock come nel rap, genere che in Italia continua a svolgere una funzione di denuncia sociale.

Eppure i ragazzi continuano a riciclare i vecchi inni, mentre le nuove band difficilmente portano un messaggio universale.
La colpa non è tanto delle band, quanto delle case discografiche, che non vedono di buon occhio gli artisti troppo impegnati. Per questo, a gruppi considerati scomodi per il messaggio che portano, preferiscono chi fa musica apolitica, più adatta ad essere trasmessa per radio. Comunque, io credo che il rock vero continuerà a esistere, al di là di certi paletti commerciali e di certe limitazioni. Continuerà a parlare a tutte le generazioni, del passato e del futuro.

Quindi che cosa rispondi a chi dice che il rock è spacciato?
Che il rock, di base, se ne è sempre fregato delle classifiche, delle durate dei brani e delle profezie di sventura dei critici musicali. Che è vissuto fino ad oggi e continuerà a farlo. E che questo avviene grazie all'affetto dei tanti appassionati, quelli che quando per radio si imbattono in "Time" dei Pink Floyd, nonostante duri sette minuti, non cambiano stazione. Poi ben vengano articoli come quello in questione che, alimentando un dibattito, riescono a risvegliare le coscienze di giovani e meno giovani.